|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 40 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
_The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours |
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025 |
of 2026
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, FAI, Umanita Nova #6-26 - Olimpiadi in divisa. Quando lo sport diventa un ingranaggio dello Stato (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 3 Mar 2026 07:53:41 +0200
Ci raccontano che le Olimpiadi sono la festa dei popoli. Ci parlano di
fratellanza, di pace, di merito, di sacrificio individuale. Ma dietro le
bandiere sventolate e gli inni nazionali, la realtà è un'altra: lo sport
di alto livello, sempre più spesso, è un settore integrato dentro
l'apparato statale e militare. Non un ambito libero e popolare, ma un
dispositivo di propaganda, reclutamento e disciplina. ---- In Italia il
fenomeno è sotto gli occhi di tutti, anche se raramente viene messo in
discussione. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, oltre il 70% degli atleti
italiani - più di 280 su 403 - risultano arruolati in gruppi sportivi
militari o di polizia. Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza,
Polizia di Stato: le medaglie si contano in divisa. Non si tratta di un
dettaglio amministrativo. È un dato politico.
L'atleta come funzionario dello Stato
L'Italia mantiene circa 2.500 atleti, tecnici e dirigenti all'interno
dei corpi armati e di polizia. In molti casi l'arruolamento non è una
scelta ideologica, ma una necessità materiale: senza la "divisa" non c'è
stipendio, non c'è continuità di allenamento, non c'è copertura
previdenziale. Il messaggio è chiaro: se vuoi competere ad alto livello,
devi entrare nei ranghi.
Lo sport, così, non è più uno spazio autonomo, ma una branca
dell'apparato statale. L'atleta diventa un dipendente pubblico
inquadrato in strutture gerarchiche, sottoposto a disciplina militare,
inserito in un sistema che ha come finalità ultima non l'emancipazione
collettiva, ma il prestigio nazionale.
Questa trasformazione non è nuova. Durante la Guerra Fredda, i regimi
del blocco sovietico svilupparono il modello di "atleta di Stato" come
strumento di competizione geopolitica. Ma oggi, in pieno capitalismo
avanzato, assistiamo a una convergenza paradossale: modelli formalmente
opposti si ritrovano uniti nella stessa logica di controllo e
nazionalizzazione dello sport. Russia, Cina, Germania e molti altri
Paesi mantengono strutture sportive legate alle forze armate. L'Italia
non è un'eccezione folkloristica: è uno dei casi più strutturati in
Europa occidentale.
Nazionalismo, disciplina, propaganda
Il problema non è il sostegno pubblico allo sport. Il problema è quale
sostegno e con quale logica.
Quando lo sport viene incardinato nelle forze armate e di polizia, esso
si intreccia inevitabilmente con la cultura dell'obbedienza, della
gerarchia e del nazionalismo. Le medaglie diventano strumenti di soft
power. Gli atleti diventano simboli da esibire nelle parate
istituzionali. La retorica del sacrificio sportivo si sovrappone a
quella del sacrificio militare.
In un contesto in cui le spese per la difesa crescono ovunque, e in cui
la corsa al riarmo è tornata a essere priorità politica, l'assorbimento
dello sport nell'apparato militare assume un significato ancora più
inquietante. Le stesse strutture che gestiscono addestramento e
armamenti finanziano anche palestre e piste di atletica. La linea di
confine si assottiglia. Non è un caso che molte discipline storicamente
sostenute dai gruppi militari siano quelle funzionali a una certa idea
di virilità e forza nazionale: tiro a segno, scherma, atletica, sport
invernali. Intanto, lo sport di base, quello delle periferie, delle
palestre popolari, delle associazioni autogestite, sopravvive con fondi
insufficienti e precarietà cronica.
Una falsa alternativa: arruolarsi o rinunciare
Il meccanismo produce una distorsione profonda. Chi non entra nei gruppi
sportivi militari resta ai margini. Gli sponsor privati sono pochi,
concentrati sugli sport più mediatici. Le federazioni non garantiscono
sostegno sufficiente. Così l'arruolamento diventa un passaggio quasi
obbligato. È una forma di cooptazione strutturale: lo Stato assorbe
talento offrendo sicurezza economica in cambio di appartenenza. Non
serve la coercizione esplicita; basta la precarietà diffusa. Il
risultato è una doppia disuguaglianza. Da un lato tra atleti "in divisa"
e atleti civili. Dall'altro tra sport sostenuti dall'apparato statale e
sport lasciati all'abbandono. Il merito sportivo viene filtrato da un
sistema di accesso istituzionale. In questo quadro, l'olimpismo perde
qualsiasi pretesa di neutralità. Le bandiere non rappresentano i popoli,
ma gli Stati. Gli inni non celebrano comunità, ma apparati di potere.
Rivendicare uno sport sociale e autogestito
Se lo sport deve essere davvero uno spazio di emancipazione deve essere
sottratto alla logica militare e nazionalista. Non si tratta di
privatizzarlo, ma di socializzarlo.
Le risorse pubbliche oggi incanalate nei corpi armati potrebbero
finanziare direttamente: associazioni sportive dilettantistiche
indipendenti, con borse di studio e salari per atleti senza obbligo di
arruolamento; strutture sportive di quartiere autogestite, accessibili
gratuitamente o a costi simbolici; programmi territoriali inclusivi, che
privilegino la partecipazione di massa rispetto alla vetrina olimpica;
reti cooperative tra società sportive, svincolate da gerarchie militari
e controlli polizieschi.
Parallelamente, andrebbe aperto un dibattito radicale sul modello stesso
delle competizioni internazionali. Perché continuare a organizzare lo
sport attorno a Stati-nazione in competizione? Perché non immaginare
federazioni transnazionali, rappresentanze territoriali, squadre miste?
Uno sport liberato non è uno sport senza organizzazione. È uno sport
sottratto alla logica del comando.
Contro le Olimpiadi in divisa
La questione non riguarda la buona fede dei singoli atleti, che spesso
non hanno alternative reali. Riguarda la struttura che li ingloba.
Finché il percorso verso l'élite sportiva passerà per l'arruolamento, lo
sport resterà un ingranaggio dell'apparato statale. Finché le medaglie
saranno contabilizzate come trofei nazionali, l'olimpismo sarà una
competizione tra poteri, non tra persone. Restituire lo sport alla
società significa disarmarlo. Significa separarlo dalle caserme, dalle
questure, dalle logiche di prestigio geopolitico. Significa riportarlo
nei quartieri, nelle scuole, nelle palestre popolari.
Lo sport può essere cooperazione, mutualismo, crescita collettiva. Ma
solo se smette di marciare al passo.
Parpajon
https://umanitanova.org/olimpiadi-in-divisa-quando-lo-sport-diventa-un-ingranaggio-dello-stato/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) Poland, FA: Dubai e il futuro del capitalismo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(ca) France, UCL AL #368 - Antipatriarcado - Espacio para Menores Trans Toulouse (EM2T): "Hay una negativa a escuchar directamente al niño" (en, fr, it, pt, tr)[Traducción automática]
A-Infos Information Center