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(it) Italy, UCAD'I #184 - Il VOTO IN VENDITA (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 27 May 2024 09:22:09 +0300
Nel nell'imminenza delle elezioni europee e in concomitanza con quelle
di alcune Regioni e Comuni le cronache, stimolate da inchieste
giudiziarie, si occupano della vendita dei voti e del ruolo dei
cosiddetti padroni delle tessere o cacicchi che controllano il mercato
del voto. Il problema eterno della vendita del consenso si intreccia con
il fenomeno del trasformismo che porta gruppi di interesse che esprimono
uno o più eletti negli organismi di governo del territorio e a livello
politico nazionale a transitare nello schieramento più conveniente per
assicurare gli affari, bisognosi di essere protetti dal voto di scambio.
Se ce ne fosse bisogno quanto avviene dimostra in modo palese i vizi
della politica e l'inconsistenza del rispetto del principio di
rappresentanza, a dimostrazione del fatto che la gestione della cosa
pubblica come della politica è di fatto appannaggio di una élite che di
volta in volte si traveste pur di mantenere ed esercitare il potere. Una
volta eletti o politici si autonomizzano dagli elettori e compiono le
scelte per essi più convenienti spesso non rispettando il mandato ricevuto.
In questa situazione non c'è da meravigliarsi che a partecipare al voto
sia un numero sempre minore di aventi diritto, nella convinzione che
nulla cambia e a fronte dell'inutilità palese del voto. L'astensionismo,
considerato la morte della democrazia e della partecipazione. è in
realtà il prodotto della disillusione di fronte al funzionamento del
sistema di rappresentanza e alla compromissione della politica con il
potere e gli affari, una forma radicale e forse qualunquistica di
risposta dell'elettorato divenuto consapevole dell'ininfluenza del voto.
Le cause strutturali del problema
Prima ancora di prendere in considerazione l'incidenza della criminalità
organizzata o dei gruppi d'affari sul voto è bene prendere in esame le
cause strutturali del problema, costituite dall'istituto della delega.
Il voto, espresso una volta per tutte e per la durata di un mandato che
in genere va dai 4 ai 5 anni, non prevede e non è accompagnato da
nessuna forma di verifica, controllo e rendiconto richieste al soggetto
delegato che pertanto dispone di un lasso di tempo consistentemente
ampio e di tutte le possibilità offertegli dalla carica per far fruttare
a propri fini il potere delegato conferitogli. Questa assenza di
controllo sull'azione e il comportamento della persona delegata può
essere se non altro attenuata mediante l'introduzione di momenti di
verifica dell'osservanza del mandato ricevuto e della correttezza
nell'espletarlo.
Ciò che è errato nella delega e che essa avvenga senza condizioni; un
tempo si pensava che a svolgere questa funzione di controllo dovesse
essere il partito, ovvero l'organizzazione che esprime gli eletti
attraverso la comune condivisione di ideali, un programma e obiettivi.
Nelle fila del partito il militante acquisiva e formava la propria
cultura politica, sperimentava l'azione collettiva e la solidarietà di
classe, costruiva una complicità di azione comune che contribuiva a
legarlo agli altri militanti e a inserirlo con un ruolo attivo
nell'attuazione della linea politica del partito. Un ruolo non
secondario di controllo e orientamento era affidato alla comunità
politica costituita dal partito che condizionava i comportamenti del
delegato, verificando il suo concreto operare. Ebbene questa funzione di
controllo del partito è completamente venuta meno e questo perché di
fatto i partiti sono oggi dei comitati elettorali, privi d'idealità e di
programmi, senza un progetto comune che faccia convergere le forze della
comunità politica verso gli obiettivi
collettivamente individuati e condivisi da coloro che al partito fanno
riferimento o che hanno accordato la loro fiducia ai candidati
espressione di quel partito.
La nostra analisi a questo punto si sposta necessariamente sulla crisi
dei partiti che in larga parte discende dal venir men di contenuti
ideali nell'azione politica, dall'assenza di un progetto di società che
fa riferimento a dei valori chiari e distintivi della posizione di
quella parte politica. In particolare la crisi dei partiti riguarda la
sinistra dello schieramento politico o sedicente tale, la quale è priva
di un'analisi attenta e scientifica della fase economica e politica,
sostiene proposte di corto respiro e meramente elettoralistiche, è priva
di progettualità politica e di una visione futura della società, ha
perso i punti di riferimento che costituivano i caratteri distintivi di
una forza visibilmente di sinistra.
Emblematico il caso della posizione dei partiti di sinistra riformista
nei confronti della guerra i quali, in ragione delle loro matrici
ideologica, dovrebbero essere per definizione pacifisti e comunque
contrari alla guerra, mentre sono invece guerrafondai e convinti della
necessità del riarmo.
Questa perdita di identità rende i partiti irriconoscibili e allontana
da loro gli elettori che, privi di punti di riferimento, prendono le
distanze dalla politica e maturano la consapevolezza della inutilità del
voto, astenendosi. Così facendo lasciano che un numero sempre più
marginale e ristretto di cittadini partecipino al confronto elettorale
trasformandolo di fatto in una sorta di sondaggio d'opinione al termine
del quale di appartenenti alla classe politica restano comunque gli
stessi, riposizionandosi secondo le convenienze.
La fine delle ideologie
La élite politiche hanno celebrato la fine delle ideologie, convinte che
esse fossero un ostacolo alla gestione del potere esercitata senza
alcuna contestazione. Esse puntano a governi stabili, scommettono sul
laissez faire, hanno bisogno che il manovratore non venga disturbato.
Sempre più insofferenti verso ogni forma di controllo tentano mirano
alla costruzione di democrazie illiberali, gestite da autocrati e da
figure apicali di governo, sottratte ad ogni controllo di organismi
assembleari elettivi. A giustificazione di questa richiesta invocano la
necessità di adottare decisioni con rapidità per rispondere al ritmo
frenetico con il quale i fenomeni si sviluppano nella società. Da qui il
successo di figure come il premierato volte travolgere ogni principio di
rappresentanza con il risultato di allontanare ancora di più i cittadini
dalla partecipazione alla vita politica.
La sedicente democrazia occidentale è oggi ridotta a un sistema dove una
quota sempre minore di potenziali elettori partecipa al voto e legittima
il sistema politico, Mentre l'assetto della compagine sociale si
configura sembra di più come un insieme di parametri di tensione,
continuamente sottoposti a stress di verifica per cui si moltiplicano le
diseguaglianze e vengono costantemente sottoposte a verifiche, viene
costantemente verificato il livello di tenuta del sistema, mettendolo
alla prova per testare quanta differenza è in grado di reggere tra il
numero di ricchi e quello dei
poveri assoluti, quante diseguaglianze è in grado di sopportare, quante
ingiustizie è riesce a far accettare mantenendo immutata la gestione del
potere e la configurazione apicale dell'assetto sociale.
In questo nuovo contesto è ipocrita parlare di Stato di diritto, dei
welfare, di diritti e doveri, di garanzie e di libertà individuale e
collettiva perché tutti i diritti ne risultano progressivamente e
irrimediabilmente sempre più attenuati e nei fatti si va a livello
globale verso l'adozione di un sistema unico di governo le cui varianti
sono apparenti. Risulta così in tutta la sua illusorietà e inconsistenza
lo schierarsi in difesa della democrazia, dei valori dell'occidente e di
altre chiacchiere del genere.
Ciò detto l'unico modo per uscire dalla crisi irreversibile di
autoritarismo verso la quale sono avviate le istituzioni politiche e di
gestione sociale è quello di ritornare all'utopia, muovendo dalla
convinzione che un altro mondo è possibile, un mondo più giusto, una
società tendenzialmente egualitaria, con un assetto sociale in cui
l'uguale accesso alle cose belle della vita sia assicurato a tutti anche
grazie a una più eguale distribuzione delle risorse e del lavoro. Ciò
significa avere una strategia e un programma, avere degli obiettivi
razionali e raggiungibili, tenendo conto che ciò che in passato era
difficile realizzare, oggi che la tecnologia potrebbe mutare il rapporto
di donne e uomini con il lavoro, diventa potenzialmente realizzabile.
Per fare questo non si può far conto sul ruolo dei partiti riformisti
perché questi in realtà non lo sono ma tendono nel migliore dei casi ad
una a loro dire razionale gestione dell'esistente, senza farsi carico di
un progetto di società futura.
Occorre ritornare a pensare ad una rivoluzione sociale possibile che
incida in modo radicale e profondo sugli assetti produttivi e sulla
distribuzione del potere, che ridistribuisca la ricchezza, realizzando
una tendenziale uguaglianza tra uomini e donne e tra di loro senza
distinzione di etnia, religione, genere, colore della pelle, e qualsiasi
altro differente parametro di distinzione del genere umano.
Cambiare le cose significa innanzitutto convincersi che un altro mondo è
possibile e lavorare per rendere possibile il cambiamento perché non
sempre affrontare i problemi in modo radicale è utopico, ma anzi
costituisce l'unico modo per avviarli a soluzione.
I fatti di Bari, Torino, Palermo, Catania .....
Numerose inchieste della magistratura ancora in corso stanno indagando
su possibili compravendite di voti e quando sta avvenendo ha costituito
una ghiotta occasione per Pd e 5 Stelle di rompere l'alleanza in vista
delle elezioni comunali a Bari. Senza entrare nel merito delle accuse
formulate dalla magistratura, ancora da verificare, che fanno
emergere una compravendita di voti, la concessione di favori e di
privilegi, rileviamo che l'alleanza tra i partiti di sinistra presentava
già elementi di fragilità dovuti all'ambizione di ambedue i segretari di
partito di essere i leader dell'alleanza e facciamo notare che sul piano
pratico, almeno per ciò che concerne le elezioni al Comune di Bari, il
vero problema è il loro possibile rinvio a fronte dello scioglimento del
consiglio comunale in scadenza, ad opera della commissione di indagine
predisposta dal ministero degli interni perché relativamente ai
risultati del voto, ricordiamo che la legge elettorale prevede il voto
su due turni è non da escludere quindi che 5 Stelle e Pd vadano divisi
al primo turno, per poi far convergere i voti dei rispettivi elettorati
sul candidato chiamato a partecipare al ballottaggio. Certo, vista la
situazione barese, è anche possibile che il centrodestra, se escluso dal
ballottaggio, decida di sostenere al secondo turno quello fra i due
contendenti che risulterà loro più gradito, magari dopo l'ennesima
trattativa più o meno palese per una convergenza trasformistica sul nome
di uno dei due candidati.
Quest'ultima ipotesi tra quelle possibili sarebbe la più squallida.
G.L.
https://www.ucadi.org/2024/04/25/il-voto-in-vendita/
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