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(it) Italy, UCDI #183 - GUERRAFONDAI! (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 20 Apr 2024 11:39:44 +0300
Le elezioni europee si avvicinano e la leadership uscente della
Commissione europea mette a punto il suo programma futuro, dettando i
temi della campagna elettorale. L'accentuazione della linea bellicista
di Ursula von der Leyen e del suo endurance, costituisce una svolta
preoccupante, ma per alcuni versi obbligata, della politica dell'Unione
europea, la quale deve affrontare il cul-de-sac nel quale si è infilata
e sciogliere il nodo dell'incompatibilità, tra attuazione di una
politica green, creazione di una nuova economia neo-curtense e l'assenza
dei capitali necessari alla realizzazione del progetto a causa delle
spese militari crescenti e del riarmo richieste dalla guerra in Ucraina.
Quando nel 2019 si svolsero le ultime elezioni europee il mandato
ricevuto dalla Commissione era chiaro: le risorse avrebbero dovuto
essere finalizzate a combattere i mutamenti climatici per dar vita ad
una nuova economia genericamente definita green ma che è più appropriato
identificare con il termine neo-curtense. Invertendo la tendenza ad una
globalizzazione sempre maggiore ci si prefiggeva di perseguire
un'autosufficienza relativa e il rientro di una serie di filiere
produttive all'interno del territorio dell'Unione, di combattere la
delocalizzazione produttiva, con abbattimento dei costi della logistica
e una maggiore attenzione al mercato interno, indubbiamente uno dei più
ricchi del mondo. Perché il progetto potesse andare in porto era
essenziale il mantenimento delle condizioni di partenza, costituite da
una disponibilità dell'energia a basso costo che avrebbe consentito la
persistenza e lo sviluppo delle attività manifatturiere e assicurato la
competitività delle merci prodotte in Europa rispetto a quelle
provenienti dai mercati dei paesi emergenti, caratterizzati dall'uso di
energia fossile, da un costo abbastanza contenuto delle materie prime e
della forza lavoro a costi relativamente bassi, fattori certamente più
disponibili per i paesi non europei di quanto lo fossero per l'Europa.
Se non che la pandemia prima e poi la guerra in Ucraina hanno assorbito
enormi risorse e chiesto investimenti nei vaccini per contrastare la
diffusione del contagio, il che ha portato anche ad una riduzione dei
volumi produttivi, anche se temporanea, dovuta ai lockdown, per essere
poi seguita, prima che la ripresa potesse subentrare, dallo scoppio
della guerra che ha assorbito crescenti risorse finanziarie e investimenti.
A questa nuova situazione l'Europa ha cercato di porre riparo con il
ricorso al debito comune, compiendo notevoli passi avanti sul terreno
dell'integrazione economica ed è così riuscita a condurre, sia pure fra
molte incertezze, l'acquisto comune dei vaccini, ha rilanciato la
produttività con la messa a disposizione dei capitali del PNRR, ai quali
hanno attinto in misura diversa i paesi dell'Unione, mettendo in gioco
per la prima volta la capacità del sistema Europa di contrarre debito
comune.
Tuttavia quando sono subentrate le spese di guerra e quelle di gestione
dell'enorme flusso di profughi provenienti dall'Ucraina, le spese
necessarie a mantenere uno Stato fallito come quello ucraino, (per il
quale oggi è l'Unione europea a pagare i costi delle pensioni, del
sistema sanitario, dell'apparato amministrativo e quant'altro), per far
fronte al fabbisogno finanziario corrente, in un primo momento l'Unione
ha raschiato il fondo del barile, cercando risorse nelle pieghe del
bilancio comunitario, ma poi, con il perdurare della guerra e il
crescere delle richieste ucraine, a fronte progressivo venir meno
dell'impegno degli Stati Uniti, la Commissione ha scelto di mettere
maldestramente le mani su quella che costituisce la quota maggioritaria
del bilancio comunitario, e cioè sulle risorse per l'agricoltura, per
drenare da questa voce di bilancio i capitali necessari a finanziare la
guerra.
Quello che sta avvenendo sul campo di battaglia, con il progressivo
arretramento delle truppe ucraine sul campo, dimostra che quando è stato
fatto finora non basta, anche perché, in risposta alla crisi ucraina, la
Russia ha progressivamente convertito la propria in economia di guerra,
non trascurando un progressivo aumento della produzione anche di beni di
consumo, per effetto di un fenomeno complesso costituito dall'intreccio
tra effetto delle sanzioni, il venir mano di alcuni beni sul mercato
interno, sopravvenute capacità del sistema produttivo interno di
sopperire al fabbisogno.
Il combinato disposto di questo insieme di fattori è stato l'aumento del
4,5 % del PIL russo nel 2023, a fronte della caduta del PIL dei paesi
facenti parte dell'Unione europea che hanno avuto incrementi certamente
inferiori se non negativi.
Economia di guerra
Ora, la Commissione uscente, nel delineare il programma politico per la
prossima legislatura, non trova di meglio che prefiggersi la
riconversione dell'economia dell'Unione in economia di guerra,
dichiarando che i problemi della difesa, o se si preferisce dell'offesa,
sono prioritari rispetto ad ogni altro. Per farlo deve spudoratamente
mentire su quando sta avvenendo in Ucraina e sull'intera vicenda
costituita dall'intervento della NATO a favore di quel paese.
Se vi fosse onestà intellettuale nei politici di Bruxelles, nel
delineare il loro programma, essi dovrebbero partire da un'analisi
oggettiva dei fattori che hanno portato al conflitto ucraino e trarne le
conseguenze. Sarebbe necessario dire a tutti i cittadini dell'Unione,
poco convinti - giustamente - dal fornire un sostegno incondizionato
all'Ucraina, quali sono gli interessi e le ragioni che stanno alle
origini del conflitto, mettendo in evidenza i contrastanti interessi dei
diversi attori internazionali. Si dovrebbe allora cominciare dicendo che
l'Unione europea è caduta nella trappola della Gran Bretagna, che,
perseguendo la sua politica di divisione del continente, ha fatto di
tutto perché il conflitto in Ucraina non si ricomponesse mediante la
trattativa e si è adoperata in ogni modo, a guerra scoppiata, perché il
conflitto continuasse.
Ribadita che quella di Mosca all'Ucraina costituisce l'aggressione da
parte di uno Stato sovrano ad un altro, sarebbe necessario aggiungere
che lo scontro in corso riguarda gli interessi di un insieme di
oligarchi russi che ambiscono a conseguire il controllo dell'economia
ucraina e del suo territorio, in contrasto con un altro insieme di
oligarchi ucraini, i cui interessi sono connessi sia alle multinazionali
che si occupano di agricoltura che a quelle che privilegiano gli
investimenti in materie prime, le quali ambiscono a fare altrettanto.
Questi due gruppi di interesse si stanno scontrando per il controllo del
territorio ucraino e delle sue risorse, incuranti del massacro del
popolo ucraino e del popolo russo. La libertà, la democrazia, le
istituzioni libere del popolo ucraino, non c'entrano nulla, prova ne sia
che con la copertura della legge marziale emanata in Ucraina ogni
libertà è stata cancellata: undici partiti di opposizione sono fuori
legge; è scomparsa la libertà religiosa, lasciando spazio e offrendo il
sostegno delle istituzioni alla persecuzione di una banda di criminali
formata da preti e monaci contro altri preti e monaci, che combattono
una guerra senza esclusione di colpi, nel nome di una Chiesa autocefala
che ambisce di strappare ad un gruppo di monaci e preti concorrenti il
controllo di beni ecclesiastici e di edifici di culto di antico e
accreditato prestigio, nonché di grande e riconosciuto valore economico.
Costoro approfittano della guerra e del contrasto tra le diverse
componenti economiche e sociali della società, sfruttando contrasti
relativi ad interessi geostrategici, ne approfittano per mettere a segno
un regolamento di conti che ha radici in una lettura distorta della
tradizione e della storia religiosa.
Gli interessi dell'Unione e dei suoi popoli
A fronte di questa situazione così complessa viene da chiedersi quale
interesse vi sia per i popoli che fanno parte dell'unione europea di
lasciarsi coinvolgere in questa operazione di macelleria che vede come
vittima due popoli e scontrarsi due oligarchi: Putin che ambisce ad
essere il nuovo zar e il grande elemosiniere, e Zelensky, un oligarca
ucraino, solo apparentemente espressione di un regime democratico, ma in
realtà un epigono dell'inquilino del Cremlino.
Esaminando in modo oggettivo e a prescindere da pregiudizi ideologici la
situazione sul campo l'Unione europea dovrebbe riconoscere che non è
negli interessi economici e politici dei cittadini degli Stati
dell'unione l'ingresso dell'Ucraina nell'Ue per una molteplicità di
ragioni che andremo ad elencare.
L'ingresso del paese nell'Unione comporterebbe uno sconvolgimento della
politica agricola comune, convogliando verso il territorio ucraino la
gran parte delle risorse finanziarie e creando fenomeni di sleale
concorrenza verso le produzioni comunitarie poiché esse si troverebbero
a confrontarsi con la vendita di prodotti ucraini sul mercato interno
europeo, coltivati senza il rispetto delle norme comunitarie e con costi
certamente minori e concorrenziali a quelli degli agricoltori europei i
quali hanno assaltato e disperso merci e derrate agricole ucraine
indebitamente vendute sul mercato europeo interno sfruttando l'apertura
dei cosiddetti corridoi di solidarietà, assaltandole e disperdendole.
Lo sfruttamento delle risorse minerarie ed industriali ucraine si
presenta problematico, a causa dell'inquinamento del suolo dovuto alla
guerra, della presenza di sterminati cambi minati che impediscono
l'agibilità del suolo, la distruzione dell'apparato industriale ed
estrattivo, l'uso di proiettili di uranio impoverito che hanno inquinato
falde acquifere e territorio, non ultima, la problematicità di accesso a
questi territori a causa della presenza militare russa. Un pieno
sfruttamento di queste risorse richiederebbe il ritiro totale,
incondizionato, dal territorio ucraino della Russia, l'obiettivo che non
sembra né ragionevole né perseguibile nei fatti.
La guerra ha desertificato il territorio ucraino, riducendo la sua
popolazione ben al di là degli effetti di quella che era una crisi
demografica già molto grave, per cui la ricostruzione del territorio
ucraino appare quando mai difficile, mentre non appare pensabile che le
popolazioni che hanno imboccato la strada della diaspora siano
disponibili ad un ritorno sui territori che hanno abbandonato e che si
presentano oggi dissestati ed invivibili a causa della guerra.
Un rimedio peggiore del male
Per sopperire almeno in parte ai problemi che abbiamo ricordato e
procacciarsi i capitali necessari si fa strada tra gli appartenenti alla
leadership della Commissione uscente la proposta di attingere ai
capitali e beni sequestrati, appartenenti al governo russo o ad
oligarchi che fanno capo alla cerchia del dittatore Putin.. Alla Banca
centrale russa sono stati congelati 400 miliardi in riserve valutarie
all'estero e, nella sola Ue, i patrimoni sequestrati agli oligarchi
amici del Cremlino ammontano a 228 miliardi di dollari. Si applicherebbe
in sostanza al governo russo quell'insieme di norme che consente il
sequestro di capitali mafiosi o del narcotraffico, per dedicarli ad uso
civile o armi; è questa la conseguenza più immediata del considerare
quello russo alla stregua di uno Stato criminale.
Questa scelta, a nostro avviso, avrebbe un'indubbia efficace mediatica,
ma conseguenze a dir poco disastrose sotto il profilo dei rapporti con i
mercati globali, poiché ciò significherebbe negare qualsiasi tutela e
garanzia ai depositi di capitali in banche diverse da quelle
direttamente controllate dal proprio paese, significherebbe porre un
limite serio e
invalicabile alla circolazione di capitali con le conseguenze
immaginabili per l'economia a tutto vantaggio dei BRICS.
Più realisticamente c'è invece da attendersi una politica di riarmo e di
rilancio dell'attività dell'industria bellica, con la conseguenza che
una volta che la riconversione verso la produzione bellica di
un'economia è avviata è estremamente difficile tornare indietro; non
solo, ma una volta che le armi vengono prodotte il mercato che le
richiede si satura, se non si provvede contemporaneamente a smaltirle ed
utilizzarle attraverso ulteriori conflitti. Ciò vuol dire che le
occasioni. le possibilità di guerre, prolifereranno a dismisura, che le
risorse disponibili verranno indirizzate verso il mercato delle armi e
sottratte agli impieghi che riguardano sanità, istruzione, welfare, fame
nel mondo, iniziative di pace, benessere civile e sociale, per aumentare
le occasioni di morte, di violenza. di sopraffazione, di diseguaglianza.
La Redazione
https://www.ucadi.org/2024/03/17/guerrafondai/
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