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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - Affrontare il problema della delinquenza minorile, nell'ottica di scuola come comunità educante - Paola Perullo (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 9 Jun 2026 07:25:54 +0300


«So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un nuovo modo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto a quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito, che forse nel profondo non saprà neanche perché, come non lo sapranno i suoi genitori. Se il Signore vorrà concedermelo io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché, nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande».
Queste parole pronunciate dalla professoressa Chiara Mocchi, dopo essere stata accoltellata a Bergamo da un ragazzo di 13 anni, suo allievo, ci offrono l'opportunità di affrontare la questione della delinquenza giovanile in un modo serio e appropriato, senza prestare il fianco a strumentalizzazioni politiche che servono solo a rinforzare l'idea che ci sia bisogno di intensificare le misure di sicurezza poliziesche a scuola. Non è una presa di posizione, la mia, per giustificare l'atto criminoso, ma semplicemente un contributo ad argomentare il problema, con l'aiuto di valide ricerche, che dimostrano quanto la prevenzione di questi fatti sia lontana dalle misure punitive, messe in atto solo dopo che i crimini sono stati commessi.
Perché un adolescente compie un reato? Delinquenti si nasce? Un minore che commette un crimine va punito, educato oppure curato?
Se analizziamo le principali teorie criminologiche che sono state pensate nel corso della storia, molte di tali teorie sono descrittive, si limitano cioè a descrivere la correlazione tra fattori sociali e comportamentali delinquenziali. Altre si rivolgono più alle qualità psicologiche dell'autore di reato, altre ancora si spingono all'estremo di voler individuare elementi biologici tipici del delinquente. È evidente che esiste un divario di pensiero nell'analisi dello stesso fenomeno e questo può dare l'idea dell'incertezza e della vaghezza che caratterizzano il panorama scientifico sul tema. Senza giudicare certi impianti di pensiero è però importante sottolineare, in queste teorie, l'assenza di una ricerca verso le profondità degli affetti e delle dimensioni umane di chi, in un'età di sconvolgenti cambiamenti, si ritrova a confliggere con la società e con i propri simili, in un modo così violento e distruttivo. A un giovane caduto nei meccanismi delinquenziali, si può offrire una possibilità evolutiva sincera e valida per cambiare il suo destino? A questo proposito sarebbe interessante studiare i nuovi approcci teorici e pratici che coinvolgono le istituzioni preposte nell'ambito della salute mentale, del sostegno sociale, fino alla giustizia minorile, e capire se non risentono negativamente dell'assenza di comprensione dell'adolescente autore di reato. La delusione, ovvero il dramma vissuto dopo aver perduto la speranza di una vita migliore già nell'adolescenza, non può e non deve incontrare l'indifferenza degli adulti nel proporre un cambiamento valido.
A oggi, la condizione necessaria affinché una persona possa essere chiamata a rispondere di un reato commesso è che sia imputabile, cioè che abbia almeno 14 anni di età al momento del fatto e sia capace di intendere e di volere. Sotto i 14 anni non è punibile, perché secondo la valutazione del legislatore non si è ancora abbastanza maturi per poter valutare le conseguenze delle proprie azioni. Negli ultimi anni, soprattutto in ragione del proliferare delle cosiddette "baby gang", si sta riaprendo il dibattito sull'imputabilità dei minorenni anche al di sotto del quattordicesimo anno, sin dai 12 anni. Il mondo forense, i sociologi, gli psichiatri e gli psicologi si stanno domandando non solo se un minore abbia realmente la capacità di comprendere, ma soprattutto se sia utile per il suo recupero inserirlo nel circuito penale.
A ogni modo, il fine principale del processo minorile è sempre stato la rieducazione più che la sanzione, ma nel 2023 c'è stata una modifica delle prescrizioni in materia di misure cautelari, in ragione dell'aumento esponenziale dei delitti commessi dai minori. Con il decreto legge 123 del 15 settembre 2023, detto Decreto Caivano dalla località in cui nello stesso anno è avvenuta la violenza di gruppo di due tredicenni, il processo minorile assume in parte caratteristiche più vicine al processo degli adulti. La componente punitiva, infatti, supera in questo caso quella rieducativa, che invece è stata la base fondante nell'ambito minorile. Le misure previste a integrazione, tra le altre, sono l'estensione dell'applicazione della custodia cautelare in carcere anche per i fatti di lieve entità riguardanti le sostanze stupefacenti, e l'applicazione del Daspo urbano, ovvero l'allontanamento da un determinato territorio che non sia quello di residenza del minore che abbia commesso reati come risse, violenze, percosse e minacce. Il provvedimento è procedibile d'ufficio, cioè applicabile anche senza denuncia delle vittime. Interessante sapere che in 34 Stati degli Stati Uniti non è prevista un'età minima per essere arrestati e negli altri il limite è fissato a 10 anni, mentre in alcuni i minori possono essere detenuti presso le carceri degli adulti se hanno commesso reati contro lo Stato. Sempre negli Stati Uniti solo nel 2005 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i minorenni.
Quale approccio alternativo al problema della delinquenza minorile? Come indica l'etimologia che deriva dal latino adolescens, participio presente del verbo adolescere (crescere), l'adolescenza è per definizione l'età del cambiamento. Si dice spesso, erroneamente, che l'adolescente è al tempo stesso un bambino e un adulto. In realtà egli non è più un bambino e non è ancora un adulto. In questa fase di transizione vive in una vera e propria "terra di mezzo", dove l'adolescente si avventura alla ricerca di autonomia e di nuovi e più complessi rapporti sociali. Tutto ciò porta a vivere una crisi che però non è una crisi patologica, ma una fisiologica instabilità, necessaria per la crescita e l'affermazione di una propria identità. Il termine "crisi" deriva dal greco krisis, ovvero scelta, decisione. La crisi può dunque diventare opportunità di mettersi in discussione, di porsi domande, di cercare soluzioni, di fare una trasformazione. Compito estremamente delicato, per chi lavora con gli adolescenti, è cercare di capire se ci troviamo di fronte a un processo di "crisi normale" che richiede solo rispetto e attesa, o se dietro a un determinato comportamento si nasconde una dimensione di distruttività e onnipotenza, espressione di alterazioni gravi dell'assetto psichico e affettivo di questi ragazzi.
Pertanto è fondamentale saper osservare, ascoltare, e soprattutto cogliere il significato veicolato dalle loro condotte rischiose, perché spesso possono nascondere urgenti richieste di aiuto. D'altronde difficilmente l'adolescente verbalizza di stare male, tendendo a esprimersi più spesso attraverso l'azione e il comportamento. Se ci riferiamo poi all'adolescente che delinque, tale discorso diviene ancora più pregnante. Si tratta infatti di ragazzi che nella maggior parte dei casi agiscono senza avere alcuna consapevolezza del proprio malessere. Spostare l'attenzione sul contenuto psichico che muove il loro comportamento appare dunque essenziale per poter andare "oltre" quello che manifestamente ci propongono: significa andare ad analizzare il latente, ossia gli affetti che sono alla base della psicodinamica delle relazioni. Nella cultura della colpa, che si è sviluppata con l'avvento del Cristianesimo ed è ancora molto attuale, si afferma il principio per cui l'ordine sociale è garantito attraverso divieti e proibizioni, la cui infrazione induce (o dovrebbe indurre) sentimenti di colpa, rimorsi e angoscia.
Ma quello che, come insegnanti e operatori della scuola vista come comunità educante, ci sta a cuore è che si possa immaginare e poi pensare agli adolescenti, e in particolare ai giovani autori di reato, in termini di prevenzione e di cura del loro malessere psicologico, prima ancora che si arrivi a un'aula di tribunale. Ancor meno sembra efficace l'adozione di misure di controllo poliziesco a scuola, perché di fronte a un ragazzo in difficoltà che perde progressivamente la sua bellezza interna, divorato dalla rabbia o peggio dall'odio, è compito dei grandi capire e intervenire. Pensando in questo modo alla scuola come comunità educante, appare evidente che oggi la vera colpa sia quella di non intervenire in modo intelligente e sensibile, destinando risorse a un lavoro di ascolto e prevenzione in supporto agli insegnanti, da parte di operatori qualificati, in tutti i territori. Questo a mio avviso sarebbe più opportuno e più efficace della fornitura di metal detector da destinare alle scuole.
Bibliografia
Laura Castaldo, Pieritalo Pompili, Ilaria Lisai, Giovani autori di reato: Delinquenti non si nasce, L'Asino d'oro, Roma, 2025.

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