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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - L'ingiustizia del clima: un affare di classe - Carmine Valente (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 7 Jun 2026 07:42:38 +0300


Le crisi internazionali di questi ultimi anni hanno fatto sì che la guerra da evento lontano, storicamente e geograficamente, sia oggi considerata una circostanza normale nel cuore del mondo occidentale; una sciagura che nella retorica del Novecento sembrava essere oramai retaggio del passato, e che ha contribuito a mettere in secondo piano la crisi climatica contribuendo ad accantonare anche i modesti progettiGiacarta sta letteralmente affondando, alcune aree stanno sprofondando 25-30 centimetri all'anno, mostrando plasticamente come il problema ambientale è di carattere multifattoriale: in questo caso a determinare l'inabissamento di interi quartieri è l'azione combinata della eccessiva estrazione di acqua dalle falde sotterranee, dal peso delle costruzioni e dall'innalzamento del livello del mare.
Se la risposta a Tuvalu si articola in un lasso di tempo di decenni, appare evidente che nella oramai ex capitale dell'Indonesia siamo già arrivati a un punto di non ritorno.
Le élite politiche ed economiche si stanno spostando nella nuova capitale in costruzione, Nusantara, e i ceti più ricchi abitano in immobili più arretrati dal fronte mare e in costruzioni più solide, hanno i mezzi finanziari per consolidare i terreni che sprofondano e sono proprio coloro che determinano il cedimento del terreno, con grandi centri commerciali, hotel di lusso e grattacieli che con massicce estrazione di acqua dal sottosuolo accelerano il collasso del suolo.
Le misure di tamponamento che si stanno attuando o progettando in questa parte del mondo, così come avviene in tanti altri luoghi, spesso non rispondono a un vero intervento di risanamento ambientale, ma rispondono alle logiche proprie del profitto che caratterizza qualsiasi approccio economico nel capitalismo. A Giacarta si costruisce una muraglia di centinaia di chilometri per arginare il mare, che favorisce gli interessi speculativi degli imprenditori del cemento; muro che peraltro poggiando sugli stessi substrati degli immobili sprofonda anch'esso, mentre non si mette mano alla rete idrica per favorire l'allacciamento delle comunità e delle piccole attività economiche che non hanno i mezzi necessari per farlo e continuano a estrarre acqua dal sottosuolo, contribuendo a perpetrare la subsidenza.
Si lavora e si vive nell'acqua
Le immagini della quotidianità di Giacarta confermano quello che in estrema e mirabile sintesi afferma il dilemma "socialismo o barbarie". Se in queste località esotiche e lontane i cambiamenti climatici determinano già ora l'abbandono dei territori oramai non più salvabili, dalle nostre parti, in Italia, la situazione non sembra essere molto diversa.
Intere cittadine franano, Niscemi in Sicilia, Petacciato in Molise; straripamenti e inondazioni, nubifragi e siccità. 7 mila comuni, il 94,5% dei comuni italiani, presenta aree a rischio frane, alluvioni ed erosione costiera.
La realtà è che stiamo assistendo a una crisi di civiltà dalle molteplici dimensioni: una crisi ecologica, alimentare, sanitaria, finanziaria, etica e morale. Al riguardo del decadimento etico e morale, basti pensare alla aberrazione dei "safari umani" durante la guerra in Bosnia (1992-96) dove facoltose persone dall'Italia e da altre parti d'Europa pagavano ingenti somme per diventare "cecchini del weekend" e sparare a inermi civili - donne, vecchi e bambini - dalle alture di Sarajevo.
Paghiamo il prezzo di un'espansione infinita in un ambiente finito, un potenziale conflitto catastrofico tra il capitalismo globale che si basa sulla crescita esponenziale del PIL e l'ambiente globale finito per natura.
Ecco che siamo di fronte a un nodo cruciale: affrontare il cambiamento climatico senza combattere la disuguaglianza è un'illusione e la disuguaglianza si combatte se si cambia il paradigma dell'economia capitalista - valorizzazione del capitale e appropriazione individuale della ricchezza prodotta, ricchezza che non è il frutto di un singolo ma il risultato di una cooperazione complessa tra migliaia di persone, tecnologie e conoscenze comuni; ovvero produzione sociale.
La crisi ambientale richiede, per i limiti che il sistema pianeta pone, non solo la socializzazione della ricchezza prodotta, ma come nella migliore tradizione del movimento operaio è urgente affrontare la necessità di un ribaltamento dei modelli delle forme di produzione, dei prodotti, della interconnessione con i territori, delle relazioni sociali.
Note
[1]V. Carmine Valente, Eserciti e emergenza ambientale, «il Cantiere», n. 39, novembre 2025; Giuseppe Oldani, La guerra lascia alle generazioni future distruzione e inquinamento, «il Cantiere», n. 43, aprile 2026.
[2]Dati Oxfam e Stockholm Environment Institute.
[3]Il concetto è stato formalizzato in un rapporto del 2019 da Philip Alston, all'epoca Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti.
[4]Secondo il Rapporto Groundswell della Banca Mondiale del 2021, nel 2050 i mig
Giacarta sta letteralmente affondando, alcune aree stanno sprofondando 25-30 centimetri all'anno, mostrando plasticamente come il problema ambientale è di carattere multifattoriale: in questo caso a determinare l'inabissamento di interi quartieri è l'azione combinata della eccessiva estrazione di acqua dalle falde sotterranee, dal peso delle costruzioni e dall'innalzamento del livello del mare.
Se la risposta a Tuvalu si articola in un lasso di tempo di decenni, appare evidente che nella oramai ex capitale dell'Indonesia siamo già arrivati a un punto di non ritorno.
Le élite politiche ed economiche si stanno spostando nella nuova capitale in costruzione, Nusantara, e i ceti più ricchi abitano in immobili più arretrati dal fronte mare e in costruzioni più solide, hanno i mezzi finanziari per consolidare i terreni che sprofondano e sono proprio coloro che determinano il cedimento del terreno, con grandi centri commerciali, hotel di lusso e grattacieli che con massicce estrazione di acqua dal sottosuolo accelerano il collasso del suolo.
Le misure di tamponamento che si stanno attuando o progettando in questa parte del mondo, così come avviene in tanti altri luoghi, spesso non rispondono a un vero intervento di risanamento ambientale, ma rispondono alle logiche proprie del profitto che caratterizza qualsiasi approccio economico nel capitalismo. A Giacarta si costruisce una muraglia di centinaia di chilometri per arginare il mare, che favorisce gli interessi speculativi degli imprenditori del cemento; muro che peraltro poggiando sugli stessi substrati degli immobili sprofonda anch'esso, mentre non si mette mano alla rete idrica per favorire l'allacciamento delle comunità e delle piccole attività economiche che non hanno i mezzi necessari per farlo e continuano a estrarre acqua dal sottosuolo, contribuendo a perpetrare la subsidenza.
Si lavora e si vive nell'acqua
Le immagini della quotidianità di Giacarta confermano quello che in estrema e mirabile sintesi afferma il dilemma "socialismo o barbarie". Se in queste località esotiche e lontane i cambiamenti climatici determinano già ora l'abbandono dei territori oramai non più salvabili, dalle nostre parti, in Italia, la situazione non sembra essere molto diversa.
Intere cittadine franano, Niscemi in Sicilia, Petacciato in Molise; straripamenti e inondazioni, nubifragi e siccità. 7 mila comuni, il 94,5% dei comuni italiani, presenta aree a rischio frane, alluvioni ed erosione costiera.
La realtà è che stiamo assistendo a una crisi di civiltà dalle molteplici dimensioni: una crisi ecologica, alimentare, sanitaria, finanziaria, etica e morale. Al riguardo del decadimento etico e morale, basti pensare alla aberrazione dei "safari umani" durante la guerra in Bosnia (1992-96) dove facoltose persone dall'Italia e da altre parti d'Europa pagavano ingenti somme per diventare "cecchini del weekend" e sparare a inermi civili - donne, vecchi e bambini - dalle alture di Sarajevo.
Paghiamo il prezzo di un'espansione infinita in un ambiente finito, un potenziale conflitto catastrofico tra il capitalismo globale che si basa sulla crescita esponenziale del PIL e l'ambiente globale finito per natura.
Ecco che siamo di fronte a un nodo cruciale: affrontare il cambiamento climatico senza combattere la disuguaglianza è un'illusione e la disuguaglianza si combatte se si cambia il paradigma dell'economia capitalista - valorizzazione del capitale e appropriazione individuale della ricchezza prodotta, ricchezza che non è il frutto di un singolo ma il risultato di una cooperazione complessa tra migliaia di persone, tecnologie e conoscenze comuni; ovvero produzione sociale.
La crisi ambientale richiede, per i limiti che il sistema pianeta pone, non solo la socializzazione della ricchezza prodotta, ma come nella migliore tradizione del movimento operaio è urgente affrontare la necessità di un ribaltamento dei modelli delle forme di produzione, dei prodotti, della interconnessione con i territori, delle relazioni sociali.
Note
[1]V. Carmine Valente, Eserciti e emergenza ambientale, «il Cantiere», n. 39, novembre 2025; Giuseppe Oldani, La guerra lascia alle generazioni future distruzione e inquinamento, «il Cantiere», n. 43, aprile 2026.
[2]Dati Oxfam e Stockholm Environment Institute.
[3]Il concetto è stato formalizzato in un rapporto del 2019 da Philip Alston, all'epoca Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti.
[4]Secondo il Rapporto Groundswell della Banca Mondiale del 2021, nel 2050 i migranti climatici potrebbero arrivare a 216 milioni in tutto il mondo.

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