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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - STORIA. Giovanni Millimaggi, antifascista e comunista libertario di Sicilia (1) (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sat, 10 Oct 2026 08:00:53 +0300


La crisi che ormai da parecchi anni attanaglia la Sicilia e che si configura come crisi generale, che investe tutti i settori, da quello economico-sociale a quello politico-istituzionale, a quello culturale, assumendo i caratteri di una crisi identitaria, impone di rivalutare figure volutamente dimenticate di uomini e di donne che, con la loro personalità complessiva, contribuiscano a ristabilire un sistema di valori che, coniugando il passato con il presente, possano costituire un punto di riferimento prezioso per il rilancio dell'isola in tutte le sue componenti, rimediando ad una crisi che, come quella che abbiamo delineato, è crisi sistemica, non ciclica, e che, come tale, impone un'alternativa radicale, che investa le fondamenta dell'assetto sociale e che sia imperniata sulla rappresentanza diretta e su principi libertari.
Una di queste figure è, senz'altro, Giovanni Millimaggi, personaggio poliedrico: studioso di pedagogia e di diritto, intellettuale politicamente impegnato, antifascista della prima ora, comunista libertario, fautore dell'indipendenza siciliana e di un federalismo di matrice egualitaria. Ci limitiamo qui a tracciare alcune tappe fondamentali della sua esistenza ricca e travagliata, prendendo spunto da una biografia scritta dal nipote Daniele e intitolata significativamente Un uomo libero. La storia di Giovanni Millimaggi (Youcanprint, Lecce, 2020).
Giovanni Millimaggi nasce l'11 gennaio 1887 a Barcellona Pozzo di Gotto, popoloso centro agricolo e commerciale in provincia di Messina, nell'ambito di una famiglia benestante di proprietari terrieri, che, successivamente, si vede costretta, per vicissitudini finanziarie, a cedere i propri possedimenti, diffusi nel comune di Castroreale e in quelli limitrofi, per trasferirsi nel capoluogo. Qui il Nostro inizia l'attività di insegnante elementare e pubblica alcuni articoli di pedagogia su riviste specialistiche. Si accosta al pensiero socialista e collabora a vari periodici locali: «La Provincia socialista», «Germinal», «Il Canonico Mazza», accanto ad autorevoli esponenti del mondo politico e culturale del calibro di Concetto Marchesi, Gaetano Salvemini, Giovanni Pascoli, che ebbero esperienze di insegnamento all'Università di Messina.
Collabora altresì al periodico anarchico «Il Risveglio», che vanta tra i suoi collaboratori Piero Gori.
Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno all'interno del Partito socialista, si avvicina al Partito comunista d'Italia, pur non essendo iscritto, condividendone la prospettiva rivoluzionaria.
Nel 1925 consegue la laurea in Giurisprudenza, presso l'Università di Messina. È già sospettato di antifascismo, tanto che le forze dell'ordine seguono i suoi movimenti.
Nel 1930 si trasferisce a Milano, ove svolge l'attività di legale dell'Istituto Contenzioso Commerciale. La Prefettura nel 1932 rileva il suo attivismo, lo cataloga tra i capi dei comunisti milanesi e riscontra il suo impegno come reclutatore di corrieri tra i fuoriusciti e gli antifascisti rimasti in patria.
Nel 1933, il commissario della Polizia politica, Renzo Mambrini, si infiltra nella rete antifascista clandestina. Riesce ad incontrare Millimaggi spacciandosi probabilmente per un collega avvocato. In una relazione riferisce che il Nostro, nel conversare con lui, utilizza spesso argomentazioni mediocri, finge di avere idee confuse sul comunismo, sospettando la falsa identità del suo interlocutore, ma in realtà è «persona dotata di facile eloquio, di buona cultura giuridica». Il commissario Mambrini lo cataloga, dunque, come «un sovversivo a tendenze comuniste» (p. 49).
Il cerchio della polizia si stringe, dunque, intorno a Giovanni Millimaggi. Si arriva all'epilogo a fine aprile 1933. Da lì a poco scatta la trappola. Egli viene arrestato mentre, assieme ad alcuni compagni, si appresta a fare le prove per una trasmissione radio di propaganda antifascista da effettuarsi in occasione della ricorrenza del Primo Maggio, che il regime fascista aveva abolito come festa dei lavoratori, sostituendola con uno rispolverato e fittizio Natale di Roma, coincidente con la fondazione leggendaria della Capitale, nel 753 a. C. Il discorso celebrativo avrebbe dovuto leggerlo proprio Giovanni Millimaggi. Quest'ultimo, tratto in arresto con gli altri, viene condotto nel carcere milanese di San Vittore e sottoposto a duri interrogatori, in cui viene minacciato di morte con una rivoltella puntata alla tempia, in una sorta di roulette russa. Ma le minacce e le violenze degli aguzzini non piegano la sua fede. Così, con ordinanza della Commissione provinciale del 28 luglio 1933, Millimaggi viene assegnato al confino di Ponza con la seguente motivazione: «Organizzazione comunista: tentativo di impiantare una radio trasmittente per lanciare un messaggio in occasione del 1° maggio» (p. 60).
Il Nostro si accosta ai confinati comunisti, ma ritiene la loro organizzazione confinaria troppo rigida e, pertanto, rivendica la propria autonomia e la propria componente libertaria, pur mantenendo un confronto vivace, soprattutto con Giorgio Amendola.
Egli si rivela ben presto un confinato riottoso, classificato tra gli irriducibili. Partecipa ad alcune forme estreme di protesta, come quelle contro il sequestro della corrispondenza non proveniente da familiari molto stretti e della rivendicazione dell'affitto di alloggi privati e della gestione di mense comuni da parte dei confinati.
A seguito anche di scioperi conseguentemente organizzati, Millimaggi viene arrestato e trasferito al carcere napoletano di Poggioreale per il processo, nel quale viene condannato a 12 mesi.
La pena viene successivamente ridotta a 8 mesi.

Antonio Catalfamo
(Continua)

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