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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - Non arrendersi alla complessità e al senso di impotenza alessandro Granata Seixas (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 23 Sep 2026 08:04:08 +0300


Car* compagn*, sappiamo bene che la stanchezza di cui parli non è una debolezza individuale. Non è pigrizia, non è disinteresse, non è fuga. È il peso reale di una fase storica durissima. È la fatica di chi guarda il mondo senza illusioni e vede guerre, devastazione ecologica, precarietà, isolamento sociale, repressione, scuola piegata agli interessi del mercato, sindacati spesso ridotti a gestori dell'esistente, sinistre istituzionali incapaci di immaginare una rottura reale, movimenti frammentati, organizzazioni rivoluzionarie piccole, provate, talvolta chiuse nella difesa della propria sopravvivenza.

Questa stanchezza va presa sul serio. Sarebbe offensivo rispondere con un ottimismo facile, con frasi motivazionali, con la retorica del "basta volerlo". La realtà è complessa, violenta, stratificata. Il capitalismo contemporaneo non domina più soltanto attraverso il padrone visibile, la fabbrica, il salario e il comando diretto sul lavoro. Domina attraverso la finanza, il debito, i dati, gli algoritmi, la scuola aziendalizzata, la guerra permanente, il controllo dei corpi, la distruzione dei territori, la solitudine sociale, la trasformazione di ogni relazione in prestazione e di ogni bisogno in mercato.

Ma proprio perché la realtà è complessa, non possiamo permetterci di usarla come alibi per il disimpegno. La complessità non assolve. La complessità    ci chiama.

Dire che il mondo è difficile da capire può essere un atto di lucidità. Ma può diventare anche una forma elegante di resa. Una resa colta, raffinata, piena di analisi, ma pur sempre una resa. Il potere ama questa forma di intelligenza paralizzata. Ama quando sappiamo descrivere perfettamente la nostra sconfitta, ma non riusciamo più a immaginare un passo in avanti. Ama quando trasformiamo l'analisi in scoraggiamento, la critica in amarezza, la memoria storica in nostalgia, la militanza in testimonianza.

Il capitalismo non vince soltanto quando sfrutta, licenzia, bombarda, devasta e reprime. Vince anche quando ci convince che non esiste alternativa. Vince quando ci persuade che siamo troppo pochi, troppo divisi, troppo vecchi, troppo stanchi, troppo in ritardo. Vince quando riesce a trasformare la nostra lucidità in impotenza.

Per questo bisogna rovesciare il ragionamento. La durezza della fase non è la prova che sia inutile organizzarsi. È la prova che organizzarsi è necessario.

Non ci si impegna perché la vittoria è garantita. Ci si impegna perché la resa garantisce la sconfitta.

Oggi molte persone sembrano cambiate. Sembrano più sole, più diffidenti, più individualiste, più chiuse nel proprio dolore privato. Ma non dobbiamo commettere l'errore di trasformare questa constatazione in giudizio morale. Le persone non sono peggiorate per natura. Sono state prodotte dentro rapporti sociali più frammentati, più precari, più competitivi. Sono cresciute in un mondo che ha distrutto o svuotato molti luoghi collettivi: partiti, sindacati, case del popolo, spazi sociali, comunità educative, quartieri, assemblee, luoghi di formazione politica.

Il capitalismo contemporaneo ha compiuto una delle sue operazioni più efficaci: ha trasformato problemi collettivi in fallimenti individuali. Se sei povero, devi formarti meglio. Se sei precario, devi essere più flessibile. Se sei sfruttato, devi reinventarti. Se sei stanco, devi lavorare sulla tua resilienza. Se sei solo, devi migliorare la tua vita privata. Se la scuola ti schiaccia, devi accumulare competenze. Se il lavoro ti consuma, devi adattarti.

Così le persone non si riconoscono più immediatamente come classe. Si percepiscono come individui isolati alle prese con problemi personali. Ma questo non significa che la classe sia scomparsa. Significa che è stata dispersa, frantumata, resa opaca a sé stessa.

Qui sta uno dei compiti fondamentali dell'organizzazione anarchica e comunista libertaria: ricomporre ciò che il capitale divide.

Per questo bisogna diffidare di tutte quelle definizioni di classe sociale che, invece di ampliare la nostra capacità di comprendere lo sfruttamento, finiscono per cancellare il conflitto fondamentale. Certo, oggi non basta più una definizione ristretta e puramente industriale del proletariato. Gli sfruttati non sono soltanto gli operai di fabbrica. Sono anche i precari, i migranti, gli studenti, le lavoratrici della cura, i tecnici, gli insegnanti, i disoccupati, i lavoratori cognitivi, i riders, il personale della scuola, gli abitanti dei territori devastati, chi produce dati senza saperlo, chi viene spremuto come consumatore, chi viene ricattato dal debito, chi subisce la guerra, il razzismo, il patriarcato, la devastazione ambientale.

Ma allargare la nozione di classe non significa dissolverla. Non significa sostituire gli sfruttati con una somma infinita di categorie separate: utenti fragili, cittadini vulnerabili, giovani disagiati, poveri energetici, consumatori consapevoli, soggetti marginali. Quando il linguaggio cancella il rapporto tra chi comanda e chi subisce, tra chi possiede e chi lavora, tra chi accumula e chi paga il prezzo, allora diventa funzionale al capitalismo. Il capitale ama dividerci in target. Noi dobbiamo riconoscerci come compagni e compagne di sfruttamento. Il capitale nomina categorie. Noi dobbiamo ricomporre classe. Il capitale frammenta il dolore. Noi dobbiamo organizzarne la forza. Ecco perché il comunismo anarchico non è una reliquia. Non è una nostalgia del passato. Non è una bandiera da custodire in una stanza chiusa. È una delle poche prospettive capaci di parlare al presente, se abbiamo il coraggio di renderla viva. Perché tiene insieme ciò

che altri separano: libertà ed uguaglianza, individuo e collettività, autonomia e organizzazione, conflitto sociale e rifiuto dell'autoritarismo, lotta sindacale e trasformazione rivoluzionaria, questione ecologica e questione sociale, internazionalismo e radicamento territoriale.

Il comunismo anarchico dice una cosa semplice e radicale: non vogliamo sostituire una classe dominante con un'altra. Non vogliamo uno Stato che governi in nome del popolo. Non vogliamo un partito che si proclami coscienza esterna degli sfruttati. Non vogliamo nuove gerarchie travestite da emancipazione. Vogliamo che gli sfruttati diventino protagonisti della propria liberazione. Vogliamo una società di liberi ed eguali, fondata sull'autogestione, sul mutuo appoggio, sulla cooperazione, sulla socializzazione della ricchezza, sulla libertà concreta di ciascuna e ciascuno.

Ma questa prospettiva non vive da sola. Non basta aver ragione nella teoria. Bisogna diventare credibili nella pratica. Ed è qui che la tua stanchezza, compagn*, incontra il nostro compito.

Costruire l'organizzazione degli anarchici oggi significa lavorare contemporaneamente su più piani.

Sul piano teorico, dobbiamo aggiornare le nostre categorie senza perdere il cuore del conflitto. Dobbiamo comprendere la finanza, l'intelligenza artificiale, la guerra globale, la crisi climatica, la trasformazione del lavoro, la scuola aziendalizzata, la crisi delle forme sindacali classiche. Ma dobbiamo farlo senza smarrire la bussola: il capitalismo resta un sistema fondato su sfruttamento, accumulazione, gerarchia, dominio e distruzione della vita.

Sul piano politico, dobbiamo uscire dall'opinionismo e dalla testimonianza. Non basta commentare il disastro. Non basta avere buone analisi. Serve una proposta di intervento. Serve definire obiettivi, campagne, parole d'ordine, luoghi di radicamento. Serve capire dove possiamo incidere davvero: nella scuola, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nei territori, nelle lotte contro la guerra, nella difesa dei beni comuni, nei movimenti contro la repressione, nelle reti educative e sociali.

Sul piano sindacale, dobbiamo rifiutare sia la burocrazia concertativa sia il massimalismo impotente. Il sindacato non può essere soltanto un apparato che firma arretramenti, né una sigla che urla senza costruire rapporti di forza. Deve tornare ad essere terreno di conflitto, scuola di organizzazione, strumento di solidarietà materiale. Per questo è fondamentale lavorare dentro e oltre le sigle, costruire coordinamenti, intrecciare lavoratori e lavoratrici di settori diversi, rompere la concorrenza tra categorie, ricomporre ciò che il mercato divide.

Sul piano umano, forse il più difficile, dobbiamo imparare di nuovo a stare insieme.

Non è un dettaglio secondario. Molte organizzazioni non muoiono soltanto per mancanza di linea politica. Muoiono per incapacità relazionale. Per stanchezza non detta. Per personalismi. Per rancori sedimentati. Per discussioni che diventano identità ferite. Per compagne/i che si sentono usati, giudicati, ignorati. Per giovani che entrano e trovano linguaggi chiusi, rituali incomprensibili, vecchie polemiche, poca cura.

Una organizzazione rivoluzionaria non può essere soltanto una macchina politica. Deve essere anche un luogo umano abitabile.

Non nel senso sentimentale o intimista del termine. Ma nel senso profondamente politico della cura reciproca. Una comunità militante deve saper discutere duramente senza distruggersi, criticare senza umiliare, decidere senza schiacciare, accogliere senza annacquare, formare senza indottrinare, valorizzare senza creare gerarchie informali.

La relazione umana non è un accessorio della politica. È già politica. Perché una società di liberi ed eguali non può essere costruita da organizzazioni fondate su rapporti tossici, autoritari, competitivi, rancorosi. Il mezzo deve contenere almeno in germe il fine. Se vogliamo una società libertaria, le nostre pratiche devono già educare alla libertà, alla responsabilità, alla solidarietà, alla fiducia.

Questo vale ancora di più nel rapporto con le nuove generazioni. Non possiamo pretendere che giovani compagni e giovani compagne entrino nelle nostre organizzazioni accettando semplicemente formule, liturgie e linguaggi del passato. Dobbiamo offrire loro non una chiesa politica, ma uno spazio di crescita, azione, studio, responsabilità e sperimentazione. Dobbiamo saper dire: qui non vieni a ripetere una dottrina, vieni a costruire un progetto. Qui la tua rabbia non viene giudicata, viene orientata. Qui la tua ansia non viene derisa, viene compresa come fatto sociale. Qui la tua solitudine incontra organizzazione. Qui il tuo desiderio di libertà trova compagni e compagne con cui diventare forza collettiva.

In questo senso, esperienze come un collettivo pedagogico libertario, una rete intersindacale nella scuola, un gruppo di studio, una redazione, un'assemblea territoriale, una campagna antimilitarista, una vertenza sindacale, possono essere molto più che piccoli episodi. Possono diventare laboratori di ricomposizione. Possono mostrare, concretamente, che l'anarchismo non è caos, isolamento o testimonianza estetica, ma metodo di organizzazione, relazione educativa, conflitto sociale e costruzione di legami.

Non dobbiamo convincere il mondo intero in un colpo solo. Dobbiamo cominciare da nuclei reali, credibili, generosi, non settari.

Una riunione aperta ben fatta non è poco. Un giovane compagno che resta perché si sente ascoltato non è poco. Una lavoratrice che capisce di non essere sola non è poco. Una vertenza che unisce docenti, ATA, studenti e

famiglie non è poco. Laddove si crea una rete di lavoro e protezione non ci si sente soli e ci si difende dalle aggressioni ideologiche e fisiche. Un documento chiaro, capace di parlare fuori dalla nostra cerchia, non è poco. Una discussione che invece di dividere produce orientamento comune non è poco. Una relazione umana salvata dalla cura politica non è poco. Sono questi i mattoni della ricostruzione.    Certo, non bastano. Ma niente basta da solo. Non basta il giornale, non basta il sindacato, non basta il collettivo, non basta la formazione, non basta il mutualismo, non basta la piazza, non basta la teoria. È l'intreccio che conta. È la capacità di tenere insieme tutti questi piani dentro una strategia. La nostra organizzazione deve servire a questo: non a contemplare la propria piccolezza, ma a trasformare ogni piccola forza in leva. Non a custodire identità, ma a produrre intervento. Non a sopravvivere, ma a crescere. Non a parlare solo a chi è già convinto, ma a raggiungere chi sente il disagio del presente senza avere ancora parole per nominarlo.

Chi si è disilluso ha ragione quando dice che le sfide sono enormi. Ha ragione quando vede i limiti. Ha ragione quando denuncia la debolezza delle nostre forze. Ma da questa ragione non deve nascere il ritiro. Deve nascere una domanda più esigente: che cosa facciamo, concretamente, con le forze che abbiamo?

Perché ogni fase difficile pone una scelta. Possiamo limitarci a registrare il declino, oppure possiamo diventare il punto da cui ricomincia una possibilità. Possiamo consumarci nel rimpianto, oppure possiamo costruire strumenti nuovi. Possiamo dire che le persone sono cambiate e quindi non c'è più nulla da fare, oppure possiamo imparare a parlare con le persone di oggi. Possiamo lamentare la crisi della militanza, oppure possiamo rendere la militanza di nuovo comprensibile, utile, desiderabile, umana.

La storia non premia chi ha sempre ragione. Premia, quando va bene, chi sa organizzarsi dentro le contraddizioni del proprio tempo.

A te, compagna/o stanco, non direi dunque: non essere pessimista. Ti direi piuttosto: non lasciare che il pessimismo diventi un destino. Usalo come strumento di precisione, non come catena. Sii severo nell'analisi, ma generoso nella pratica. Non credere alle consolazioni facili, ma non disprezzare i piccoli inizi. Non chiedere alla militanza di cancellare la fatica, ma chiedile di darle un senso.

Abbiamo bisogno proprio di compagne/i così: non ingenui, non retorici, non accecati dall'entusiasmo. Compagni capaci di vedere il buio, ma non di abitarlo come una casa. Compagne/i capaci di dire la verità sulla fase, ma anche di assumersi la responsabilità di modificarla.

Non siamo alla fine della storia. Siamo dentro uno dei suoi passaggi più duri.

Il mondo del capitale promette soltanto guerra, solitudine, competizione, catastrofe ecologica, obbedienza tecnologica, sfruttamento diffuso, libertà ridotta a consumo. Di fronte a tutto questo, l'anarchismo organizzato, comunista, libertario, radicato nelle lotte sociali, resta una delle poche prospettive che non chiede agli sfruttati di consegnarsi a un nuovo padrone, a un nuovo Stato, a un nuovo partito guida, a una nuova classe dirigente.

L'anarchismo chiede qualcosa di più difficile e più bello: diventare protagonisti.

Per questo non possiamo arrenderci. Se siamo pochi, ogni compagno conta.
Se siamo stanchi, dobbiamo dividerci il peso. Se siamo dispersi, dobbiamo fare rete.
Se la realtà è complessa, dobbiamo organizzarci meglio. Se le persone sono cambiate, dobbiamo imparare nuovi linguaggi senza perdere la nostra lucidità e analisi.
Se il capitale frammenta, dobbiamo ricomporre. Se il mondo ci dice che non c'è futuro, dobbiamo costruire futuro.

L'emancipazione verso un mondo di liberi ed eguali non è una strada già tracciata. È un cammino difficile, pieno di sconfitte, contraddizioni, errori, ripartenze. Ma è il solo cammino degno di essere percorso.

Non perché siamo certi di vincere. Ma perché sappiamo con certezza che arrendersi significherebbe lasciare il mondo nelle mani di chi lo sta distruggendo.

E allora, compagno, riprendiamo fiato. Guardiamoci intorno. Cerchiamo chi ancora non si rassegna. Ricostruiamo parole, legami, strumenti, organizzazione. Facciamo della nostra stanchezza non il segno della fine, ma la prova che abbiamo lottato abbastanza da sapere quanto sia necessario continuare.

Non piangiamo sulla nostra debolezza.

Organizziamola.

https://alternativalibertaria.org/
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