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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #12-26 - Territori accidentati. Ancora su specismo e antispecismo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 18 May 2026 07:28:11 +0300
Provo a replicare ad alcune sollecitazioni offerte dall'articolo
Antispecismo per far cessare ogni ingiustizia, pubblicato sul numero 11
di Umanità Nova, perché ritengo doveroso chiarire alcuni aspetti. Nel
preannunciare sin da ora che non interverrò ulteriormente, mi auguro che
il dibattito possa proseguire con il contributo di altri compagni o
lettori di questo giornale. ---- Quello che sembra sfuggire
all'antispecismo è che la complessità umana, pur non essendo la sola
complessità nel vivente, è comunque la nostra e da questo non si può
prescindere.
Ancora una volta, porre sullo stesso piano il riconoscimento delle
diverse culture umane e quello delle differenti peculiarità di specie è
un'operazione che trovo sostanzialmente forzata se non addirittura
ideologica. La capacità che abbiamo noi di esperire le differenze di
specie rientra nella nostra più complessiva facoltà di giudizio e di
valutazione. Non ho mai sostenuto che la prerogativa cognitiva umana sia
il criterio esclusivo del valore morale perché nella complessità
dell'essere umano ho chiaramente inserito (e non potrebbe essere
altrimenti) tutto il bagaglio emotivo, relazionale e culturale grazie al
quale riconosciamo i nostri simili.
Concordo sul fatto che, partendo dalla constatazione che le differenze
esistano, il lavoro progressista debba essere finalizzato a distruggere
la presunta validità dei motivi che stanno alla base delle
discriminazioni fondate su quelle differenze. Questa tensione etica è
talmente ragionevole e condivisibile che, a parer mio, può osare
qualcosa di più: la distruzione delle differenze stesse, laddove
possibile. E quando è possibile? Per come la vedo io, la distruzione
delle differenze (intese come discriminazioni) ha pienamente senso solo
se parliamo di esseri umani. E questo per me non è negoziabile, in alcun
modo. Al contrario, anche volendo estendere la nostra sfera di
riconoscimento morale ad altre specie viventi, ci troveremmo sempre di
fronte a un confine invalicabile costituito dalla stessa umanità ovvero
la comunità di esseri umani che si riconoscono in ciò che sono.
A ben vedere, dunque, nazionalismo, razzismo e sessismo sono criteri
discriminatori che solo uno sguardo superficiale può giustificare sulla
base di reali differenze ma sappiamo bene, invece, che si tratta solo di
approcci pretestuosi facilmente confutabili sulla base di tantissime
considerazioni: biologiche, politiche e soprattutto etiche. Una volta
demolite le presunte differenze tra esseri umani, quella che rimane
intatta è proprio l'umanità.
È lì che ogni analogia con lo "specismo" mostra tutti i suoi limiti. Se
cambiamo i soggetti delle nostre discussioni è assolutamente logico
cambiare il tipo di approccio perché, molto banalmente, si tratta di
comprendere cosa può essere messo a paragone e cosa no. A scuola, quando
ci veniva insegnata la matematica, si utilizzava spesso la classica
espressione: «Le mele con le mele, le pere con le pere» proprio per
evidenziare la necessità di ragionare su grandezze comparabili o, in
termini filosofici, su entità o categorie logicamente compatibili.
Mi ha fatto davvero impressione leggere su un giornale anarchico che la
critica al capitalismo equivale a usarlo come un «parafulmine» visto che
l'origine dei problemi radicali andrebbe cercata altrove.
Lungi dallo sposare acriticamente una visione marxista delle dinamiche
sociali ed economiche, io sono fermamente convinto che il capitalismo
costituisca un grosso ostacolo all'emancipazione dell'umanità dalla
schiavitù, dalle disuguaglianze, dal dominio. Allo stesso tempo,
scaricare sugli individui-consumatori il fardello delle responsabilità
di questo sistema devastante e pervasivo mi sembra un'operazione, questa
sì, davvero pericolosa. Certo, ognuno di noi può e deve fare il
possibile per essere coerente con il proprio sentire e con le proprie
convinzioni, purché si riconosca che non sempre è facile, specialmente
quando ci si trova in condizioni di estremo ricatto o bisogno.
Proprio a causa del capitalismo (che sarà pure un «sintomo», ma di
quelli davvero gravi), miliardi di individui nel mondo non hanno scelta,
sotto molti punti di vista, e scommetto che moltissime persone, poste
davanti alla possibilità di nutrirsi di più e meglio non esiterebbero un
attimo davanti all'opportunità di mangiarsi una bistecca.
Potrei sbagliarmi, ma in un sistema capitalista il vero privilegio
sta proprio nella libertà di rinunciare a quella bistecca. Altroché.
Io posso anche assumermi la mia quota di responsabilità (o complicità,
direbbe qualcuno) nel mantenere il sistema capitalista nel momento in
cui decido di andare a fare la spesa, ma mi aspetto che lo facciano
anche gli altri. Se andare al supermercato e comprare la cotoletta è un
atto controrivoluzionario, ritengo che recarsi allo stesso supermercato
per comprare una confezione di tofu sia altrettanto discutibile. Finché
tutti quanti non disertiamo, completamente o almeno parzialmente, gli
ingranaggi del capitalismo per rivoluzionare le nostre vite a partire da
un'economia autogestionaria e liberata, difficilmente potremo impartire
lezioni di coerenza e integrità.
Io non so se «una volta abbattuto il profitto e socializzati i mezzi di
produzione, l'essere umano potrà finalmente risvegliarsi in una realtà
fatta di autodeterminazione, libertà, uguaglianza». Nel dubbio, da
anarchico, mi impegno proprio in tal senso o, quanto meno, mi pongo il
problema non solo del consumo, ma anche delle modalità strutturali di
produzione e distribuzione dei beni essenziali per la vita di tutti. Da
anarchico, quindi, mi pongo necessariamente il problema della
trasformazione sociale al fine di smantellare il capitalismo e i suoi
effetti distruttivi.
Ammesso e non concesso che io sia sordo o cieco di fronte alle istanze
degli animali, rimango comunque perplesso rispetto al riconoscimento di
un'etica all'interno del regno animale. Se questa esiste, non è
certamente l'etica umana. Moltissime specie si fondano su gerarchia,
competizione, predazione. Come potremmo dare voce o statuto morale a
comportamenti senz'altro naturali che confliggono, però, con i nostri
princìpi?
In natura, il "dominio" tra le specie esiste, e senza un intervento da
parte nostra sulla natura l'essere umano si sarebbe estinto già da tempo.
Confesso comunque di essere un po' spiazzato. Nel corso dell'articolo si
contesta, giustamente, la validità della biologia come unico criterio
per la valutazione morale. Nel contempo, però, si esaltano le
straordinarie capacità biologiche di alcune specie (il sonar dei delfini
o l'intelligenza del polpo, ecc.) e si sottolinea quanto la nostra
capacità empatica sia biologicamente determinata dai nostri
neuroni-specchio.
Da parte mia, non posso che ribadire il concetto che la complessità
dell'essere umano non può e non deve ridursi a considerazioni di tipo
esclusivamente biologico perché, così facendo, si rischia di prendere
delle enormi cantonate.
Tra queste, evocare con un certo rimpianto una mitica età dell'oro in
cui «avevamo piena contezza dell'ambiente in cui ci muovevamo in un
rapporto armonico sia con la natura che con le sue nostre[sic]stesse
necessità psico-fisiche, esattamente come ogni altro essere vivente»
senza che fosse «necessario inventare leggi, gerarchie, dominio,
economia, competizione» è un errore grossolano che non tiene conto del
più recente dibattito antropologico (anche di segno libertario) che ha
ormai superato la vecchia idea secondo la quale le gerarchie siano state
un'inevitabile conseguenza della nascita dell'agricoltura, della
stanzialità o delle grandi civiltà. Nell'evoluzione umana (che è stata
molto meno lineare e molto più sperimentale di quanto si pensi), diverse
culture hanno calibrato il rapporto tra esseri umani e animali in molte
maniere differenti, spesso divinizzandoli o considerandoli "persone non
umane" di cui servirsi, magari con tante scuse e tante preghiere, per il
sostentamento e la vita. In fin dei conti, anche l'ancestrale armonia
tra esseri umani e natura non è mai stata del tutto esente da una
inevitabile asimmetria di interessi.
Il metro adeguato per l'applicazione delle nostre linee etiche e morali
non è dato dalle capacità che hanno gli individui di metterle in
pratica, ma dalla composizione della comunità morale cui facciamo
riferimento. Qualunque paragone, senz'altro paradossale, tra animali
alla mercé del dominio umano e persone con gravi deficit cognitivi che,
in quanto tali, rischierebbero di essere esclusi da quelle stesse linee
etiche, è per me irricevibile. Piuttosto, sarebbe bene ricordare che,
con un esempio del genere, fu proprio Peter Singer uno dei massimi
teorici dell'antispecismo a sostenere che, in situazioni estreme,
l'interesse di un animale sano prevarrebbe su quello di un essere umano
in stato vegetativo.
In definitiva, io penso che da un punto di vista morale, l'approccio
antispecista sconti una tendenza all'astrazione che mal si concilia con
l'idea stessa di morale. Non si tratta, ripeto, di sancire la
superiorità degli esseri umani ma di riconoscerne l'unicità. La morale è
umana perché è un fatto squisitamente umano, si plasma sull'esperienza
umana, trova conferma nella nostra umanità. Se provassimo a eliminare
del tutto il punto di vista umano per essere "imparziali" nell'approccio
con tutti i viventi, finiremmo per distruggere la morale stessa.
Mi spiace deludere il mio interlocutore, ma ribadisco che è possibile
lottare, ad esempio, contro gli allevamenti intensivi pur senza
condividere l'impianto teorico dell'antispecismo.
Le motivazioni di questa lotta si possono trovare nella critica al
capitalismo, nella valutazione delle risorse che vengono sprecate per il
mantenimento di un certo tipo di economia, nella constatazione che non
ha senso sacrificare milioni di animali quando se ne potrebbe fare a
meno, nell'orrore che si prova per la sofferenza inflitta negli
allevamenti intensivi. E questo orrore può tranquillamente prescindere
da una prospettiva antispecista.
Tali valutazioni partono da una prospettiva morale che è umana e che
sarà comunque sempre orientata al soddisfacimento primario degli
interessi umani. Da un punto di vista anarchico, soddisfare gli
interessi umani significa porre, ancora una volta, la questione della
rivoluzione per abbattere lo sfruttamento economico e il dominio
politico in vista di una vera emancipazione sociale.
Quando si parla di coerenza si entra in un territorio molto accidentato
in cui è facile usare il giudizio morale come un oggetto contundente. Il
problema è che questa coerenza, se non viene maneggiata con una certa
cautela e una buona dose di umiltà, rischia di diventare un boomerang.
Quando dico che è insostenibile l'equiparazione tra lo "specismo" e le
discriminazioni tra umani come il razzismo e il sessismo, penso
immediatamente alla nostra militanza e a quello che facciamo ogni giorno.
Per quanto mi riguarda, non potrei mai condividere lo stesso ambito
organizzativo con chi propugna il razzismo o il sessismo. Con certa
gente riuscirei a stento a prendermi anche solo un caffè al bar,
figuriamoci farci politica assieme. Eppure, ormai da anni, nei nostri
gruppi, nei nostri collettivi, nelle nostre organizzazioni, gli
antispecisti attraversano gli stessi spazi, costruiscono le iniziative
comuni, sono parte integrante del movimento, siedono a tavola gomito a
gomito con compagne e compagni che mangiano il ragù nelle pause pranzo
tra un'assemblea e l'altra.
Come ci riescono? Delle due l'una: o gli antispecisti hanno una stoica
capacità di tollerare l'intollerabile (con buona pace della tanto
agognata coerenza), oppure anche loro nel profondo del loro cuore sono
consapevoli che, al netto di tutto, uno "specista" non potrà mai essere
considerato alla stessa stregua di un razzista. Risulta pertanto
evidente che ogni analogia tra lo specismo e tutte le forme di
discriminazione umana è il frutto di un'operazione molto debole non solo
nei suoi presupposti teorici ma anche nelle sue ricadute pratiche.
«Che tipo di anarchia vogliamo, rappresentiamo e costruiamo?». Una
domanda non da poco alla quale cercherò di rispondere. Innanzitutto,
nella mia idea di anarchia è profondamente radicato il senso del
rispetto reciproco e del riconoscimento delle altrui posizioni (purché
ovviamente compatibili con dei valori minimi di riferimento).
Ho trovato davvero infelice l'incipit utilizzato nell'articolo in
risposta al mio intervento che viene descritto come un «esempio quasi
perfetto di una retorica che si presenta con voce pacata, si professa
aperta al cambiamento, riconosce il valore delle critiche altrui, e poi,
con eleganza, rimette tutto al suo posto. Qualcuno la potrebbe definire
retorica reazionaria e non a torto».
La qualifica di "reazionario" è molto grave e, solitamente, andrebbe
riservata agli avversari politici, non ai compagni. Ciononostante, ho
preferito rispondere nel merito di alcune questioni perché le ho trovate
comunque interessanti e perché mi sta molto più a cuore un dibattito
franco e aperto rispetto alla tentazione di rispondere in maniera
scomposta a un insulto del tutto estraneo alla più elementare grammatica
libertaria.
D'altronde un giudizio così sprezzante racconta molto di un'attitudine
ancora assai diffusa in certi ambienti. In ogni caso, continuerò a fare
tesoro degli spunti etici e politici offerti dall'antispecismo,
nonostante alcuni antispecisti.
Che anarchia vogliamo, dunque? Il discorso è molto, troppo lungo.
Io penso che l'anarchia la faranno gli oppressi che sapranno
organizzarsi. Se per esempio, da qualche parte nel mondo, dieci, cento o
mille comunità grandi o piccole di pescatori o allevatori vorranno
continuare a pescare o ad allevare al di fuori di ogni logica
capitalistica o di dominio politico, quella sarà senz'altro la loro
anarchia.
Per come la vedo io, pur correndo il rischio di sembrare anacronistico,
vado sul sicuro e cito Errico Malatesta, anche perché non mi pare che ci
sia niente di meglio del volere per tutti «pane, libertà, amore, scienza».
Se poi, nella costruzione del comunismo libertario, qualcuno vorrà
mettere del salame in mezzo a quel pane, non sarò di certo io a redarguirlo.
Alberto La Via
https://umanitanova.org/territori-accidentati-ancora-su-specismo-e-antispecismo/
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