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(it) Italy, Umanita Nova: Restare Immobili (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 5 Sep 2026 08:08:24 +0300
Riceviamo e pubblichiamo con piacere ---- La Redazione web ---- Il 29
giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta
Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è
degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell'esplosione di un colpo di
pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un
uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il
fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia
sotto un'automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre
persone sono state fermate. L'episodio ha offerto alla cronaca e alla
politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e
securitaria, riducendo la realtà all'ennesima rappresentazione da
fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo
di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la
stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono
immobili, aspettando che l'uomo armato passi. Questa impassibilità non è
omertà e non è complicità mafiosa. È l'applicazione di un freddo calcolo
di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan
impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in
certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare
immobili. L'immobilità del vicolo diventa così l'ultimo strumento di
protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma
si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale
isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si
scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche
dell'immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in
questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da
un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere;
dall'altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una
politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio
con la gestione permanente dell'emergenza. Quando la strada esonda, la
risposta dello Stato si riduce infatti all'alternanza matematica tra la
militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a
ridosso delle scadenze elettorali, e l'erogazione di sussidi
assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico
estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi
e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze,
pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo
dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea
invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo
isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le
politiche di coesione sociale all'industria dei progetti e dei bandi a
termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con
segmenti dell'industria cinematografica e della moda, scende
ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima
contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare
progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale
e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non
risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma
nell'architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e
spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito
un'infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha
estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere
compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere
a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate,
perché spesso l'accesso viene filtrato attraverso requisiti che
finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri
tecnici: titoli accademici d'élite, percorsi formativi esclusivi e reti
di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere.
Il risultato è che si proclama l'inclusività attraverso campagne di
social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono
nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili
continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al
territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e
delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di
istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di
comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria
marginalità. Ecco perché l'indignazione mediatica e politica per il
Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il
punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una
responsabilità che resta pienamente individuale, l'obiettivo è ampliare
l'atto d'accusa, perchè limitare l'analisi al braccio armato significa
coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui
quell'episodio prende forma. Un'arma da guerra non nasce sul selciato:
attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che
evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente
sull'ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che
affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti,
costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.
Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse.
L'emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi
interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi.
Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per
risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla
politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di
progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da
spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso,
l'immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai
tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L'unico
soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del
quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi
l'esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.
Serena Parascandolo
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