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(it) Italy, FDCA, Cantier #24: Bonus (Asili) mamme: una scelta a favore delle donne? (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 12 Apr 2024 10:13:39 +0300
Nella legge di bilancio 2024 il governo Meloni ha inserito, con grande
enfasi da parte della ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella,
misure a sostegno di famiglie, lavoro femminile e natalità,
ulteriormente in calo. ---- Queste misure principalmente riguardano:
---- a) un aumento del bonus per l'asilo nido per le famiglie con ISEE
inferiore a 40.000 euro, ---- b) una riduzione di contributi
previdenziali per le lavoratrici madri di 3 o più figli con rapporto di
lavoro dipendente a tempo indeterminato. ---- Rispetto al primo punto
c'è da evidenziare che è una misura che rischia di avere un effetto
assai limitato considerata la scarsità dei nidi, e spesso, dove ci sono
non hanno posti a sufficienza.
Infatti i tassi di copertura dei servizi per l'infanzia sono
notevolmente inferiori in Italia rispetto alla media europea: 26,3%
contro il 47,2% per la fascia di età 0-3° anni, senza considerare la
notevole disparità territoriale che vede le regioni meridionali
particolarmente carenti sotto questo aspetto visto che la copertura per
i servizi per l'infanzia nel Centro-Nord è quasi il doppio di quella del
Sud.
Per quanto riguarda invece la questione della decontribuzione per le
lavoratrici madri è una misura discriminatoria perché pensata solo per
quelle con almeno 3 figli (due in via sperimentale per soli 2 anni) e,
soprattutto, perché riguarda donne assunte a tempo indeterminato, cioè
una categoria estremamente minoritaria e, in qualche modo "privilegiata"
rispetto alla maggioranza di donne con un lavoro precario.
Infatti secondo i dati ISTAT poco più di un terzo delle donne in età
riproduttiva (18-45 anni) ha un lavoro dipendente a tempo indeterminato
e di queste solo l'1,28% ha tre figli.
E' evidente che è una manovra più di effetto che di sostanza e non
incide certamente sul problema della denatalità, come invece la si è
voluta presentare.
Per ottenere risultati significativi al riguardo sarebbero necessari
interventi strutturali, soprattutto rispetto al tema della
precarizzazione del lavoro i cui livelli, nel nostro paese, sono molto
più alti rispetto a molti paesi del Centro-Nord Europa, soprattutto per
le donne.
Inoltre un problema non affrontato concretamente è l'insufficiente
numero di posti nido, inferiore a quello degli anni pre-pandemia e con
lunghe liste di attesa, problema che, unito a quello della scarsità di
nidi che prevedono l'esenzione delle rette in relazione alle condizioni
economiche delle famiglie, penalizza proprio i nuclei più disagiati sia
dal punto di vista economico che geografico.
Il bonus asili nido quindi è un intervento che si fonda ancora una volta
sull'idea che le sole erogazioni economiche siano una sufficiente leva a
sostegno della genitorialità. Ma l'aspetto più pericoloso che emerge da
questa manovra è una visione che considera il lavoro di cura, quello
verso i bimbi e verso gli anziani, ancora quasi esclusivamente sulle
spalle delle donne.
E' l'idea di famiglia propagandata dalla presidente Meloni e dal suo
governo, un'idea che si fonda proprio sulla non condivisione del lavoro
di cura affidato a mamme, mogli, figlie.
Del resto cosa aspettarsi da un governo in cui una esponente del partito
della presidente del consiglio afferma tranquillamente che la massima
aspirazione per una donna è quella di essere madre (!!!).
Oppure quando una assessora comunale di Fratelli d'Italia ad Arezzo
propone di penalizzare in graduatoria per l'asilo nido quei bambini che
hanno nonne sotto i 70 anni senza particolari problemi di salute,
veicolando un'idea che il nido non è una fase di inserimento e
socializzazione nello sviluppo del bambino, ma essenzialmente un
parcheggio e che la cosa migliore è che se ne occupi la mamma o, in
alternativa, la nonna. Tutto questo alla faccia di tutta la pedagogia
che individua nella scuola per l'infanzia uno strumento importante per
lo sviluppo della personalità delle bambine e dei bambini
A conti fatti, insomma, i tanto sbandierati provvedimenti a favore della
maternità risultano del tutto insufficienti e contraddittori visto che
vanno a favore delle donne più forti e non delle più fragili. Infatti
che senso ha ridurre i contributi alle lavoratrici a tempo indeterminato
che fanno il terzo figlio quando la maggioranza delle donne a stento ne
fa uno e quasi sempre ha un lavoro precario?
E poi che senso ha aumentare il bonus asili nido quando la maggior parte
dei posti in questi servizi è concentrata al nord (dove peraltro
l'importo delle rette è ben superiore a quanto previsto dal bonus)
mentre scarseggiano vistosamente al Sud dove forse ce ne sarebbe più
bisogno per favorire l'occupazione femminile?
In questo modo si accentua ulteriormente il divario tra le regioni del
nord e quelle del sud con meno servizi, con meno lavoro e, ovviamente,
con meno opportunità per le donne.
Riguardo poi al problema della denatalità l'ultimo censimento dell'ISTAT
mostra una curva demografica in discesa.
Basti pensare che nel 2022 sono nati solo 392 mila bambini con un
decremento rispetto all'anno precedente del 1,7%, pari a 7.000 nascite
in meno.
E' quindi evidente che è su questo aspetto che è necessario intervenire,
ma non con misure spot come quelle proposte dal governo, quanto
piuttosto con interventi strutturali e coerenti con l'obiettivo.
Ma se il binomio maternità e lavoro continuerà ad essere incompatibile a
causa delle condizioni socio economiche che le donne si trovano ad
affrontare, difficilmente si potrà invertire questa tendenza.
Fermo rimanendo che la scelta della maternità deve comunque rimanere una
scelta e deve essere rispettato pienamente il diritto di ogni donna di
decidere liberamente di non essere madre senza che questo diventi uno
stigma sociale, in Italia la percentuale di donne senza figli è
raddoppiata passando dal 10% per le nate negli anni 40 al 21% per le
nate negli anni 80 e spesso l'assenza di figli è l'esito non
intenzionale della decisione di ritardarne la nascita per motivazioni
quasi sempre di natura economica e lavorativa
Quindi perché si arrivi ad un cambiamento al riguardo è necessario,
innanzitutto, aumentare l'occupazione femminile stabile e dignitosa,
ridurre il differenziale salariale e, non ultimo, mettere in campo
strumenti concreti di condivisione del lavoro di cura.
Riguardo a questo punto è opportuno sottolineare come il Italia il
congedo di paternità è assolutamente inadeguato visto che il numero di
giorni a disposizioni dei papà è di soli 10 giorni ben lontano da quello
previsto, per esempio, in Spagna che risulta essere di 16 settimane.
E' evidente che 10 giorni non potranno certo fare la differenza al fine
della piena condivisione delle responsabilità famigliari, né tantomeno
potranno servire a contrastare efficacemente la discriminazione in
entrata nel mondo del lavoro che riguarda soprattutto le donne.
Parallelamente un'altra "chicca" di questo governo è quanto previsto
nella legge di bilancio sul problema della non autosufficienza che è
l'altra faccia della stessa medaglia, dove è stato presentato un
"provvedimento estremamente innovativo che punta a costruire un nuovo
modello di welfare che permetterà di dare risposte concrete ai bisogni
di oltre 14 milioni di anziani, di cui 3,8 non autosufficienti" come ha
spiegato la viceministra del lavoro Maria Teresa Bellucci (FdI).
Peccato però che poi a ben vedere quanto stanziato in legge di bilancio
riguarderà soltanto una platea di soli 25.000 anziani ben lontano quindi
dalle cifre sbandierate e soprattutto ben lontano dal risolvere il problema.
Eppure questo provvedimento avrebbe dovuto tradurre in pratica la legge
delega 33/2023 per la riforma dell'assistenza agli anziani, una riforma
particolarmente sentita proprio in considerazione che siamo un paese con
un sempre crescente numero di anziani, spesso con patologie importanti e
non autosufficienti, che necessiterebbero di assistenza domiciliare o
residenziale di qualità e che invece, ancora una volta, sono lasciati
sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne.
Al di là della propaganda che viene quotidianamente sbandierata
soprattutto attraverso i media in gran parte ormai completamente
asserviti all'esecutivo, è evidente come questo governo si muova
essenzialmente in un'ottica di superamento del modello di welfare
universale sostituendolo con un'idea familistica dove appunto è la
famiglia (e quindi la donna) a doversi far carico di tutti gli aspetti
legati all'assistenza, dall'infanzia agli anziani non autosufficienti.
Un'idea che, sia ben chiaro, non nasce con questo governo ma ha trovato
un humus favorevole nei vari governi che si sono succeduti e che si sono
mossi in un'ottica liberista in cui i processi di privatizzazione, a
partire dalla sanità per arrivare fino all'istruzione passando dal
sistema pensionistico e da molti altri servizi pubblici, hanno portato
avanti un attacco allo Stato Sociale e alle condizioni della classe
lavoratrice, tutto questo accompagnato da una visione sostanzialmente
misogena e patriarcale che relega, nei fatti, la donna a ruoli
subordinati, marginali e discriminanti.
http://alternativalibertaria.fdca.it/
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