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(it) Italy, FAI: FERMIAMO IL GENOCIDIO A GAZA: Mozioni approvate al Congresso straordinario e Convegno della FAI. Carrara 10-11 febbraio 2024 (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 27 Feb 2024 08:44:50 +0200
PER UNA PROSPETTIVA LIBERTARIA, FEDERALISTA E INTERNAZIONALISTA - Il
massacro in atto a Gaza e in Cisgiordania trova le sue cause in una
storia ben più lunga e ben più complessa del criminale attacco di Hamas
del 7 ottobre scorso. Questa situazione si inserisce in pieno nel quadro
delle guerre che stanno ridefinendo lo scacchiere internazionale, di cui
il cosiddetto Medio Oriente è da sempre un nodo cruciale. Fin dalla sua
costituzione lo stato d'Israele ha cercato di accaparrarsi le risorse
della regione, in particolare l'acqua tramite la successiva occupazione
delle alture del Golan e della valle del Giordano. Negli ultimi anni ha
giocato una funzione strategica la scoperta di ricchi giacimenti di gas
al largo delle coste di Gaza.
Dal 2020 sono stati firmati gli Accordi di Abramo tra Israele, Emirati e
Bahrein. Questi accordi si sono successivamente allargati a Sudan e
Marocco e stavano per essere firmati anche dall'Arabia Saudita, sancendo
un'ulteriore tappa nella marginalizzazione della questione palestinesi
che ha privilegiato gli interessi economici delle élite dell'area
funzionali all'imperialismo occidentale.
La violenza in Palestina
Responsabile primo delle continue violenze che si susseguono senza sosta
in Palestina è lo stato israeliano, che con la sua pluridecennale
politica coloniale e razzista pratica un feroce apartheid contro le
popolazioni palestinesi. Questo stato ha costruito una muraglia di
ferro, cemento e filo spinato lunga centinaia di chilometri in
Cisgiordania per difendere il frutto della rapina di terreni e fonti
d'acqua e trasformato il territorio di Gaza in un enorme ghetto che
bombarda ciclicamente, massacrando civili inermi nel silenzio del resto
del mondo. Questa politica coloniale e razzista è sostenuta e
legittimata da Stati Uniti ed Europa, che utilizzano Israele come perno
delle loro mire egemoniche in quella regione. Questo sostegno in pratica
incondizionato rende possibile allo stato d'Israele agire in modi che
sarebbero altrimenti condannati e denunciati come criminali. È anche per
favorire gli scopi dell'"Occidente" che ogni giorno la popolazione
palestinese, a Gaza come in Cisgiordania, è sottoposta ad azioni
arbitrarie, omicidi, violenze, espropri di terreni, vessazioni di ogni
tipo da parte del governo israeliano e dei coloni, aizzati e armati
dallo stesso governo che li utilizza per i lavori più sporchi di pulizia
etnica.
Non bisogna dimenticare poi la natura sempre più confessionale dello
Stato di Israele: da sempre, qualsiasi persona di origine ebraica, nata
ovunque nel mondo, ha il diritto di trasferirsi in Israele e assumerne
la cittadinanza. Negli ultimi anni la natura escludente dello stato
israeliano è stata rafforzata dalla decisione della Knesset di
dichiarare Israele "lo stato-nazione degli ebrei". Negli ultimi decenni
moltissime persone di discendenza ebraica dell'ex Unione Sovietica hanno
approfittato di questa possibilità e fornito i contingenti di coloni
necessari per alimentare la politica espansionista di Israele. Così come
non è un caso che negli ultimi anni la destra religiosa sionista, il cui
fanatismo religioso non è da meno di quello dei fondamentalisti
islamici, abbia assunto sempre maggiore peso politico in Israele.
Hamas e fondamentalismo islamico, parte del problema non della soluzione
Sia chiaro che per noi non è assolutamente accettabile definire, come
purtroppo fa qualcuno, un "atto di resistenza" il criminale attacco di
Hamas del 7 ottobre, che ha massacrato centinaia di civili disarmati
utilizzando anche lo stupro come arma e condotta di guerra. Noi
consideriamo Hamas per quello che è: una forza reazionaria di fanatici
religiosi che nel loro statuto definiscono le rivoluzioni francese e
russa come congiure ebraiche. Una forza che ha dietro di sé alcuni tra
gli stati più oscurantisti del mondo: dalla monarchia Qatariota, alla
Turchia di Erdogan, che massacra le popolazioni curde e cerca di
soffocare l'esperienza rivoluzionaria del Rojava. D'altra parte, il
governo Netanyahu utilizza Hamas come spauracchio per alimentare i suoi
piani di colonizzazione dopo che, molti anni fa, altri governi
israeliani hanno finanziato Hamas per opporlo all'ANP dividendo il
fronte palestinese.
I bombardamenti incessanti che vanno avanti sul territorio di Gaza ormai
da quattro mesi con violenza mai vista, rinforzati dall'invasione
dell'esercito, stanno trasformando un territorio dove abitano due
milioni e duecentomila esseri umani in un enorme . I morti non si
contano, e del resto non ha senso contarli. Non è per il numero di
morti, ma per la qualità e gli obiettivi finali di Israele, che possiamo
parlare di genocidio. Lo stato di Israele sta sottraendo ogni speranza
di futuro alle persone che vivono a Gaza. Non è loro possibile
immaginare o pianificare un futuro per la propria vita, né a livello
collettivo, di comunità, di città, di territorio, ma nemmeno a livello
individuale o familiare. Le persone che sopravvivono a Gaza lo fanno in
un eterno presente di violenze, guerra, fame, malattie e morte. Tutte le
energie sono dedicate e spremute fino all'osso per arrivare a sera, per
mettere qualcosa nello stomaco e cercare di non finire ammazzati.
Attenzione: questo non avviene per caso. Non è una "escalation" o un
"inasprimento" di una guerra o di una operazione militare, speciale o
meno. Qui c'è qualcosa di diverso. C'è un piano ben preciso di pulizia
etnica, c'è la volontà, teorizzata sia a voce che per iscritto, e in
seguito messa freddamente in pratica da Israele, di cancellare una
precisa popolazione da un preciso territorio. Il ministro della difesa
israeliano Gallant affermò il 9 ottobre, ordinando l'assedio totale di
Gaza "Tutto è chiuso. Stiamo combattendo animali umani e ci comporteremo
di conseguenza". Sappiamo da tristi esempi del passato che disumanizzare
il nemico è il primo passo necessario per rendere accettabile la sua
eliminazione fisica.
Segnaliamo ancora un passaggio scritto dalla ministra per l'intelligence
dello stato di Israele, Gila Gamliel, sul Jerusalem Post del 19
novembre. Questa funzionaria, ai massimi livelli del governo, propone di
"promuovere il reinsediamento volontario dei palestinesi di Gaza al di
fuori della Striscia." Reinsediamento. Fin dalla Seconda guerra
mondiale, quando venne utilizzato per mascherare gli orrendi crimini
nazisti, il termine ha un preciso significato, e una cosa possiamo
affermare con sicurezza: al di là dei ripugnanti eufemismi in
politichese, tradotto in linguaggio umano, reinsediamento significa
sempre deportazione. L'ennesima per le popolazioni palestinesi, verso
altri campi profughi, verso altri territori estranei, verso altre vite
fatte di nulla.
Due popoli due Stati? No due classi una rivoluzione sociale
Considerare la questione palestinese unicamente in termini di popolo e
di liberazione nazionale porta molto lontano da una possibile soluzione.
Consideriamo inefficace il concetto di "popoli oppressi" per comprendere
le dinamiche dello sfruttamento. La definizione di "popolo" nasconde al
suo interno le contraddizioni di classe e ogni tipo di discriminazione
sociale o di genere (in alcuni casi anche religiosa o etnica) che può
avvenire all'interno di un "popolo". Tutti i movimenti di liberazione
nati e cresciuti in nome del nazionalismo, anche quando hanno raggiunto
l'obiettivo della cacciata del regime coloniale, hanno creato stati in
cui nuovi ricchi sfruttano le classi lavoratrici, nuovi poteri le
opprimono, nuove polizie le controllano. Dall'Irlanda al Mozambico,
dall'India al Sudamerica, le condizioni delle classi sfruttate dopo le
lotte di liberazione sono rimaste le stesse, è cambiata solo la
nazionalità dei padroni. È comprensibile che le persone comuni, che
devono lottare con tutte le proprie forze per sopravvivere,
sperimentando ogni giorno violenze e sfruttamento da parte dello
"straniero", vedano solo in esso il nemico da combattere. Ma
comprensibile non significa giusto né accettabile. Se una lotta di
liberazione si declina in termini di popolo, termine interclassista che
comprende sia élite che classi subalterne, se non è accompagnata da una
rivoluzione sociale, sarà una lotta che porterà solo alla creazione di
nuovi regimi di oppressione, burocrazie, eserciti, retoriche,
sfruttamento. Dunque non ci riconosciamo nel concetto di popolo, ma
nella necessità di una lotta intersezionale a tutte le forme di
oppressione che rimetta al centro la lotta di classe.
In Cisgiordania e a Gaza il proletariato palestinese porta ricchezza sia
al capitalismo israeliano che alle élite palestinesi, che campano sulla
povertà degli altri come tutte le élite hanno sempre fatto. Lo
sfruttamento di una forza lavoro a bassissimo costo porta denaro ai
capitalisti di qualunque provenienza. Non scordiamoci che Gaza è
amministrata da Hamas, e l'ANP amministra i frammentati territori della
Cisgiordania. Queste organizzazioni hanno negli anni drenato
ingentissime risorse in aiuti economici e umanitari, in teoria destinate
alle persone più povere, utilizzandole per riprodurre sé stesse o
arricchire i propri leader. Il proletariato palestinese deve fare i
conti sia con un'oppressione di classe dall'interno che con una doppia
oppressione, nazionale e di classe, da parte di Israele. E se chi fa
parte delle classi superiori riesce spesso a salvare la pelle e la
ricchezza, è il proletariato palestinese ad essere colpito in pieno dal
genocidio in corso.
Ancora meno ci riconosciamo nella logica dei due Stati. Non solo
l'opzione dei due stati ha già fallito storicamente nel caso
israelo-palestinese a partire dagli anni Novanta, quando è stata tentata
con gli accordi di Oslo. È lo stato in quanto tale che ha fallito come
entità geopolitica vista l'incapacità, sempre più ampiamente
riconosciuta degli stati nazionali (e delle loro associazioni
sovranazionali) a gestire problemi globali come quelli del clima e delle
migrazioni. Ancora più eclatante è il fallimento nel garantire la
cosiddetta "pace" di cui lo Stato, con i suoi corpi armati e potentati
economici, è la negazione stessa. Dall'Ucraina alla Palestina stiamo
vedendo sempre più la criminale drammaticità dell'idea di sovranità
territoriale associata al nazionalismo, per cui si deve massacrare o
farsi massacrare per il controllo di qualche metro quadrato di
"territorio". Per questo, la soluzione che propone da sempre
l'anarchismo sociale e organizzatore è la federazione organizzata dal
basso, che abolisca i confini nazionali così come ogni fanatismo etnico,
religioso o nazionalista. È solo facendo passare in primo luogo nella
sensibilità di ognuno la nostra idea di sorellanza e fratellanza
universale e solidarietà internazionalista che si potranno trovare
soluzioni a questo dramma.
È per questo che, anche in questo scenario, sosteniamo quelle persone
che nonostante tutto non ci stanno. Che rifiutano la logica dell'odio.
Che rifiutano di farsi arruolare. Che lottano contro i governi di
Israele, ANP e Hamas. Che combattono il fanatismo sionista e quello
islamico, e lo fanno da anni, e a volte insieme. Refusenik, anarchic*,
semplici persone. Cittadin* israelian* che si oppongono al loro governo,
quasi sempre nel silenzio dei media. Cittadin* palestinesi che rifiutano
il fanatismo e la corruzione di chi pretende di agire per loro. Queste
persone hanno capito da che parte si trova il nemico. Si trova dalla
parte di chi comanda, di chi aizza l'odio, di chi perpetua le stragi per
perpetuare sé stesso, di chi utilizza questa immane tragedia per le
proprie mire geopolitiche. Sanno che il nemico non è il palestinese, non
è l'ebreo. I nemici di tutti sono Israele, Hamas, ANP, Stati Uniti,
Russia, Unione Europea, Turchia, Qatar, Cina, Arabia, e chiunque abbia
causato lo spargimento di una sola goccia di sangue per ottenere un
misero vantaggio. Gli stati servono solo a riprodurre logiche di potere
e sopraffazione, di guerra e sfruttamento.
Perciò, in questa come in tutte le guerre, sosteniamo attivamente, oltre
alle vittime civili di tutti gli schieramenti, coloro che obiettano, che
disertano, che disobbediscono agli ordini dei rispettivi governi, che
rifiutano la logica militarista e nazionalista e vi si sottraggono. Se
un giorno le cose cambieranno sarà perché queste persone, dopo aver
denunciato e ridotto al silenzio chi ha commesso crimini orribili in
loro nome, costruiranno insieme una società diversa. Quello che serve è
una società senza stati, senza il bisogno dei governi corrotti dell'ANP
o di quelli assassini di Israele e Hamas. Federazioni di comunità libere
e organizzate su basi di classe, non religiose e non etniche. E per
questo è necessario lottare, in Palestina come nel resto del mondo, con
una prospettiva libertaria, internazionalista e federalista.
Da parte nostra, contrastiamo da un punto di vista antimilitarista
quanti in Italia sostengono il genocidio perpetrato dall'esercito
israeliano sulla popolazione Gazawi, a partire dal governo italiano che
arma l'esercito israeliano e allo stesso tempo intrattiene legami
commerciali con altri partner come il Qatar, e addirittura taglia i
fondi UNRWA per gli aiuti alimentari e sanitari alla popolazione civile.
Allo stesso modo ci opponiamo alla nuova missione militare italiana nel
Mar Rosso, a quella in Libano e a tutte le missioni militari italiane
all'estero.
Approvato dal Convegno della FAI di Carrara del 10-11 febbraio 2024 con
il voto contrario del gruppo "Bakunin" di Roma
https://federazioneanarchica.org/archivio/archivio_2024/2024021011carrara.html
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