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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - Spagna 1936: tra guerra e rivoluzione - Mario Salvadori (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 10 Jun 2026 07:40:56 +0300


Novanta. Tanti sono gli anni che ci separano dagli avvenimenti del luglio 1936 che in Spagna dettero il via a uno dei più grandi "assalti al cielo" nella storia della classe lavoratrice. Eppure, malgrado il tempo trascorso e le grandi trasformazioni avvenute in tutti i campi, questa vicenda continua a mantenere intatta la sua importanza per la vasta rivoluzione sociale che fu realizzata da una classe lavoratrice organizzata - in notevole parte - nel movimento anarchico.
Un movimento, quello spagnolo, con una storia particolare perché le società operaie che nel 1868 aderirono all'Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta "Prima Internazionale") adottarono, nello stesso tempo, anche il programma della specifica Alleanza della Democrazia Socialista fondata da Mikhail Bakunin; si venne così a creare un'organizzazione che, insieme alle rivendicazioni per il miglioramento delle condizioni di lavoro, perseguiva un programma collettivista, federalista, anarchico. Questo fatto produsse quella fusione tra sindacalismo e anarchismo che si affermò nel movimento libertario spagnolo di fine Ottocento, e poi nel 1910 con la fondazione della Confederación Nacional del Trabajo (CNT): una caratteristica che costituì la forza del movimento ma, nello stesso tempo, anche un suo limite politico.
La CNT era attesa da anni difficili: allo sviluppo iniziale fecero seguito la messa fuori legge e la repressione, l'assassinio dei suoi dirigenti da parte della polizia e di sicari prezzolati dai padroni, la clandestinità durante la dittatura del generale De Rivera. Ma furono anche anni che selezionarono e formarono una schiera di militanti ineguagliabili che, nel 1931, consegnarono una CNT con centinaia di migliaia di aderenti alla scena politica della nuova repubblica, nata dopo il crollo della dittatura di De Rivera e della monarchia. La CNT anarcosindacalista affrontò i successivi anni divisa tra una linea che privilegiava prima le conquiste operaie e il rafforzamento dell'organizzazione, e quella che gravitava intorno alla FAI[1]che puntava alla rivoluzione immediata; con il prevalere di quest'ultima la Confederazione dovette subire dure repressioni sia col governo di repubblicani e socialisti, che con la destra al potere. Infine, nel febbraio 1936, ci fu la vittoria elettorale del Fronte Popolare formato dai partiti del centro e della sinistra parlamentare, che la classe lavoratrice salutò a suo modo liberando dalle carceri migliaia di prigionieri politici.
I settori più reazionari della borghesia, contrari al nuovo governo e sentendosi minacciati dalla lotta di classe del proletariato, appoggiati dagli agrari, dai falangisti, dalla Chiesa, si organizzarono apertamente per un colpo di Stato militare. Così il 18 luglio 1936 la grande maggioranza dei generali si ribellò, ma mentre il governo cercava di patteggiare con i rivoltosi negando nello stesso tempo le armi al proletariato, a Madrid, a Barcellona e in tante altre città, i lavoratori riuscivano a sconfiggere i militari. Laddove questo non avvenne il prezzo pagato fu altissimo, con migliaia di operai e di militanti politici e sindacali che vennero fucilati. Inoltre le indecisioni del governo finirono per agevolare il consolidamento territoriale dei generali rivoltosi che, aiutati dall'aviazione fascista italiana, trasportarono truppe scelte dal Marocco e occuparono in poco tempo circa la metà del territorio spagnolo, organizzandosi poi in una entità statale capeggiata dal generale Francisco Franco.
Nella parte repubblicana il proletariato che aveva sconfitto i militari non intendeva fermarsi alla semplice difesa della Repubblica borghese, ma voleva procedere a una vera e propria rivoluzione sociale. A Barcellona la classe lavoratrice, organizzata con la CNT-FAI, aveva riportato una grande vittoria a cui fece seguito l'istituzione del Comitato centrale delle milizie antifasciste, composto dai rappresentanti di tutti i partiti e sindacati, vero governo della Catalogna che si sovrapponeva a quello ufficiale della Generalitat, che per il momento restava in secondo piano per ratificare quanto deciso in altra sede. Così la CNT-FAI, nonostante che i Comitati rivoluzionari avessero in mano il potere effettivo nella regione, decisero di accettare il fronte antifascista e interclassista, e di accantonare (almeno momentaneamente nelle loro intenzioni) la rivoluzione sociale.
Proprio allora emersero i limiti politici del movimento libertario spagnolo che, nonostante i dibattiti e le risoluzioni precedenti, dimostrò una certa confusione di idee in merito al ruolo degli organismi di base rivoluzionari e alla loro difesa. Di fatto ci fu il rifiuto di "prendere il potere" quando questo - con la dissoluzione degli organismi statali - era già nelle mani dei comitati rivoluzionari nelle campagne, nei quartieri, nelle fabbriche, con le milizie e i tribunali rivoluzionari, e di procedere alla trasformazione della società attraverso queste strutture della classe lavoratrice. Ci sembra evidente, in ogni caso, che sarebbe stata necessaria anche una forte e coesa organizzazione comunista anarchica, minoranza agente e motrice propulsiva, che già Bakunin aveva delineato a suo tempo dicendo ai suoi compagni che «isolati, operando ciascuno di propria testa, voi sarete certamente impotenti; uniti, organizzando le vostre forze - per quanto esse siano scarse in sul principio, - in una sola azione collettiva, ispirata dal medesimo pensiero, dal medesimo scopo, dalla medesima posizione, voi sarete invincibili».[2]
Si evidenziò quindi anche una carenza organizzativa, oltre che politica, non superata fino a quel momento dalla FAI.
Ma intanto i lavoratori, senza attendere direttive, erano andati oltre la risposta antifascista assumendo direttamente la responsabilità del funzionamento di industrie, commerci, servizi, aziende agricole. In Catalogna, la regione più industrializzata della Spagna, gran parte dell'economia era adesso sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici. A Barcellona furono collettivizzati i trasporti urbani (tram, bus, metropolitana), organizzati e coordinati dai Comitati di Impresa, così come avvenne per le linee ferroviarie della regione. L'autogestione interessò altri servizi, come i ristoranti, gli alberghi, i grandi magazzini, fino ai parrucchieri, ai cinema, ai teatri, ai panificatori, ma fu ancora più profonda in tutta l'industria tessile, chimica, meccanica, del legno e delle costruzioni.
Anche al di fuori della Catalogna si procedette a collettivizzazioni che furono tanto più estese quanto più era radicata la presenza della CNT, ma è importante sottolineare che molto spesso anche la classe lavoratrice della UGT, legata al Partito Socialista che invece puntava alla nazionalizzazione delle imprese, era parte attiva in questa rivoluzione sociale. Il numero di lavoratori e lavoratrici coinvolte nelle collettivizzazioni industriali e dei servizi viene valutato in oltre un milione. Le forme organizzative erano diverse e andavano da un sistema consiliare che controllava i vari aspetti della produzione, e di fatto aboliva la proprietà privata, a comitati di controllo nelle imprese a capitale straniero o dove i proprietari erano rimasti al loro posto; il riflesso sociale di questo sistema autogestionario era quello di una particolare attenzione al contenimento delle differenze salariali, all'aumento della sicurezza sul lavoro, alla riduzione della disoccupazione, a un trattamento paritario tra uomo e donna. Tutto ciò, naturalmente, in una situazione di grande difficoltà dettata dallo stato di guerra e dalla divisione territoriale del Paese che riduceva e stravolgeva il precedente mercato interno, con l'approvvigionamento delle materie prime problematico per le difficoltà della guerra e per l'accesso al credito in mano agli organi centrali della Repubblica che, mentre si batteva contro il fascismo, difendeva pur sempre gli interessi di classe della borghesia (che non potendo al momento opporsi alle collettivizzazioni cercava di circoscriverle e di frenarne lo sviluppo). In Catalogna lo stato di fatto fu sancito, nell'ottobre 1936, con il Decreto sulla collettivizzazione e il controllo operaio, un compromesso tra la classe operaia e la borghesia che legalizzava l'autogestione - limitandola - e che comunque fu sempre ostacolato e sabotato dai partiti repubblicani e dagli stalinisti che premevano per il rispetto della proprietà privata e per la sola nazionalizzazione delle aziende rimaste senza i loro proprietari.
Nelle campagne la collettivizzazione fu praticata in tutto il territorio repubblicano: i grandi proprietari furono ovunque espropriati e le loro terre autogestite, quelle degli affittuari e dei contadini vennero messe in comune nelle collettività a cui si aderiva volontariamente; infatti generalmente veniva rispettato il diritto del piccolo proprietario a produrre in proprio a patto che non impiegasse personale dipendente e non creasse un danno alla comunità. I dati sulle collettivizzazioni sono contrastanti e non possono essere completi visto il periodo attraversato dalla Spagna. Secondo lo storico Frank Mintz nelle campagne fu coinvolto un minimo di 758 mila collettivisti mentre altri citano cifre molto maggiori; nel 1938 i dati ufficiali davano un totale di 2 213 collettività agricole nonostante la guerra e gli ostacoli - nonché la repressione - posti dal governo centrale. Le collettività si coordinarono anche a livello regionale: nel febbraio 1937, in Aragona, 450 villaggi con 300 mila collettivisti decisero di federarsi. L'autogestione nelle campagne raggiunse buoni risultati e soprattutto nei latifondi espropriati vide l'aumento della superficie coltivata e quello della produzione, dando così un notevole contributo anche al sostentamento delle città e dei combattenti. Sul piano sociale viene riconosciuto il netto miglioramento delle condizioni della popolazione nelle campagne dove, oltre a raggiungere una alimentazione finalmente sufficiente, si introdusse l'assistenza medica e ospedaliera gratuita, l'apertura o la riorganizzazione delle scuole con metodi moderni, il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici in tutte le decisioni. È da rilevare che più piccole erano le comunità e più profondo risultava il coinvolgimento del commercio e dell'artigianato nel sistema autogestito. Molto spesso la retribuzione del lavoro era familiare anziché individuale, volendo attuare il principio "da ciascuno secondo le sue forze, a ciascuno secondo le sue necessità", ma vi furono anche molte sperimentazioni di totale messa in comune dei prodotti e di abolizione del denaro. Non mancarono comunque le contraddizioni, come in quelle comunità agricole in cui il salario delle donne continuava a essere inferiore a quello maschile. Quando questo sistema si proiettava su una più vasta estensione di territorio le collettività si confondevano con l'amministrazione municipale assicurando l'insieme della vita economica, sociale, culturale del comune.
C'è inoltre da dire che la rivoluzione sociale che investì la Spagna repubblicana non si limitò alle importanti realizzazioni nel campo economico, ma si estese a molti altri aspetti, come quello dell'insegnamento (grande era l'esperienza libertaria nel settore dell'istruzione che veniva vista anche come rivoluzione pedagogica), dei rapporti sociali, mentre si faceva strada un diverso ruolo della donna che scuoteva i tradizionali rapporti familiari e di genere.[3]
Contro tutte le realizzazioni rivoluzionarie era presto iniziata una forte opposizione della borghesia, più timidamente in Catalogna, che si concentrava principalmente nella denuncia di una presunta inefficienza delle collettività e sulla necessità dello scioglimento delle milizie operaie e della loro incorporazione nell'esercito regolare per vincere la guerra. L'offensiva ideologica fu talmente insistente che infine anche la CNT e la FAI si piegarono alla "necessità" della militarizzazione delle milizie che, a conti fatti, servì solo a disarmare la rivoluzione e incise negativamente sull'entusiasmo delle masse senza ottenere grandi vantaggi operativi dal punto di vista militare. Si scese infatti sul terreno in cui i militari golpisti erano più forti sia dal punto di vista della preparazione che degli appoggi internazionali (si pensi agli aiuti militari forniti a Franco da Italia e Germania, mentre la Repubblica era sottoposta al blocco del Comitato di non intervento formato dalle grandi potenze), affrontando la situazione senza la necessaria flessibilità. Niente fu tentato, per esempio, per cercare di portare lo scompiglio nelle retrovie fasciste con azioni di lotta, di sabotaggio, di guerriglia, oppure proclamando l'indipendenza del Marocco spagnolo da cui provenivano truppe scelte di etnia magrebina.[4]Infine la CNT e la FAI, accettando la logica della sola lotta antifascista, decidevano di entrare nel governo catalano nel settembre 1936 e in quello centrale il 4 novembre successivo. Questa grave decisione, che seppur errata poteva avere un senso tattico per la difesa delle collettivizzazioni, fu perseguita oltretutto senza chiarezza e determinazione; fu sacrificato così ogni progetto rivoluzionario senza considerare che ciò avrebbe comportato la sconfitta pure sul terreno militare. Come ebbe successivamente a scrivere l'anarchico Diego Abad de Santillan:
Sapevamo che non era possibile far trionfare la rivoluzione se non si vinceva la guerra, ed alla guerra sacrificammo tutto. Sacrificammo la rivoluzione stessa, senza renderci conto che questo sacrificio comportava anche quello degli obiettivi della guerra.[5]
L'attacco alle realizzazioni rivoluzionarie, se aveva come base sociale la borghesia, trovava un indispensabile appoggio politico nel Partido Comunista de España (PCE) che in pochi mesi era cresciuto enormemente con l'abile infiltrazione nei vertici del Partito Socialista, dell'esercito, della polizia, facendo inoltre leva sull'effetto propagandistico dei volontari antifascisti delle Brigate Internazionali e sugli aiuti forniti da Stalin (pagati con il trasferimento in URSS della maggior parte delle riserve di oro della Banca di Spagna), preoccupato in realtà di qualsiasi sbocco rivoluzionario e che valutava la guerra in corso come carta da spendere per giungere a nuove alleanze internazionali. Nella primavera del 1937 i settori borghesi, forti del ricostituito apparato statale della Repubblica e della autonoma Catalogna, decisero che era venuto il momento di regolare i conti con le forze rivoluzionarie; ciò non poteva che avvenire a Barcellona, là dove il proletariato esprimeva la maggiore forza. Il 3 maggio 1937 reparti di polizia, agli ordini di Rodríguez Salas del Partit Socialista Unificat de Catalunya (PSUC), omologo catalano del PCE, assaltavano la centrale telefonica che era gestita legalmente dai lavoratori del settore. In breve tempo tutte le fabbriche scesero in sciopero, si mobilitarono i comitati di difesa nei quartieri operai, mentre avvenivano scontri con le forze di polizia, appoggiata da reparti armati del PSUC e dei nazionalisti catalani, che provocarono complessivamente centinaia di vittime (tra questi anche gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri, sequestrati e poi uccisi dagli stalinisti) e un migliaio di feriti. La città era in gran parte in mano ai Comitati rivoluzionari e ai proletari che facevano riferimento alla CNT-FAI, mentre dei reparti composti da militanti confederali che erano pronti a marciare su Barcellona vennero bloccati da esponenti anarchici che si adoperarono per raggiungere un accordo; così i lavoratori, disorientati dalle indicazioni date dai loro dirigenti, abbandonarono le barricate ma percepirono subito l'entità politica della sconfitta. Infatti, nonostante le promesse governative, gli operai vennero disarmati, centinaia furono imprigionati, mentre il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista), che si era schierato dalla parte dei lavoratori, venne messo fuori legge e il suo segretario Andreu Nin sequestrato ed eliminato. Cosa questa che era impossibile fare con la CNT-FAI che comunque uscì da queste vicende politicamente indebolita. Emblematico è il caso dell'Aragona dove il Consiglio regionale presieduto dall'anarchico Joaquin Ascaso venne sciolto nell'agosto '37 dal nuovo governo di Negrín; subito dopo le collettività vennero soppresse a mano armata da alcune divisioni sotto il comando del comunista Lister, che scatenarono il terrore nelle retrovie mentre le divisioni confederali erano impegnate al fronte contro l'esercito franchista. A questo stato di cose aveva cercato coraggiosamente di dare una risposta il raggruppamento degli Amigos de Durruti, dal nome del prestigioso militante anarchico morto nella difesa di Madrid, che aveva esortato i lavoratori a non abbandonare le barricate rivendicando «una Giunta rivoluzionaria. Esecuzione dei colpevoli. Disarmo dei Corpi armati. Socializzazione dell'economia. Dissoluzione dei partiti che hanno assalito la classe operaia»;[6]ma la lucida azione di questi compagni difficilmente poteva avere possibilità di successo per la negativa situazione che si era venuta a creare e che coinvolgeva tutto il movimento libertario.
Ci siamo soffermati sulle giornate del maggio '37 a Barcellona perché queste costituiscono uno spartiacque che separa definitivamente il binomio "guerra e rivoluzione", anche se continuarono a sopravvivere, tra molte difficoltà, le collettivizzazioni. Il resto, nonostante la crescente militarizzazione della Repubblica, fu una lenta parabola che disegnò lo svolgersi delle vicende della guerra civile e che si concluse con la vittoria militare di Franco. Il primo aprile del 1939 cessava il conflitto ma non il sacrificio di migliaia di uomini e donne attraverso le fucilazioni di massa e la prigione, o con l'internamento nei campi di raccolta in Francia per quelli che erano riusciti a fuggire. Eppure, nonostante questo epilogo, rimane intatto il grandioso insegnamento delle trasformazioni sociali ed economiche che la classe lavoratrice spagnola riuscì a realizzare in quegli anni dopo decenni di lotte. Una realizzazione che ancora oggi può costituire una valida indicazione, pur tenendo conto dei grandi cambiamenti che da allora ci sono stati ovunque sotto il profilo economico, sociale, culturale, oltre che nella composizione delle classi. Rimangono inoltre come lezione, per il movimento anarchico, tutti i problemi teorici e strategici sollevati dalle vicende spagnole; da queste carenze e da questi errori, ma non solo da questi, noi comunisti anarchici abbiamo tratto le considerazioni politiche e organizzative per continuare la lotta per una società comunista e libertaria.
Note
[1]La FAI viene fondata nel 1927 come federazione di gruppi formati sulla base della affinità e per contrastare le tendenze riformiste nella CNT.
[2]Mikhail Bakunin, Il socialismo e Mazzini. Lettera ai miei amici d'Italia, in Opere complete, vol. II, Edizioni Anarchismo, Catania, 1976, p. 72.
[3]Emblematica fu l'attività sociale e politica dell'associazione Muieres Libres che organizzava migliaia di donne libertarie.
[4]In questo senso si era espresso Camillo Berneri sul n. 3 di «Guerra di classe» del 24 ottobre 1936.
[5]José Peirats, La CNT nella rivoluzione spagnola, Edizioni Antistato, Milano, 1977, vol. I, p. 274.
[6]Agrupación de los Amigos de Durruti, Verso una nuova rivoluzione, Quaderni di Alternativa Libertaria, 2006.

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