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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #24-26 - Coltivare autogestione. La Ràkene in Alta Murgia (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 16 Oct 2026 08:54:55 +0300
Ogni volta che si parla di autogestione c'è sempre qualcuno che obietta:
«Belle idee, ma nella pratica non funzionano». Poi si va a Ruvo di
Puglia e si incontra una comunità che organizza collettivamente il
lavoro agricolo, condivide il rischio economico, decide in assemblea,
costruisce infrastrutture comuni, trasmette conoscenze e distribuisce il
raccolto.
Non è un'utopia. --- È una Comunità che Supporta l'Agricoltura (CSA). Si
chiama La Ràkene.
Il nome racconta già il progetto. In dialetto ruvese la ràkene è la
grande rete che si stende sotto gli alberi per raccogliere olive e
mandorle. Da soli non si riesce né a tenderla né a raccoglierla. Servono
più persone. Bisogna coordinarsi, fidarsi gli uni degli altri, lavorare
insieme.
È una metafora semplice, ma potente. Una comunità funziona allo stesso modo.
Quarantacinque famiglie e tre contadini coltivano insieme circa 4.500
metri quadrati di orto. Ma chi arriva alla Ràkene scopre presto che gli
ortaggi sono soltanto una parte della storia. C'è chi costruisce un
muretto a secco, chi impara a conservare i semi delle varietà locali,
chi segue un corso di orticoltura agroecologica, chi partecipa a un
laboratorio di ecologia politica, chi organizza attività per bambini,
chi prepara le cassette della settimana. L'orto diventa il luogo in cui
si ricostruiscono relazioni, conoscenze e responsabilità condivise.
È qui che la Ràkene smette di essere soltanto un progetto agricolo e
diventa una questione politica.
Le CSA nascono da un'idea tanto semplice quanto radicale: il cibo non è
una merce come le altre. Per questo chi partecipa non si limita ad
acquistare il raccolto. Contribuisce a finanziare la stagione agricola,
discute le scelte produttive, condivide costi, benefici e perfino il
rischio del raccolto.
Se la siccità distrugge una parte delle coltivazioni, non è il contadino
a pagare da solo il prezzo della crisi. Lo paga la comunità.
È una logica opposta a quella dominante.
Mentre il mercato scarica il rischio su chi lavora e concentra i
profitti altrove, una CSA redistribuisce responsabilità e costruisce
sicurezza collettiva.
Questa esperienza nasce in un momento in cui l'agricoltura italiana
attraversa una crisi profonda. La grande distribuzione comprime i
prezzi, la crisi climatica rende sempre più incerta ogni stagione, i
costi aumentano, le piccole aziende faticano a sopravvivere e interi
patrimoni di conoscenze contadine rischiano di scomparire.
La domanda, allora, non è se continuare a produrre come abbiamo sempre
fatto. La domanda è se possiamo organizzarci diversamente.
Ma la risposta della Ràkene contiene anche una lezione che riguarda da
vicino il movimento anarchico.
Per troppo tempo abbiamo lasciato che il termine organizzazione fosse
associato alla gerarchia, alla burocrazia, al comando. Eppure una
comunità che vuole produrre insieme il proprio cibo non può vivere di
spontaneismo. Occorrono assemblee. Occorre programmare le coltivazioni.
Occorre discutere un bilancio. Occorre distribuire il lavoro. Occorre
assumersi impegni reciproci.
In altre parole, occorre organizzarsi.
L'alternativa al mercato non è l'improvvisazione.
È l'autorganizzazione.
La Ràkene dimostra che questa non è una formula teorica, ma una pratica
quotidiana.
Per questo l'orto non basta.
Accanto alle coltivazioni troviamo corsi di agroecologia, laboratori sui
semi, incontri di ecologia politica, attività artistiche, iniziative
dedicate ai bambini, costruzione di muretti a secco, momenti di
confronto con altre associazioni del territorio.
Una comunità non riproduce soltanto il cibo.
Riproduce anche i saperi, la cultura e le relazioni senza le quali
nessuna esperienza collettiva può durare nel tempo.
La campagna di raccolta fondi Piantagrane, sostenuta da un'illustrazione
di Zerocalcare ispirata alla frase di Ursula K. Le Guin «I mezzi sono il
fine», nasce dall'esigenza di realizzare ombreggiature, migliorare le
attrezzature e rendere l'orto più resistente agli effetti della crisi
climatica. Vale la pena sostenerla.
Ma vale soprattutto la pena interrogarsi sul perché esperienze capaci di
produrre cibo sano, tutela della biodiversità, lavoro dignitoso e
relazioni sociali debbano affidarsi al crowdfunding, mentre il sistema
continua a sostenere un'agricoltura sempre più dipendente dalla grande
distribuzione, dalla finanziarizzazione e dallo sfruttamento del lavoro.
La Ràkene non è un modello da copiare.
Ogni territorio dovrà trovare le proprie colture, le proprie forme di
cooperazione e i propri strumenti. Ma sarebbe un errore considerarla
un'eccezione.
In Italia le Comunità che Supportano l'Agricoltura stanno crescendo.
Sono ancora poche, fragili e spesso poco conosciute. Eppure indicano una
direzione precisa: riportare la produzione del cibo dentro relazioni di
fiducia, responsabilità condivisa e autogoverno.
Forse questa è la lezione più importante che ci arriva dall'Alta Murgia.
L'alternativa non nascerà soltanto nelle piazze o nelle manifestazioni.
Dovrà prendere forma anche nei campi, nelle scuole, nelle officine,
nelle case del popolo, nei quartieri. Ovunque uomini e donne decidano di
organizzarsi per sottrarre pezzi della propria vita alla logica del
mercato e costruire istituzioni sociali fondate sul mutuo appoggio.
La Ràkene non offre ricette da copiare. Dimostra che l'autorganizzazione
non è un principio da proclamare, ma una pratica da costruire. Un orto,
una cooperativa, una casa del popolo, una cassa di mutuo appoggio: ogni
territorio troverà le proprie forme. La domanda, allora, non è se un
altro mondo sia possibile. La domanda è molto più concreta: quale pezzo
di società siamo disposti a costruire, insieme, sottraendolo alla logica
del mercato?
Totò Caggese
https://umanitanova.org/coltivare-autogestione-la-rakene-in-alta-murgia/
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