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(it) Sicilia Libertaria 2-24: Gaber, De Andrè, la Rai e noi (ca, de, en, pt, tr) [traduzione automatica]

Date Mon, 4 Mar 2024 10:26:23 +0200


Gennaio è il mese dei buoni propositi e per la Rai da 20 anni è il tempo di ricordare Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, entrambi morti in questo mese. Quest'anno, poi, l'occasione era doppia. Se per il cantautore milanese, deceduto l'1 gennaio 2003, l'occasione è stata la proiezione del documentario "Io, noi e Gaber", uscito appena pochi mesi fa al cinema, per il cantautore genovese ricorreva invece il 25esimo anniversario dalla scomparsa, con la tv pubblica che in questo caso ha optato per un più semplice ripescaggio dal ricco archivio. Allergico come sono alle ricorrenze, mi sono comunque sottoposto alla visione di questi omaggi. Un po' perché si tratta di due artisti ancora fondamentali, dall'incredibile scrittura e dalle voci meravigliose, un po' perché mi affascinano i percorsi di vita di questi due uomini nati borghesi che diventano poi uno un po' anarcoide (Gaber) uno più compiutamente anarchico (De Andrè), un po' perché voglio farmi sorprendere dalla capacità degli enti statali come la Rai di travisare e banalizzare i pensieri complessi.

Il documentario "Io, noi e Gaber" tradisce subito la voglia autoriale di Riccardo Milani, che è anche un noto regista cinematografico ed è sempre alla ricerca dell'inquadratura a effetto o dell'accostamento suggestivo, anche se spesso risulta didascalico. Se è vero che è difficile rendere accessibile per le nuove generazioni il teatro-canzone di Gaber, è innegabile che Milani ci prova molto timidamente, preferendo dare un solo spazio alla "quota giovane" e infarcendo il documentario di voci borghesi e "illustri". Anzi, le testimonianze sono tutte "eccellenti" - giornalisti, cantanti, presentatori tv, politici, attori - e si genera uno spiacevole effetto da "indovina chi sarà il prossimo" che ne inficia il racconto. Non ci sono manco le didascalie per presentare chi parla di volta in volta, evidentemente si fa affidamento sul fatto che a guardare il documentario saranno reduci e nostalgici. Soprattutto perché l'unico sguardo concesso è, appunto, quello dell'artista, l'unico che può raccontare l'Italia che cambia insieme ai testi di Gaber, prima leggeri e prevalentemente meneghini, poi socialmente impegnati e infine amari e rassegnati. Non c'è spazio per il parere di uno studioso sul boom economico o sul j'accuse di "Io se fossi dio", l'analisi femminista delle canzoni d'amore, neppure una voce di una persona comune che ci dica cosa ha significato o cosa significa Gaber per lei. Pochi i momenti degni di nota: la versione di "Addio Lugano bella" a cinque chitarre e cinque voci (Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Otello Profazio e Silverio Pisu), imposta, così pare, dal più noto e potente dei cinque artisti, cioè Gaber, a una recalcitrante tv agli esordi: Gaber che in un'intervista a teatro realizzata dall'amico Mario Capanna dice che "a me il '68 mi ha cambiato"; Luporini (il vero autore del teatro-canzone) che di Gaber dice che "era un piccolo borghese ma con una spinta al cambiamento e alla curiosità". Per il resto il documentario indugia troppo sui ricordi della figlia Dalia. Ma questo è un difetto con cui purtroppo bisogna fare i conti anche per De Andrè.

Più in generale: mai fare trattare gli artisti dai familiari. Sotto il loro controllo la restituzione di uno sguardo diventa un polpettone affettivo. Lo aveva fatto ad esempio la fiction "Il principe libero", che aveva compresso ideologia ed esistenza fuori dagli schemi nella più scontata delle narrazioni. Per fortuna RaiPlay, la piattaforma web della Rai, ha scelto di approfittare delle potenzialità del web e ha garantito per il mese di gennaio la possibilità di godere delle poche partecipazioni televisive di Fabrizio De André. Ne emerge una sensibilità rara, la capacità di soppesare ogni singola parola, la dote conquistata a fatica di rifiutare il deleterio meccanismo della visibilità che banalizza qualsiasi messaggio. Due in particolare sono i miei momenti preferiti. Nel primo servizio, introdotto da un giovanissimo e allora sconosciuto Christian De Sica, Gaber e De Andrè vengono intervistati sulla scelta, allora nuovissima, di includere alcune delle loro canzoni nelle antologie scolastiche. Per un Gaber che si limita a fornire un commento pudico ("questa cosa mi fa un po' ridere, mi imbarazza, forse non è il caso"), De Andrè è più sfaccettato: all'inizio ammette l'iniezione di autostima, con una locuzione arguta ("mi è successo di dirlo a degli amici"), per poi allontanarsene poco dopo, confessando il fastidio per l'obbligo imposto di doverlo studiare e imparare a memoria, e aggiungendo alla fine che nelle sue canzoni i testi senza la musica hanno poco senso. L'altro momento degno di nota è la visita di una troupe Rai all'epoca del ritiro nel casale in campagna in Sardegna.

C'è una naturalezza che quasi stordisce, un'assenza di pose che nella finzione assoluta della tv di oggi brilla ancora di più: al giornalista che racconta le difficoltà per raggiungere il luogo il cantautore ribatte spiegandogli i lavori effettuati e quelli da effettuare, e poi il pranzo tra amici, la timidezza del figlio Cristiano, gli occhi innamorati della moglie Dori Ghezzi che con trepidazione aspetta di inserirsi nel coro di Andrea, suonata da De Andrè e dal figlio in uno dei momenti più belli della tv italiana, il brindisi a Renzo Arbore con De Andrè che chiede chi ha i bicchieri vuoti e invece sono già tutti pieni. Sembra davvero di stare lì, anche noi, a conferma che l'arte è di tutti e non appannaggio di pochi, dei borghesi che la vorrebbero tutta per sé e che la intendono piuttosto come strumento escludente.

Andrea Turco

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