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(it) Italy, FDCA, il Cantiere #23: Solidarietà oltre i confini - Pace e autodeterminazione per i popoli del Medio Oriente - Alfio Nicotra, Copresidente nazionale Un Ponte Per. (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 3 Mar 2024 08:02:13 +0200
Sulla mappa del Medio Oriente il conflitto si espande come una macchia
d'olio. Chi pensava che la guerra si fermasse a Gaza - territorio ormai
ridotto in macerie - e alla Cisgiordania si deve ricredere. ----
L'effetto domino è sotto gli occhi di tutti. In Libano, Siria, Iraq,
Iran e Yemen si combatte in più luoghi anche se ancora, come funamboli
su una corda tesa, quel poco di diplomazia che sopravvive al nuovo dogma
della guerra come risoluzione naturale delle crisi, sta tenendo a freno
gli istinti più incendiari. Ma la corda è tesa a tal punto che rischia,
più prima che poi, di strapparsi.
La questione palestinese data per morta e sepolta prima del 7 ottobre è
tornata prepotentemente all'ordine del giorno. Tutta l'architettura
costruita per una pace senza palestinesi, la cosiddetta "pace di Abramo"
tra Israele e le petrocrazie del Golfo, è andata in frantumi. Così come
in frantumi è andata l'idea coltivata per quasi tre decenni da Tel Aviv
- dall'assassinio per mano di un estremista sionista del premier
israeliano Yitzhak Rabin in poi - di una sicurezza d'Israele basata
sulla tecnologie securitarie più tecnologicamente avanzate, sulla forza
muscolare del quarto esercito più forte del mondo e sulla legislazione
di apartheid con la quale si pensava di neutralizzare ogni velleità di
rivolta del popolo palestinese.
Certo Hamas e i suoi alleati il 7 ottobre si sono macchiati di crimini
contro l'umanità colpendo indiscriminatamente civili, ma nessuna lotta
al terrorismo può legittimare la distruzione dell'80% degli edifici di
Gaza, la deportazione di 2 milioni e 300 mila palestinesi, il
sistematico attacco ad ogni cosa che, per il diritto internazionale,
godrebbe di protezione e dovrebbe essere esclusa da operazioni di guerra
(ospedali, scuole, chiese, moschee, sedi di ong o organizzazioni
umanitarie, campi profughi ecc.).
Il silenzio e la complicità del nostro Governo e di quelli dell'Unione
Europea di fronte al massacro di civili prodotto ogni giorno dall'Idf
(le forze armate israeliane) non è solo pavidità nei confronti del
governo Netanyahu: è una vera e propria cambiale in bianco data ad
Israele che nasconde una oggettiva venatura razzista. Avremmo mai
permesso che nel nome della guerra al terrorismo dell'Ira il governo di
Londra radesse al suolo i quartieri cattolici di Belfast? Oppure al
governo di Madrid, pur di colpire i militanti dell'Eta, di sfollare manu
militari la popolazione di San Sebastian nei paesi Baschi?
La colpevolizzazione di tutti gli abitanti della Striscia di Gaza rei di
aver votato nel 2006 per Hamas, è inaccettabile sotto ogni profilo. La
dignità della comunità internazionale è stata salvaguardata soltanto
dall'iniziativa del governo sudafricano (poi seguita da una dozzina di
Paesi) di denunciare Israele all'Aja per violazione del trattato sul
genocidio. Il segretario generale dell'Onu Gutierrez - sul campo sono
stati assassinati dai bombardamenti israeliani più di un centinaio di
operatori delle agenzie delle Nazioni Unite - ha provato ad invocare il
cessate il fuoco come precondizione irrinunciabile ma è stato bloccato
dal diritto di veto inopinatamente usato dagli Usa a protezione d'Israele.
In questo quadro appare ormai inservibile la giaculatoria su "due
popoli, due Stati" ripetuta come un salmo dai nostri governanti per
salvarsi la coscienza. Questo non solo perché i territori sui quali
secondo gli accordi di Oslo doveva sorgere lo Stato palestinese sono di
fatto stati mangiati dalle nuove colonie, ma anche per il fallimento
stesso della idea di "Stato Nazione" che in Medioriente ha significato
creazione di Stati inventati dall'alto da parte delle potenze coloniali.
Dalla frantumazione dell'impero Ottomano, stati confessionali, puri
etnicamente o per appartenenza religiosa, sono stati spesso causa di
guerre civili e di potere che hanno insanguinato tutta l'area.
L'idea di uno spazio plurinazionale, multietnico e plurale anche sul
versante religioso, in cui tutti i cittadini abbiano uguali diritti e
uguali doveri, sta facendo capolino in diversi intellettuali arabi ed
anche israeliani. L'idea di convivenza, di superamento dei confini oggi
sempre più steccati tra i popoli, la costruzione di un confederalismo
inclusivo che si sta sperimentando nell'esperienza del Nord Est in
Siria, dimostrano che non è solo una utopia cresciuta dall'intuizione di
Abdullah Ocalan, ma qualcosa di concreto oltre che una grande speranza
per tutto il Medio Oriente.
Se un metro di ghiaccio non si forma in una notte sola, allora abbiamo
anche il dovere di ricordare quando i potenti della terra hanno deciso
che il mondo doveva avviarsi sulla strada di nuove guerre e genocidi.
Lo spartiacque per noi di Un Ponte Per è il 17 gennaio 1991, quando con
l'operazione "Desert Storm" si decise di scatenare una guerra globale
contro l'Iraq spazzando via le speranze di pace che si erano aperte per
la caduta del muro di Berlino e la fine dell'equilibrio del terrore tra
Est ed Ovest.
Fu la scelta di sdoganare la guerra nelle relazioni internazionali - tra
l'altro per la prima volta data in diretta televisiva quasi fosse un
colossale war games - ad avere avvelenato i decenni successivi. Dalla
pianificazione della guerra, dal suo tentativo di renderla "potabile"
per le opinioni pubbliche - guerre umanitarie, per la democrazia, per
impedire il genocidio ecc. - al nuovo concetto strategico della Nato che
convertiva l'alleanza occidentale in una sorta di gendarmeria globale al
servizio dei Paesi più ricchi per passare all'emarginazione dell'Onu e
alla sostituzione del diritto internazionale con la legge del più forte.
E' da questo grembo che è nata l'attuale insicurezza internazionale, si
sono riempiti i pozzi di odio, si sono visti crescere fanatismi e derive
settarie: Al Qaeda e Daesh (l'Isis) sono figlie di questo brodo di
coltura.
Tra il 2001 e il 2021 la spesa militare globale è raddoppiata rendendo
il mondo ancora più insicuro. Sono dati tra l'altro in rapido
aggiornamento spinti al rialzo dall'invasione russa dell'Ucraina e dal
fatto che su Gaza si sono riversate migliaia di testate missilistiche e
di artiglieria senza precedenti. La richiesta a tutti i Paesi Nato,
Italia compresa, di portare al più presto la spesa militare al 2 per
cento del Pil è destinata oltre che a mettere in ginocchio le politiche
sociali anche a scatenare una nuova e smodata corsa mondiale al riarmo.
Questo "disordine mondiale" basato sul via libera alle guerre e alle
armi è ovviamente al servizio di un mondo sempre più ingiusto. Dal 2020
i cinque uomini più ricchi al mondo (Elon Musk, Bernard Arnault, Jeff
Bezos, Larry Ellison e Warren Buffett) hanno più che raddoppiato le
proprie fortune - da 405 a 869 miliardi di dollari - a un ritmo di 14
milioni di dollari all'ora, mentre 5 miliardi di persone più povere
hanno visto complessivamente invariata se non peggiorata la propria
condizione.
Secondo il recente rapporto di Oxfam ai ritmi attuali, nel giro di un
decennio potremmo avere il primo trilionario della storia dell'umanità,
ma ci vorranno oltre due secoli (230 anni) per porre un argine vero alla
povertà. Per quasi 800 milioni di lavoratori occupati in 52 Paesi i
salari non hanno tenuto il passo dell'inflazione. Il relativo monte
salari ha visto un calo in termini reali di 1.500 miliardi di dollari
nel biennio 2021-2022, una perdita equivalente a quasi uno stipendio
mensile per ciascun lavoratore.
Per questo per gli operatori della solidarietà internazionale - non a
caso criminalizzati da ceto politico e media mainstream - muoversi in
questo contesto significa lavorare per contrastare questa tendenza
all'ingiustizia globale. Significa in primo luogo vedere nelle società
civili dei Paesi del Medio Oriente in cui Un Ponte Per opera, dei
protagonisti del loro riscatto uscendo da una impostazione caritatevole
che troppo spesso diventa l'altra faccia della medaglia del
neocolonialismo. Abbiamo realizzato negli anni progetti educativi,
sanitari, umanitari, culturali, di costruzione del dialogo e della
coesione sociale che potete visionare alla pagina web www.unponteper.it.
Nel corso del tempo l'intervento di Un Ponte Per è mutato adeguandosi
ai cambiamenti dei contesti in cui operiamo, conservando sempre lo
stesso obiettivo: promuovere pace e diritti umani e prevenire nuovi
conflitti. Altrettanto immutato è l'impegno nel curare la qualità dei
propri progetti, ponendo particolare attenzione al sostegno e
all'autodeterminazione delle popolazioni e delle comunità interessate,
alla valorizzazione del partenariato, al rispetto delle soggettività e
soprattutto alle istanze politiche e sociali delle persone e delle
organizzazioni con cui collaboriamo. Libano, Giordania ed Iraq sono
state attraversate per esempio da una mobilitazione di ragazzi e ragazze
scesi in piazza (in Iraq per lunghissimi mesi e a costo di centinaia di
vittime) per contestare la corruzione dei partiti al potere, la
divisione settaria della società, chiedere lo scioglimento delle milizie
private e religiose, fermare la distruzione dell'ambiente operato dalle
multinazionali (pensiamo alle politiche estrattive che stanno
avvelenando interi territori), chiedere il diritto di sciopero e quello
all'istruzione per tutti e tutte. Società giovani - metà della
popolazione è sotto i 20 anni di età - che, come nel caso dell'Iraq,
sono cresciute non conoscendo mai una pace vera.
In Siria operiamo nei territori liberati dall'Isis e dal regime di Assad
con il nostro partner, la Mezzaluna Rossa Curdo/Siriana, e con le
amministrazioni locali del "confederalismo democratico". Da sempre poi
abbiamo messo nel cuore della nostra iniziativa il ruolo delle donne, la
loro emancipazione e protagonismo diretto come motore rivoluzionario del
cambiamento della società. "Donna, vita e libertà" non è solo una
straordinaria parola d'ordine che sfida la società patriarcale ma è un
vero e proprio programma politico.
Da queste lotte impariamo consapevoli che i ponti sono fatti per essere
attraversati nelle due direzioni e che la solidarietà non ha un senso
solo. In un mondo in cui l'umanità sembra perdersi - come scriveva da
Gaza Vittorio Arrigoni - il restare umani accanto a chi lotta è più
facile e istruttivo.
http://alternativalibertaria.fdca.it/
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