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(it) Italy, FDCA, Cantiere #25 - La questione del duplice uso (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 22 May 2024 07:48:41 +0300
Parto da una mia esperienza personale[...]. L'università per la quale
lavoro, il Politecnico di Torino, si confronta quotidianamente con il
tema del duplice uso. Consideriamo, per esempio, che le tecnologie per
il lancio di satelliti in orbita terrestre e quelle relative
all'esplorazione spaziale non sono diverse rispetto a quelle utilizzate
per lo sviluppo di missili balistici intercontinentali. Un razzo è
sempre un razzo. Non è quindi del tutto implausibile pensare che in
questo momento ci sia, rintanata nel suo ufficio a pochi passi da me,
un'ipotetica collega che sta per inviare un suo trattato scientifico
sull'aerodinamica dei razzi a una prestigiosa rivista internazionale.
Dopo anni di studi, sforzi di équipe e test di laboratorio, la collega
riceverà dalla rivista scientifica una valutazione sul suo lavoro,
apporterà le modifiche del caso e tra qualche mese vedrà il suo articolo
pubblicato e validato scientificamente. A quel punto, altre soggettività
della comunità scientifica si relazioneranno allo stesso, e chiunque
potrà attingere a quella forma di sapere, data la sua natura pubblica.
Potrà farlo chi legge questo libro, studiosi e studiose da ogni parte
del globo, ma anche l'unità di ricerca del consorzio MBDA, la principale
cordata europea per la produzione di missili e tecnologie di difesa, che
prenderà dallo studio della mia collega quello che gli pare, per fare
ciò che gli conviene. Morale: quotidianamente lei, io stesso e l'intero
Politecnico siamo esposti alla questione del duplice utilizzo. Questo è
un primo punto. Ma ce n'è un secondo.
Questo stesso Politecnico ha in atto numerose collaborazioni dirette con
aziende che operano nell'universo militare. Parlo di veri e propri
accordi che portano nostri ricercatori e ricercatrici a lavorare su
progetti condivisi con imprese che producono armamenti, collaborazioni
che includono lo sviluppo dei temi di ricerca e continui scambi di
conoscenza. Una di queste aziende è Leonardo, già Finmeccanica,
l'impresa di "difesa" dell'Unione Europea con il maggior fatturato.
Quando, in un'assemblea di ateneo, chiesi pubblicamente al rettore del
Politecnico di Torino di problematizzare il nostro rapporto con
Leonardo, la risposta che ottenni fu illuminante: Leonardo, mi disse il
rettore, non produce solo armi. Non solo: i progetti che il Politecnico
ha con Leonardo non sono relativi ad armamenti ma a tecnologie "duali"
che hanno scopi civili, come per esempio la produzione dei pannelli
fotovoltaici che alimenteranno le prossime missioni NASA-ESA sulla Luna
e su Marte. Per sottolineare questo punto, il rettore mi disse che il
Politecnico non collaborerebbe mai con aziende che producono
esclusivamente armamenti quali - esempio fatto da lui stesso - Beretta.
Con questo tipo di ragionamento, gli accordi del Politecnico di Torino
con Leonardo diventano inattaccabili, perché finiscono discorsivamente
all'interno della questione-trappola del duplice utilizzo. Cosa c'è di
male, in fondo, se collaboriamo alla produzione di robottini spaziali
con un'azienda leader nel settore aerospaziale? Il sapere prodotto,
anche qui come nel caso della mia collega che fa ricerca sui razzi, può
venire appropriato dal militare, ma non siamo noi direttamente a
darglielo in mano. In sostanza, noi - scienziati e scienziate - non
possiamo avere responsabilità per ciò che non ci compete.
I due punti illustrati a partire dal caso del Politecnico di Torino
vengono riportati a un unico comune denominatore. L'operazione,
semanticamente parlando, è molto efficace: permette di eludere una serie
di questioni che sono fatte confluire, pur essendo sostanzialmente
differenti, al tema dual use.[...]Per capirci qualcosa, bisogna uscire
da questa trappola e guardare al problema in modo differente. La domanda
da porre è la seguente: cosa comporta, in senso ampio, il rapporto
istituzionale tra il Politecnico di Torino e Leonardo? Per quanto
concerne il duplice uso abbiamo visto che il Politecnico, pur
collaborando con Leonardo, non produce armi ma condivide sapere per la
produzione di pannelli solari intergalattici, e quello che può essere
fatto successivamente con tale sapere non gli compete.
Ma vi sono almeno tre altri punti di cui non si parla. Il primo è
culturale, legato alla legittimazione scientifica che Leonardo ottiene a
lavorare col Politecnico e al prestigio politico che il Politecnico
ottiene a lavorare con Leonardo. Il secondo è sociale, legato alla
prossimità logistica del sapere che viene fatto circolare nella
collaborazione. Il terzo è economico ed è legato al tipo di valore di
mercato generato dalla relazione tra le parti, e dalla possibilità di
profitto che essa attiva.
A livello culturale, l'interesse reciproco di Leonardo e del Politecnico
a collaborare risiede nelle radici positiviste di ciò che viene
considerato "scienza", soprattutto in ambiti quali le bioscienze o
l'ingegneria. In sostanza, abbiamo in campo due giocatori con un grande
valore epistemico, ovvero relativo a ciò che viene considerata
"conoscenza". Da un lato c'è Leonardo: impresa tecnologica di grande
successo nei mercati internazionali; dall'altro, il Politecnico: uno dei
più rinomati esempi di eccellenza accademica in Italia e in Europa. La
prima beneficia, culturalmente parlando, del rapporto con il secondo
perché così facendo riveste il suo operato di mercato di un'aura
scientifica; il secondo, dal suo canto, può correttamente affermare che
le ricerche portate avanti tra le sue mura non sono inutili speculazioni
teoriche ma hanno applicazioni dirette. Le radici di questa reciproca
affezione culturale sono "positiviste" perché strutturate intorno al
valore tecnico e funzionale del sapere: si tratta di una lettura dei
problemi del mondo come un insieme di cause ed effetti su cui agire
direttamente e precisamente.
Su questa concezione culturale, si instaura il valore sociale del
rapporto tra i due: costruendo insieme progetti, occupando gli stessi
laboratori, avendo accesso agli stessi database, Leonardo e il
Politecnico possono incrementare e velocizzare la rispettiva capacità di
azione. Per usare un linguaggio caro alla dirigenza del Politecnico,
questo significa "attivare sinergie", ovvero ottimizzare le risorse a
disposizione per raggiungere i fini che ci si è preposti.
Il discorso che non viene mai affrontato, purtroppo, è relativo a come
l'ottimizzazione di risorse non sia solo un processo tecnico, ma per
l'appunto una questione sociale, ovvero un processo attraverso il quale
si ridefiniscono esplicitamente e implicitamente sia credenze che
obiettivi. È proprio grazie al continuo avvicinamento culturale e
sociale già in atto da anni tra queste realtà che oggi prende piede
un'ulteriore distorsione del mandato della ricerca pubblica, che
dovrebbe essere libera e aperta, non funzionale a un interesse di parte.
Parliamo di un fatto concreto. Pochi anni fa sarebbe stato impensabile
utilizzare denaro pubblico - in questo caso, proveniente dal Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) - per investirlo nello sviluppo
di tecnologie aerospaziali e militari attraverso un partenariato tra
Leonardo (produttore di armi), Politecnico (in teoria ancora
un'università) e NATO (un'alleanza militare). Oggi è invece possibile,
con un dibattito pubblico inesistente, e si realizzerà con la
costruzione della Cittadella dell'Aerospazio in corso Marche a Torino:
un polo "sinergico" dove il sapere necessario per fare i robottini si
integrerà sempre più con quello per produrre droni d'attacco e aerei da
caccia.
È questo il punto dove la questione economica diventa lampante. Un polo
come la Cittadella non è solo un affare di grandi investimenti pubblici
- quindi fatti con le tasse della cittadinanza - ma è soprattutto una
grande opportunità per la creazione di più estese catene di profitto,
fatte di brevetti, progetti, tecnologie e beni, che si genereranno
sinergicamente in corso Marche e saranno venduti sui mercati mondiali,
al miglior offerente. Sia Leonardo che il Politecnico ne beneficeranno,
a seconda degli accordi di volta in volta fatti sui singoli contratti:
il duplice uso, da questo punto di vista, è una preziosa opportunità di
lucro. Si pensi al fatto che, per utilizzare una tecnologia civile
brevettata per scopi militari, si dovranno versare concessioni e
diritti. In questa commistione di interessi economici, la questione
etica non è solo relativa a chi vendiamo gli Eurofighter Typhoon
costruiti da Leonardo (spoiler alert: il regime militare egiziano è in
lizza per acquistarne ventiquattro, per una spesa di quattro miliardi di
euro). Ma diventa anche la seguente: come sono state generate le
tecnologie all'interno dell'Eurofighter, e chi è responsabile per cosa,
nella sua costruzione, quando le reti culturali, sociali ed economiche
tra ricerca e "difesa" sono avviluppate in uno spirito e in un interesse
comune, e sono quindi funzionali le une alle altre - in una parola,
reciprocamente militarizzate?
*Tratto da: Universitá e Militarizzazione, ERIS Edizioni (2023)
https://alternativalibertaria.fdca.it/
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