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(it) Sicilia Libertaria 2-24: IL RISCATTO MANCATO - 18 - QUEI "FAVOLOSI" ANNI SESSANTA! (ca, de, en, pt, tr) [traduzione automatica]

Date Thu, 7 Mar 2024 07:57:25 +0200


Abbiamo visto come la Sicilia del dopoguerra si trovi incanalata in un processo neocoloniale in cui uno sviluppo tossico ed estrattivista caratterizza l'intervento statale e privato (foraggiato dal primo), la cui maggior espressione sono i poli industriali della chimica di Milazzo, Gela, Augusta-Priolo-Melilli. Dall'isola non si estrae solo petrolio (scoperto negli anni '50 dalla Gulf e poi ceduto all'Agip) ma si raffina il greggio da importazione, trasformando i territori interessati in vere e proprie cloache delle multinazionali. Ci sarà il lavoro in queste aree e nell'indotto, ma non si tratta di incremento occupazionale: si tratta di spostamenti di residenza, di abbandono di attività più faticose e meno redditizie (soprattutto artigianato ed agricoltura) per lo stipendio fisso da tuta blu. I poli scavano un grande vuoto nei territori (succhiano acqua, bruciano l'aria e i terreni, avvelenano le genti), e accentuano i fenomeni di spopolamento, impoverimento e lenta morte dei piccoli centri.

Basta leggere alcuni dati demografici per comprendere quanto stiamo dicendo. Il comune di Milazzo passa dai 22.013 abitanti del 1951 ai 31.541 del 1991; quello di Gela dai 43.000 del '51 ai 72.500 del '91; quello di Augusta dai 23.500 del '51 ai 34.189 del '91; il comune di Priolo dai 6.545 del '51 agli 11.785 del '91; il comune di Melilli che nel '51 aveva 5.969 abitanti, nel '91 ne conta 11.656.

L'altra faccia dell'estrattivismo coloniale è l'emigrazione, risorsa necessaria a far marciare le industrie del Nord Italia e dell'Europa centrale. Le rimesse degli emigranti rappresentano una fonte importante per la sopravvivenza di milioni di siciliani, permettendogli di uscire dall'età delle caverne in cui in tanti vivevano fino agli anni '50 e di cominciare ad assaporare i frutti del boom economico. Ma non è la società siciliana ad essere artefice del proprio miglioramento: sono le condizioni di sfruttamento coloniale a provocare il suo ingresso nella società dei consumi come area di smercio di merci prodotte al Nord. L'isola è solo un grande mercato di consumatori le cui risorse economiche tornano rapidamente nelle regioni del Nord.

Le campagne abbandonate dagli emigrati, conquistate dalle industrie estrattive, cementificate dalla speculazione edilizia, attraversano una forte crisi in cui solo i più forti riescono a sopravvivere. Sono i potentati di sempre, la vecchia classe nobiliare, la mafia. Il sacco di Palermo e delle più importanti città trasforma l'edilizia in un settore a sviluppo accelerato ma con condizioni di lavoro estremamente arretrate, nonché criminogeno.

Un'eccezione si fa strada nella fascia costiera del ragusano, dove, a partire dalla seconda metà degli anni '50 ha inizio l'epopea delle serre: coltivazioni di primaticci sotto tendoni di plastica, dapprima in un periodo limitato, lentamente per tutto l'anno. Lo sviluppo veloce e prepotente di questa modalità produttiva genera il rafforzamento della piccola proprietà contadina, alimenta un indotto (prodotti chimici, sementi, plastica, legno, chiodi, trattori, trasporti, mercati ortofrutticoli, società di intermediazione, sportelli bancari, ecc.) sempre più vasto, genera un arricchimento del territorio, frena l'emigrazione e, anzi, attira, esattamente come i poli industriali, forza lavoro dall'interno e negli anni successivi, anche dalla Tunisia. Il boom però si trascina dietro problemi molto seri, come l'esaurimento delle falde acquifere, la desertificazione di campagne sottoposte a un iper sfruttamento; l'insorgere di seri danni alla salute nei contadini e braccianti; la sovrapproduzione con il conseguente calo dei prezzi (e dei guadagni) e la necessaria riconversione; l'arrivo degli investitimenti dalle cosche; la gestione criminale dei trasporti, dei mercati, dei processi di confezionamento e distribuzione; e la presenza, fino ai giorni nostri, di una mano d'opera straniera sempre più costretta a condizioni di semi schiavitù. (1)

Nel '60, quando questi processi sono all'inizio, l'isola vive una situazione complessa di condizioni di lavoro precarie, di disoccupazione, di sfruttamento dei lavoratori, con un'"aristocrazia operaia" (prevalentemente nell'industria petrolchimica), ancora in formazione e ignara del prezzo che pagherà (in termini di salute e ricatti). Dalla provincia profonda si muovono le denunce di Danilo Dolci e di intellettuali come Carlo Levi ("Le parole sono pietre"), o di Pasolini, Trombadori, Guttuso che visitano le grotte di Scicli e le aree povere denunciandone le penose condizioni, le vite di stenti, i tuguri in cui vivono in tanti, il degrado di interi paesi e comunità.

Il 1960 vede esplodere questo malessere nelle proteste contro il governo Tambroni, un monocolore DC tenuto in piedi dalla CIA e dal Vaticano, con l'appoggio esterno del MSI (2). Il là, com'è noto, lo dà Genova, con la protesta antifascista esplosa dal 30 giugno, le violente cariche della polizia e la forte reazione popolare. Il pretesto è il tentativo del MSI di tenere il suo congresso nazionale nella città medaglia d'oro della resistenza. I fatti di Genova scatenano proteste in tutto il Paese, e dappertutto la celere carica con violenza i manifestanti. Il 5 luglio a Licata (AG) un corteo per il lavoro (crisi agricola legata al maltempo, chiusura della Montecatini, porto e ferrovie in declino) viene bloccato dai militari della XII brigata mobile dei carabinieri, che sparano sulla folla che occupa la stazione e contro le barricate sulla statale; muore sul colpo il contadino Vincenzo Napoli di 25 anni, colpito da una raffica di mitra; 24 i feriti. La rabbia popolare che segue è distruttiva. "A Licata - scrive "L'Agitazione del Sud", mensile anarchico siciliano (3) - sono state le condizioni economico-sociali-ambientali tipiche delle zone depresse a spingere la popolazione a protestare in piazza con tanta risoluzione e tanto vigore per commuovere l'opinione pubblica nazionale e internazionale ed interessarla a quest'angolo dello "spreco" e della morte. E questa diversità di fini e di propositi - ripetiamo - conferma il carattere spontaneo dei "moti di luglio", che Tambroni volutamente finge di ignorare e nega per giustificare la natura e la condotta del suo governo e l'operato della sua polizia. Pure questi moti rivelano un fondamento, una sostanza ideale comune di cui l'avversione al fascismo non è che una parte, un aspetto, forse il più appariscente, e di cui la protesta economico-sociale di Licata rappresenta un'altra parte, un altro aspetto che si integra e si compendia con quell'avversione. Si tratta di un'appassionata difesa delle "libertà italiane" che Genova e l'Italia tutta vedono sempre più tentate, compromesse e oppresse dal clerico-fascismo per intrinseca natura di questo, ed alle quali libertà Licata e tutto il Sud vedono legati il problema della loro rinascita e la fine delle loro miserevoli condizioni di vita".

Il 6 Roma è teatro di violenti scontri culminati con 600 arresti. Il 7 vi è la mattanza di Reggio Emilia, con 5 morti assassinati dalla polizia. L'8 luglio tutta l'Italia è in piazza contro l'eccidio della città emiliana; in Sicilia la risposta è massiccia in tutti i capoluoghi; a Palermo il 27 giugno era già stato proclamato uno sciopero generale per l'abolizione delle gabbie salariali, il rilancio dell'industria metalmeccanica e dei Cantieri Navali, la municipalizzazione dei servizi pubblici, il risanamento dei vecchi quartieri dove oltre 100mila persone vivevano tra le macerie dei bombardamenti; la più grande manifestazione dal dopoguerra era stata caricata dalla celere; ora a scendere in piazza sono ancora netturbini, edili, operai dei cantieri navali, disoccupati e tantissimi ragazzi; la celere carica al comizio di Pio La Torre, scoppia una giornata di memorabile guerriglia; la sera i morti per mano poliziesca sono 4: Giuseppe Malleo di 16 anni, Andrea Gangitano di 14, Francesco Vella di 42 e Rosa La Barbera di 53.

Nella stessa giornata Salvatore Novembre, disoccupato edile, lasciata sua abitazione di Agira (EN) si dirige a Catania in cerca di lavoro; qui s'imbatte nello sciopero generale e viene coinvolto negli scontri di piazza Stesicoro; le jeep si lanciano sui manifestanti e le loro barricate, gli agenti sparano con mitra, fucili e pistole, sei giovani vengono feriti, uno di essi è il Novembre, costretto a terra dai colpi di manganello, finito da un poliziotto che gli spara addosso ripetutamente e poi trascinato come trofeo e monito.

Nei processi non ci saranno colpevoli, se non i lavoratori e i disoccupati.

Il luglio '60 viene ricordato per i morti di Reggio Emilia, ma il contributo di sangue del popolo siciliano è stato altrettanto grave, se non maggiore.

L'ambiente siciliano non è immune dal vento di cambiamento che spiffera in tutto il Mondo: capelloni e minigonne, nuovi gusti musicali, il Vietnam, accompagnano i primi vagiti della contestazione giovanile. L'azione incisiva di Danilo Dolci trasforma aree depresse in terre di riscatto, sorgono i centri studi, le cooperative, iniziano le lotte per le dighe; un nuovo protagonismo coinvolge gli abitanti, con le donne in prima fila, nello scontro con la classe politico-mafiosa. A partire dal 1960 si costituiscono, per iniziativa di Dolci, Lorenzo Barbera, Paola Buzzola e Carlo Doglio 19 comitati nei 25 comuni delle valli dello Jato, del Belice e del Carboj dando vita ad una esemplare esperienza di autogestione e di riscatto dal basso. Una grande marcia per la Sicilia e per la pace si svolge dal 5 all'11 marzo del '67: è la rivoluzione della valle del Belice. Attorno a Dolci un grande schieramento di intellettuali e volontari, con gli anarchici che manifestano una presenza attiva e solidale fuori e dentro la Sicilia. (4)

A Catania molto vivace è l'ambiente della sinistra non istituzionale, in prevalenza universitario; si sviluppano lotte spontanee, mentre la rivista "Giovane Critica" anticipa tutti i temi della contestazione globale che sarebbe esplosa di lì a poco. In fermento anche l'area anarchica, con la sua stampa e la formazione dei primi nuclei universitari. Nei centri grandi e piccoli i segnali del cambiamento sono evidenti. A dispetto di un '68 visto come fenomeno delle grandi città del Centro Nord, la Sicilia è un laboratorio importante nella prospettiva di rinnovare il sogno rivoluzionario.

L'anno tuttavia si aprirà e chiuderà con i nomi di due luoghi simbolo: il Belice e Avola.

Pippo Gurrieri

Continua

note

Nel 1960 su 64 prefetti, 62 erano stati funzionari del Ministero dell'Interno sotto il regime fascista, come tutti i 214 vice prefetti; 7 ispettori generali di Pubblica Sicurezza provenivano dalla polizia fascista, come 120 questori su 135.

AA.VV., La "fascia trasformata" del ragusano. Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica, Sicilia Punto L, Ragusa, 2021.

Gidie (Gianni Diecidue), Il moto del 1860 - I "Moti di luglio" del 1960, "L'Agitazione del Sud", agosto 1960.

Natale Musarra, Danilo Dolci e gli anarchici, Sicilia libertaria n. 172, gennaio 1999 e La lezione del Belice, Sicilia libertaria n.269, gennaio 2008.

https://www.sicilialibertaria.it/
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