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(it) Sicilia Libertaria 2-24: Speciale alerci - SICILIA: CALDO E DESERTIFICAZIONE (ca, de, en, pt, tr) [traduzione automatica]
Date
Fri, 8 Mar 2024 08:16:15 +0200
Se è vero che la questione ambientale sembra essere al centro del
dibattito pubblico, in realtà pare che ogni giorno di più il problema
confonda le pubbliche opinioni. Nelle posizioni di politici e decisori
si passa dall'irrazionalismo, al negazionismo, fino, per converso, al
cieco catastrofismo: anche chi ancora cerca di seguire l'evolversi di
tale dibattito non ha reale percezione di quello che sta per accadere.
---- Sappiamo tutti che, da almeno quattro decenni, il clima è dentro un
vortice di cambiamenti inarrestabili. Chi ha ancora memoria ricorda che
già negli anni Ottanta del Novecento gli studi sugli effetti dei gas
serra erano usciti dalle stanze dell'accademia e cominciavano ad essere
parte del dibattito pubblico. Se ne parlava a scuola, durante le ore di
scienze. Se ne parlava, ogni tanto, nei telegiornali. E cominciavano a
circolare le prime previsioni su cosa dovessimo aspettarci nel futuro
più o meno immediato. Per tutta l'area sud del Mediterraneo, si parlò
subito di una riduzione progressiva della piovosità sino a una
percentuale, spaventosa, del 30%: un ambiente che già era in una
condizione di equilibrio molto precario, con estati siccitose, un luogo
vicino pochissime centinaia di chilometri al deserto più vasto del
pianeta, ebbene questa terra già infelice sarebbe andata incontro ad un
cambiamento quasi apocalittico.
Quarant'anni dopo quelle previsioni, siamo arrivati al punto. Nonostante
un certo ritardo rispetto ai tempi indicati per gli scenari previsti,
probabilmente legato all'inerzia dei sistemi climatici del mare nostrum.
Se, infatti, nelle regioni settentrionali il mutamento del clima è
devastante già da un ventennio, con i ghiacciai alpini in velocissima
ritirata (alcuni hanno perso la metà del volume) a causa soprattutto di
temperature estive inedite per quelle latitudini, al sud sino agli anni
dieci del Duemila, avevamo avuto una relativa tregua: inverni piovosi il
giusto, addirittura nevi abbondanti come non se ne vedevano da tempo
(basti pensare alle ondate artiche del 2015, 2017, 2019). Ma era un
effetto temporaneo che tra l'altro ci ha fatto capire, se fosse ancora
necessario, la differenza tra eventi meteorologici e cicli climatici: se
per uno, due, tre anni, ma anche dieci, piove di più o nevica di più (o
di meno) nulla conta rispetto alle medie di più lungo termine, nello
specifico della climatologia trentennale.
E allora si scopre che quegli scienziati, i quali quaranta e più anni fa
ci parlavano di effetto serra, avevano ragione, eccome: se prendiamo
come riferimento gli annali climatici delle stazioni della Sicilia
interna possiamo registrare un aumento di tre gradi dei valori medi,
minimi e massimi. Proprio così, tre gradi, perché un aumento già di un
grado della temperatura media globale può significare un aumento anche
di cinque e più gradi delle temperature medie di singole aree. E allora
ci sta andando ancora bene, ma purtroppo siamo in tempo per vedere di
peggio. Il 2021 sembra infatti avere tutte le caratteristiche per
segnare un nuovo salto in avanti nella crisi climatica mediterranea: dal
2021 e sino all'ultima estate 2023, stiamo assistendo all'affermarsi
definitivo del neo clima mediterraneo. In primo luogo, è stato stabilito
in Sicilia il nuovo record di caldo europeo, i 48,8 gradi dell'11 luglio
appunto del 2021 in agro di Siracusa. Ma questi picchi in fondo ci sono
sempre stati. Ciò che sta cambiando la natura del nostro clima è invece
il fenomeno della persistenza. Uno degli effetti maggiormente studiati
del cambiamento climatico è infatti relativo al rallentamento delle
correnti, sia atmosferiche che marine, con il conseguente affermarsi
delle stesse configurazioni meteorologiche per settimane e anche mesi
nelle stesse aree. In particolare, l'estate europea è ormai preda di un
nuovo tipo di anticiclone, a prepotente matrice sahariana, innescato
dalla discesa nel vicino Atlantico di quegli afflussi freddi che in
passato scorrevano veloci alle alte latitudini e che ora invece
affondano lenti richiamando da noi, giorno dopo giorno, aria sempre più
calda. Ebbene, proprio da quell'estate terribile del 2021, i fenomeni
appena descritti innescano valori in quota (misurati da appositi
sondaggi aerei in libera atmosfera, alla quota di circa 1500 metri sul
livello del mare) di 28-30 gradi contro i 25 delle peggiori ondate calde
ante riscaldamento, e, soprattutto, una persistenza che se in passato
era di 3-7 giorni ora arriva a 12-17 giorni. Con quali effetti? Lo
abbiamo visto: temperature diurne di 38 gradi a 1000 metri di altezza
per settimane, ininterrottamente, e valori sopra i 44-45 gradi nei
fondovalle (da notare che queste ondate di calore, per il fenomeno della
compressione delle masse d'aria legata agli altissimi valori di
pressione, determinano in proporzione valori più elevati sui monti che
sulle coste).
Le estati del 2022 e del 2023 non sono state da meno, del resto. La
scorsa estate, ad esempio, nonostante non si siano avuti nuovi record
assoluti, è stata caratterizzata dalla più lunga onda calda mai
registrata da quando esiste una rete moderna di stazioni meteo in
Sicilia, della durata di ben 18 giorni. Durante questi episodi, hanno
perso anche la metà delle foglie alberi pur resistentissimi alla
siccità, per non parlare della sofferenza delle faggete d'alta quota.
Di fronte a questo scenario, anche precipitazioni abbondanti, anche nevi
abbondanti che pur ancora non mancano, poco possono fare per garantire
la sopravvivenza degli ecosistemi. E' l'estate infatti la stagione che
decide l'andamento climatico sul lungo periodo, non l'inverno; anche
autunni e inverni freddi e piovosi non possono garantire gli ecosistemi
in presenza di estati lunghe sino a novembre e con valori diurni passati
da trenta a quaranta gradi in poco tempo. Figurarsi se,
contemporaneamente, diminuiscono piogge e nevi, come sta accadendo ad
esempio quest'anno e come continuerà ad accadere. Eppure lo sapevamo, ce
lo avevano detto, e lo avevano detto basandosi proprio sullo studio
dell'effetto serra, a dimostrazione che il riscaldamento è di natura
antropica, perché si sta manifestando nei modi previsti da simulazioni
sull'alterazione antropica dei gas presenti in atmosfera, non di chissà
quali altre variabili naturali (che possono pur esserci).
Bisogna allora ricordarci dei nostri doveri, direbbe Vittorini. Da un
lato è indispensabile ridurre le emissioni dei gas serra, subito, con
rinunce e costi inevitabili, che non dovrebbero però gravare sempre e
solo sugli anelli deboli delle catene di valore. Lo dobbiamo fare noi
per primi e non certamente prendere ad alibi il comportamento dei
cosiddetti grandi inquinatori come Cina e India, ai quali in effetti non
è facile chiedere di non fare quello che noi abbiamo sempre fatto per
secoli. E dall'altro lato dobbiamo pensare a sopravvivere, preparando
azioni di mitigazione degli effetti di questi cambiamenti che, anche
qualora utopisticamente smettessimo stanotte di immettere gas in
atmosfera, sono ormai innescati per decenni o per secoli. Il
riscaldamento globale sta già rivoluzionando le nostre vite, i prodotti
dell'agricoltura mediterranea sono sempre meno abbondanti, l'olivo,
pianta simbolo della nostra cultura, produce sempre meno. Non dobbiamo
cambiare pensando al 2050 o al 2100, ma semplicemente ad agosto scorso,
quando nelle città siciliane si liquefacevano le reti di distribuzione
di energia.
Sempre ricordando che abitiamo a poche centinaia di chilometri dal più
grande deserto del mondo.
Luca Alerci
https://www.sicilialibertaria.it/
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