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(it) Italy, FAS Sicilia Libertaria: SCENDERE I STRADA A DIFESA DELLA SANITA' PUBBLICA - Riccardo Ricceri (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 10 May 2024 10:07:10 +0300


La Sanità rappresenta un punto di vista privilegiato per analizzare i rischi connessi all'autonomia differenziata. Senza timore di passare per catastrofisti, possiamo affermare che con essa si darà il definitivo colpo di grazia ad un Sistema Sanitario Nazionale (SSN) già al limite del collasso. ---- Il SSN convive infatti con profonde fratture strutturali, distribuite lungo le faglie nord/sud, aree interne/aree metropolitane, classi ricche/classi povere. La Salute si sta già trasformando da Bene Comune a bene di lusso. Alcuni indicatori lo testimoniano: i livelli minimi di assistenza (LEA) sono ben lontani dall'essere rispettati nelle Regioni meridionali, o in aree, come la Lombardia, stritolate dalla concorrenza sleale dei privati; lo scarto nella vita media è netto: chi nasce in Sicilia vive mediamente 3-4 anni in meno di chi nasce in Lombardia; la mobilità dal Sud verso il Nord (di pazienti e di professionisti) è costante, con guadagni stratosferici da parte delle Regioni settentrionali; le aree interne sono sempre più impoverite, con i PS periferici (in tutto il Paese) spesso coperti da soli medici "a gettone" e con le cure domiciliari ridotte al lumicino per la carenza di infermieri.

Gran parte di queste disuguaglianze ricalcano le "due velocità" storiche del Paese (sia geografiche che di reddito), ma riflettono anche le precise scelte politiche compiute nei decenni, tese a mantenere (se non ad aumentare) i gap. Pensiamo, ad esempio, a come viene distribuito il Fondo sanitario nazionale. Considerato che il criterio usato tiene quasi esclusivamente conto dell'anzianità della popolazione, le Regioni settentrionali ne escono avvantaggiate. Ora, che si tenga conto della fragilità connessa all'invecchiamento è legittimo. Ma è inaccettabile che non si consideri la fragilità connessa alla povertà, e che non si inquadri la malattia nella sua dimensione sociale. Il presupposto latente di questo approccio risiede nel moralismo delle classi benestanti, le quali tendono a considerare la povertà non come il prodotto di condizioni storiche e politiche, quanto come la manifestazione di una disparità naturale. Ovvero: se il povero è povero, la colpa è solo sua. Solo un preconcetto del genere può spiegare il perché - già oggi - lo Stato non incrementi i finanziamenti alle Regioni che faticano a rispettare i LEA.

E' su questa crisi strutturale che grava la spada di Damocle dell'Autonomia differenziata. Sebbene i contorni della riforma siano ancora poco chiari, non è affatto difficile prevederne i rischi. Le tre Regioni chiedono infatti di poter gestire in autonomia quasi tutto l'ambito sanitario: i vincoli di spesa; le specializzazioni; i sistemi tariffari; la governance aziendale; la gestione dei fondi integrativi; la gestione del personale.

Senza entrare nei dettagli, ci sono tutte le ragioni per temere che l'applicazione di queste norme comprometta seriamente il principio redistributivo alla base del SSN. Sistema che, per quanto già in crisi, ad oggi funge ancora da "correttivo" degli squilibri interni al Paese e da garanzia minima di equità ed universalità.

Nel momento in cui le Regioni più ricche terranno per sé la gran parte delle risorse, a detrimento inevitabile delle altre (con un meccanismo di "mors tua vita mea"), è facile immaginare che le Regioni del Sud dipenderanno sempre più da quelle del Nord; che le aree interne e periferiche dipenderanno dai grandi centri urbani; e che le classi meno abbienti resteranno sempre più in balia della speculazione della sanità privata.

Ad onor del vero, la riforma prevede delle garanzie di "sicurezza", quali il rispetto dei LEA e i vincoli di bilancio. Ma si tratta più di minacce che di garanzie. Se già oggi il SSN fatica a rispettare i LEA in molte Regioni, quali garanzie avremo un domani da un sistema sanitario "balcanizzato" e senza più alcuna equità redistributiva? Ancora, come potranno essere risanati i prevedibili squilibri territoriali, dal momento in cui si escludono aumenti di spesa?

L'autonomia differenziata è dunque una manovra "polifunzionale" che al contempo: completa lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione della Sanità; aumenta il divario fra ricchi e poveri come quello fra Nord e Sud; pone una pietra tombale sui principi di equità e sul diritto alla Salute. Allo stesso tempo, dettaglio non trascurabile, funge da comoda merce di scambio politico fra promotori del federalismo e promotori del presidenzialismo.

Questa strategia, che all'occhio cinico della realpolitik può sembrare illuminata, non tarderà a mostrare tutta la sua miopia, con effetti catastrofici non solo sulle Regioni meridionali, ma sulla tenuta dell'intero sistema Paese.

Un sistema sanitario così frammentato e asimmetrico, porterà infatti ad un sovraccarico delle Regioni settentrionali, sempre più prese d'assalto sia dai pazienti che dai professionisti, attratti dal miraggio di salari più alti. E' facile prevedere che le Regioni "vip" tenteranno di difendersi dall'assalto alla diligenza, e non mediante il potenziamento dei servizi pubblici (cosa apparentemente non possibile, dato che lo stesso DDL Calderoli pone vincoli di bilancio), quanto ricorrendo all'attività privata non convenzionata, che ringrazierà. A soffrire per primi (in tutto il paese), saranno soprattutto i cittadini non appartenenti alle fasce alte o molto alte di reddito, che dovranno rinunciare alle cure o ai costi (sempre più alti) delle polizze.

Ma ciò che è ancora più importante sottolineare, è l'aggravamento dello squilibrio territoriale del sistema sanitario nel suo complesso. La tutela della Salute funziona (e lo abbiamo imparato a nostre spese con la pandemia), solo ad alcune condizioni: che il sistema che la gestisce sia diffuso equamente e capillarmente nel territorio; che tutti i cittadini abbiano uguale accesso alle cure; che si prediliga la prevenzione alla cura; che si ragioni in modo coordinato a livello internazionale, condividendo i saperi e le cure. Come avremmo affrontato la pandemia in un sistema sanitario "regionalizzato"? Chi avrebbe impedito alla Lombardia di vaccinare "per PIL", come aveva sciaguratamente suggerito la Moratti?

In un frangente così tragico, gli operatori sanitari continuano a concentrarsi sulle loro piccole battaglie salariali, incapaci di comprendere che la partita vera si sta giocando su un altro campo. Le associazioni, la società civile, gli operatori del settore, faticano a maturare una visione lucida e condivisa, così che il DDL procede speditamente il suo iter e il tempo a nostra disposizione si assottiglia. Recentemente, segnali incoraggianti sono arrivati dalle piazze di Napoli, che ha unito molte sigle e acceso i riflettori sul tema. Tuttavia, il dibattito in Italia continua a restare sotto traccia. Se non vogliamo rinunciare "alla nostra più grande conquista sociale e ad un pilastro della democrazia", serve innescare il dibattito e scendere in strada. E serve farlo ora.

Riccardo Ricceri

https://www.sicilialibertaria.it/
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