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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #12-26 - Dazi, dollaro e shock energetico. La guerra in Iran come crisi dell'economia politica trumpiana (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 16 May 2026 07:39:05 +0300
La guerra in Iran non costituisce, per gli Stati Uniti, un semplice
evento esterno che si aggiunge a un equilibrio economico altrimenti
stabile; essa funziona piuttosto come un rivelatore di contraddizioni
già immanenti alla configurazione economico-politica del ciclo
trumpiano. In tale configurazione convergono almeno tre linee di
tensione: il ritorno di una dinamica inflazionistica non pienamente
riassorbita, il ricorso ai dazi come strumento di politica commerciale e
industriale, e la persistente ambivalenza di una strategia che mira a un
dollaro relativamente debole senza poter disciplinare fino in fondo le
logiche proprie dei mercati globali.[1]In questo senso, la guerra non
produce soltanto un aumento del prezzo del greggio: essa riconnette
prezzi dell'energia, costo delle importazioni, aspettative di
inflazione, tassi di interesse, mercati finanziari e consenso politico,
facendo emergere il carattere strutturalmente instabile dell'intero
dispositivo.[1][2]
Il primo canale di trasmissione è naturalmente quello energetico.
Dall'inizio della guerra, il Brent è salito di oltre il 50%, con punte
superiori a 119 dollari al barile; in uno scenario centrale raccolto da
Reuters tra gli analisti, il prezzo medio potrebbe collocarsi attorno a
134,62 dollari, mentre in uno scenario più grave, con colpi alle
infrastrutture iraniane di export, potrebbe raggiungere o superare i 150
dollari.[2]La spiegazione di questa violenza non è congiunturale ma
strutturale: dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% dei flussi
mondiali di petrolio e gas, cosicché anche una perturbazione parziale si
traduce in una rapida riscrittura dei prezzi internazionali
dell'energia.[2]Lo shock bellico, dunque, non resta confinato al teatro
mediorientale, ma si universalizza attraverso il sistema dei trasporti,
delle assicurazioni, della raffinazione e delle aspettative speculative.[2]
Sul piano della distribuzione geografica dei costi, l'asimmetria è
netta. La U.S. Energy Information Administration stima che nel 2024
circa l'84% del greggio e del condensato, transitato per Hormuz fosse
diretto ai mercati asiatici e che Cina, India, Giappone e Corea del Sud
rappresentassero insieme il 69% di tali flussi.[3]L'International Energy
Agency conferma che, anche per il gas naturale liquefatto, il peso
dell'Asia è dominante: nel 2025 quasi il 90% del GNL transitato per
Hormuz è stato destinato all'Asia, mentre poco più del 10% è andato
all'Europa; tuttavia questa quota ha rappresentato comunque circa il 7%
degli afflussi europei totali di GNL.[4]Ne discende una distinzione
teoricamente rilevante: l'Asia paga soprattutto il costo materiale della
vulnerabilità delle rotte, mentre l'Europa paga soprattutto il costo
macroeconomico dell'energia cara, cioè inflazione, stagnazione dei
consumi, pressione sui bilanci pubblici e tensione monetaria.[3][4]
Questo secondo versante è stato esplicitato con particolare chiarezza
nelle valutazioni europee più recenti. Secondo il commissario europeo
Valdis Dombrovskis, anche una breve perturbazione dei flussi energetici
potrebbe sottrarre circa 0,4 punti percentuali alla crescita dell'Unione
nel 2026 e aggiungere fino a 1 punto all'inflazione; in uno scenario più
prolungato, il danno potrebbe raggiungere 0,6 punti di crescita persi
sia nel 2026 sia nel 2027.[5]La guerra in Iran, dunque, non agisce solo
come shock di offerta energetica, ma come dispositivo stagflattivo,
perché combina aumento dei prezzi e compressione dell'attività
economica.[5]In tal senso essa si differenzia da uno shock puramente
recessivo o da uno shock puramente inflazionistico: produce, più
radicalmente, una crisi di coordinamento tra politica monetaria,
politica fiscale e politica commerciale.[5][6]
Il passaggio dai mercati energetici ai prezzi interni avviene attraverso
una duplice filiera: prezzi alla produzione e prezzi al consumo. Sul
lato dei prezzi alla produzione, l'energia entra nei costi di trasporto,
nella chimica, nei fertilizzanti, nella logistica, nei metalli e nei
semilavorati; sul lato dei prezzi al consumo, essa si manifesta prima
nella benzina, nel diesel, nelle bollette e negli alimentari, per poi
diffondersi ai beni industriali e ai servizi. Reuters ha riportato che
negli Stati Uniti i prezzi all'importazione sono aumentati a febbraio
2026 dell'1,3% su base mensile, il dato più alto in quasi quattro anni;
ancora più significativo è il fatto che i core import prices, esclusi
carburanti e alimentari, abbiano registrato un aumento annuo del
3,0%.[7]Questo dato segnala che il rincaro non può essere ridotto a un
semplice "effetto petrolio": esso riflette una più ampia trasmissione
dei costi importati all'intero sistema produttivo.[7]
È precisamente qui che entra la questione dei dazi. Se la guerra in Iran
riaccende l'inflazione energetica, la politica tariffaria la rende più
persistente e meno riassorbibile. Jerome Powell ha dichiarato che una
quota compresa fra la metà e i tre quarti dell'inflazione ancora
eccedente il target dipende dagli effetti dei dazi, e che resta incerto
fino a che punto la Federal Reserve possa "guardare oltre" l'attuale
shock energetico come se fosse un fenomeno transitorio.[1]Il punto
teorico è rilevante: il dazio, presentato politicamente come misura di
protezione della manifattura nazionale, si comporta in realtà anche come
imposta indiretta sui beni importati, sui componenti e sui beni
intermedi. Quando tale meccanismo si somma a un forte rialzo
dell'energia, il risultato non è soltanto un incremento dei prezzi, ma
una loro maggiore vischiosità. Lo shock non si esaurisce rapidamente;
tende piuttosto a sedimentarsi nei margini, nei listini, nelle
aspettative e nelle scelte di prezzo delle imprese.[1][7]
A confermare la persistenza del quadro inflazionistico concorre anche il
più recente scenario macroeconomico dell'OCSE. Nel rapporto intermedio
di marzo 2026, l'organizzazione stima che l'inflazione del G20 nel 2026
sarà 1,2 punti percentuali più alta del previsto, attestandosi al 4,0%,
prima di scendere al 2,7% nel 2027 con l'attenuazione delle tensioni
energetiche.[6]Non si tratta di un dettaglio quantitativo marginale: una
revisione di tale ampiezza segnala che l'interazione fra energia cara,
tensioni commerciali e instabilità geopolitica non produce più
un'inflazione episodica, ma una condizione di prolungata fragilità del
processo disinflattivo.[6]La guerra in Iran, pertanto, non crea ex
nihilo l'inflazione del 2026, ma si innesta in un contesto in cui la
disinflazione era già stata resa più difficile da protezionismo, rialzi
dei costi importati e fragilità delle catene logistiche.[1][6]
Il problema del dollaro complica ulteriormente il quadro. In termini di
economia politica, la preferenza trumpiana per un dollaro relativamente
più debole risponde a una logica neo-mercantilista: favorire l'export,
ridurre il vantaggio competitivo delle importazioni e sostenere la
produzione interna. Ma questa preferenza si scontra con la funzione
sistemica del dollaro come bene rifugio. Reuters segnala che il dollar
index è salito del 2,57% nel marzo 2026, il maggiore rialzo mensile dal
luglio 2025, proprio per l'aumento della domanda di safe haven[rifugio
sicuro ndr]connessa alla guerra.[8]Ne consegue un paradosso strutturale:
la Casa Bianca può desiderare politicamente un dollaro meno forte, ma
una guerra nel Golfo restituisce centralità al dollaro come valuta della
paura globale, sottraendolo alla governabilità politica immediata.[8]
A ciò si aggiunge un secondo paradosso, temporale. Reuters osserva che
la precedente debolezza del dollaro aveva già contribuito al rincaro dei
prezzi all'importazione; ora, però, la fase di rafforzamento del dollaro
non elimina il problema, ma lo ricodifica in termini di restrizione
finanziaria e di pressione sui tassi.[7][8]La debolezza passata ha
alimentato l'inflazione importata; la forza presente, prodotta dalla
fuga verso la sicurezza, rende più onerose le condizioni finanziarie e
segnala che la crisi si è spostata dal solo piano dei prezzi a quello
della stabilità complessiva del ciclo. In altre parole, il dollaro non
offre una via d'uscita: prima contribuisce al rincaro delle
importazioni, poi si rivaluta come sintomo della paura sistemica.[7][8]
Su questo sfondo, la Federal Reserve si trova in una posizione
particolarmente difficile. Diversi esponenti della banca centrale hanno
segnalato che il conflitto aumenta i rischi sia per l'inflazione sia per
la crescita. Anna Paulson ha sottolineato che l'opinione pubblica, dopo
anni di attenzione ai prezzi, è diventata più sensibile agli shock su
carburanti e fertilizzanti, e che le aspettative di inflazione, pur
restando formalmente ancorate, sono oggi più fragili.[9]Thomas Barkin ha
aggiunto che l'inflazione era già ferma circa 1 punto sopra il target
del 2% prima della nuova impennata del petrolio.[10]In presenza di dazi
che continuano a spingere i prezzi dei beni e di uno shock energetico
che investe direttamente le aspettative, una guerra lunga non alza
soltanto la benzina: riduce i margini per il taglio dei tassi, prolunga
il costo del denaro elevato e trasmette l'incertezza ai mercati
obbligazionari e al credito.[1][9][10]
Gli effetti sociali di questa dinamica sono già misurabili. Secondo
Reuters, l'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del
Michigan è sceso a 53,3 nel marzo 2026, contro 56,6 di febbraio, mentre
il prezzo medio della benzina è salito a 3,98 dollari al gallone; nello
stesso contesto, le aspettative di inflazione a un anno sono risalite al
3,8%.[11]Qui il conflitto si traduce in una forma di fiscalità implicita
e regressiva: esso erode il reddito disponibile attraverso il
carburante, la logistica, il cibo, il costo dei beni importati e,
indirettamente, i tassi di interesse. La guerra viene così
interiorizzata nella vita quotidiana non come categoria geopolitica
astratta, ma come peggioramento del tenore materiale di esistenza.[11]
In questa prospettiva, il tema degli extra-profitti energetici non è
secondario. Reuters ha calcolato che le cinque grandi major
occidentali[BP, Chevron, Exxon Mobil, Shell e TotalEnergies ndr]abbiano
restituito agli azionisti oltre 111 miliardi di dollari nel solo 2023,
nonostante il ridimensionamento rispetto al picco del 2022.[12]Ciò
mostra che una quota rilevante della rendita energetica generata dal
ciclo di crisi viene convertita in dividendi e buyback, mentre il costo
dell'aggiustamento ricade su famiglie, imprese energivore e bilanci
pubblici. La guerra, sotto questo profilo, non è solo un moltiplicatore
dei prezzi: è anche un meccanismo di redistribuzione regressiva, che
socializza i costi e privatizza una parte significativa dei benefici.[12]
Se, dunque, ci si chiede perché Trump non possa continuare a lungo la
guerra in Iran dal punto di vista economico, la risposta va cercata
nell'interazione di questi fattori. Il petrolio alto contraddice la
promessa di un costo della vita sotto controllo; i dazi impediscono che
l'inflazione dei beni si riassorba rapidamente; il dollaro rifugio
sfugge alla volontà politica di indebolirlo; la Federal Reserve, di
fronte a inflazione ancora sopra target e aspettative più instabili,
dispone di meno spazio per allentare i tassi; i consumatori, infine,
sperimentano la guerra come carburante più caro, mutui più onerosi e
riduzione del potere d'acquisto.[1][2][7][8][9][11]Una guerra lunga, in
altri termini, non erode soltanto risorse strategiche o capitale
politico: disorganizza la coerenza stessa del modello economico
trumpiano, fondato insieme su promessa disinflattiva, protezionismo e
gestione politica del cambio.[1][8]
La conclusione può essere formulata in termini più generali. La guerra
in Iran dimostra che, nell'economia contemporanea, il nodo energetico
continua a rappresentare il principale mediatore tra geopolitica e vita
materiale. Ma mostra anche qualcosa di più specifico: che la sintesi
trumpiana fra dazi, crescita domestica e volontà di governare il dollaro
incontra un limite oggettivo nel momento in cui l'ordine energetico
globale entra in crisi. I dazi cessano di apparire come protezione e si
rivelano fattore di persistenza inflazionistica; il dollaro cessa di
essere una leva pienamente politica e torna a funzionare come sintomo
della paura sistemica; il petrolio cessa di essere una variabile esterna
e si impone come luogo in cui la politica economica perde il controllo
del proprio stesso racconto. In questo senso, la guerra in Iran non è
solo una crisi internazionale: è il punto in cui l'economia politica del
trumpismo viene sottoposta alla sua prova materiale più dura.[1][2][8]
Pietro Stara
Nota
[1] Reuters, Powell afferma che i dazi mantengono l'inflazione elevata,
la Fed monitora attentamente i prezzi dell'energia, 18 marzo 2026.
[2] Reuters, I prezzi del petrolio rimarranno elevati in tutti gli
scenari di guerra con l'Iran, 27 marzo 2026.
[3] U.S. Energy Information Administration, Nel contesto del conflitto
regionale, lo Stretto di Hormuz rimane cruciale per i flussi
petroliferi, 16 giugno 2025.
[4] Agenzia Internazionale dell'Energia, Stretto di Hormuz, 6 febbraio 2026.
[5] Reuters, La guerra con l'Iran potrebbe significare stagflazione per
l'UE, afferma Dombrovskis, 27 marzo 2026.
[6] OCSE, Prospettive economiche, Rapporto intermedio, marzo 2026.
[7] Reuters, I prezzi delle importazioni statunitensi registrano il
maggiore aumento in quattro anni a fronte di un generale aumento dei
prezzi dei beni, 25 marzo 2026.
[8] Reuters, Il dollaro cavalca la domanda di beni rifugio mentre sono
in corso i colloqui in Medio Oriente. anello vuoto, 27 marzo 2026.
[9] Reuters, Paulson della Fed preoccupato per l'impatto della guerra
sulle aspettative di inflazione, 27 marzo 2026.
[10] Reuters, Barkin della Fed afferma che la "nebbia" oscura di nuovo
le prospettive economiche, 27 marzo 2026.
[11] Reuters, La fiducia dei consumatori statunitensi scende al minimo
da tre mesi mentre la guerra alimenta i timori di inflazione, 27 marzo 2026.
[12] Reuters, Le grandi compagnie petrolifere offrono rendimenti record
per attirare nuovamente gli investitori, 7 febbraio 2024.
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