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(it) Spaine, Regeneration: Tra pratica educativa e azione politica: l'Educazione Sociale nella doppia militanza Di XESTA ORGANIZACIÓN ANARQUISTA GALEGA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 2 Mar 2026 09:04:14 +0200


Scrivere a partire dall'Educazione Sociale significa scrivere da un luogo situato. Non parliamo da una presunta neutralità tecnica o da una distanza asettica dalla realtà. La Pedagogia-Educazione Sociale (d'ora in poi PES) nasce, opera e respira in contesti concreti, attraversati da disuguaglianze, rapporti di potere, conflitti, dolori collettivi e anche da forze di trasformazione. Pertanto, chi educa socialmente non occupa un luogo neutrale: esercita una posizione etica e politica, proprio come chi agisce come militante. Anche quando non si dichiara tale, sta già intervenendo in una realtà sociale e contribuendo, in qualche modo, a riprodurla o trasformarla.

Scrivo anche da un altro luogo: quello accademico e del ricercatore. Pedagogia e PES non si esercitano solo, ma si pensano, si analizzano, si discutono e si costruiscono teoricamente. La mia pratica professionale, spesso gratuita ma sempre profondamente politica, mi colloca in uno spazio ibrido: tra intervento e ricerca, tra territorio e teoria, tra impegno vitale ed esercizio intellettuale. Oggi scrivo da qui, da dove si formula l'analisi che segue: non solo per descrivere ciò che già esiste, ma per aprire interrogativi, illuminare potenzialità e riflettere insieme su come la PES possa dialogare con la duplice militanza per rafforzare processi emancipativi, comunitari e trasformativi.

Indice: 1) Una definizione fondata di Pedagogia-Educazione Sociale 2) Percorsi tracciati con la duplice militanza 3) Non tutto ciò che trasforma è oro 4) Potenzialità di questo lavoro transdisciplinare 5) Come proiezione

1) Una definizione fondata di Pedagogia-Educazione Sociale

A volte, anche all'interno della professione stessa, non siamo in grado di definire con chiarezza cosa sia la pedagogia sociale. Non perché sia vuota, ma proprio perché è piena: di pratiche diverse, contesti molteplici, approcci teorici ed esperienze di vita. La pedagogia sociale non rientra in una definizione semplice perché non è solo una disciplina accademica o una pratica professionale; è, soprattutto, un modo di guardare e accompagnare il mondo sociale.

Un insegnante una volta mi disse che la pedagogia sociale è un'attrazione per la crescita degli altri. Possiamo sentirla dire che è l'educazione che avviene fuori dalla scuola, agli angoli delle strade, nei centri sociali, nelle associazioni, nei quartieri, negli spazi informali, in corpi che non si adattano e in vite che non sono mai state considerate centrali. È l'educazione ai margini, alla non-normatività, alla differenza e all'alterità.

Ma non si tratta solo di una pratica di luce: è una pratica etica e politica. Il PES accompagna i processi di emancipazione, non per dirigere o supervisionare, ma per facilitare l'esercizio dei diritti da parte di persone e comunità, la costruzione dell'autonomia, l'organizzazione e la trasformazione delle condizioni di vita. Opera a partire dalla vita quotidiana, non da laboratori pedagogici chiusi o da spazi educativi strettamente istituzionali.

La sua epistemologia parte dal legame. Educare, per la PES, significa fondamentalmente costruire relazioni trasformative. Non c'è educazione senza incontro, senza fiducia, senza riconoscimento reciproco, senza creazione condivisa di significato. E, allo stesso tempo, la PES non si limita ad accompagnare: interroga anche. Può avere una funzione critica che mette in discussione le normalizzazioni, denuncia le disuguaglianze, evidenzia le logiche oppressive e apre spazi per immaginare altri modi di vivere. In questo quadro, la PES intende la comunità non solo come uno spazio emotivo di appartenenza, ma anche come uno spazio di diritti, di responsabilità condivisa, di politicizzazione del quotidiano. Qui il legame con l'organizzazione politica è diretto: se la comunità è uno spazio di diritti, è uno spazio di potere, di rivendicazione e di azione collettiva.

Percorsi trovati con la doppia militanza
Non dovrebbe quindi sorprendere che nelle nostre organizzazioni politiche, soprattutto in quelle impegnate nel duplice modello di militanza e trasformazione, siano presenti educatori sociali, osservatori del tempo libero, integratori sociali, animatori socioculturali, mediatori di comunità, insegnanti e altri professionisti dei servizi socio-comunitari politicamente coinvolti (che includerò in questo articolo sotto l'egida della Pedagogia-Educazione Sociale). Essi non solo forniscono strumenti tecnici (mediazione, dinamizzazione, pianificazione strategica, metodologie partecipative, ecc.), ma anche etica e una proposta concreta. Forniscono conoscenze che non si improvvisano: saper organizzare senza comandare, prendersi cura senza paternalizzare, educare senza addomesticare, accompagnare senza sostituire. La PES, intesa in questo modo, diventa una chiave che apre la possibilità di pensare la militanza non solo come un'azione combattiva, ma anche come un processo socio-educativo collettivo, sostenuto e consapevole.

Quando mettiamo in dialogo il PES con la militanza - e, in particolare, con la doppia militanza - scopriamo che non si tratta di due mondi alieni, ma di pratiche profondamente correlate, che condividono linguaggi, orizzonti e modi di fare. Entrambe cercano, in qualche modo, di egemonizzare le idee, non di imporle, ma, in senso gramsciano, di costruire significati condivisi, quadri interpretativi e modi di comprendere il mondo che ci permettano di trasformarlo. E per questo, non basta "informare": bisogna educare a queste idee, cioè creare processi che permettano alle persone di comprenderle, di interiorizzarle criticamente e di metterle in pratica.

Ecco una coincidenza centrale: sia la militanza trasformativa che la PES operano attraverso processi dialogici e maieutici, in cui la conoscenza non viene trasmessa come verità chiusa, ma è costruita collettivamente a partire dall'esperienza, dalla riflessione condivisa e dal dibattito. Questa è un'eredità chiaramente freireana: la sensibilizzazione non consiste nell'"aprire gli occhi" a chi non vede, ma nel creare le condizioni affinché i soggetti stessi spieghino, analizzino e politicizzino la propria realtà. Condividono quindi un'etica del dialogo, della parola condivisa e dell'apprendimento reciproco.

Un'altra somiglianza fondamentale riguarda l'orizzontalità. L'educatore sociale non si pone al di sopra della comunità, così come l'attivista non dovrebbe porsi al di sopra del collettivo. Entrambe le pratiche si collocano accanto ad altre persone: accompagnano, propongono, facilitano i processi, ma non li sostituiscono né li dirigono unilateralmente. Il PES lavora intensamente sulla cura della comunità, sulla risoluzione dei conflitti, sulla sostenibilità dei legami, sulla coesione sociale e sul sostegno reciproco. L'attivismo, quando si concepisce in termini collettivi e non eroici, parla anche di convivenza, compagnia, sostegno reciproco e gestione emotiva. Entrambe condividono lo stesso impegno: non si tratta solo di prendersi cura degli individui, ma di prendersi cura della convivenza collettiva, rendendo possibili organizzazioni che durino, che non si rompano, che imparino a gestire le proprie ferite. C'è quindi anche una profonda coincidenza nel rispetto degli accordi collettivi e delle traiettorie personali: riconoscere che i processi sono lenti, che le persone provengono da luoghi diversi, che i cambiamenti richiedono tempo e cura.

Sia i PES comunitari che le organizzazioni duali condividono l'impegno per la partecipazione, la responsabilità condivisa e l'azione collettiva. Condividono un'idea chiave: l'empowerment non può essere ridotto al livello individuale. Molti progetti sociali falliscono perché rimangono in un contesto di cambiamento personale, intimo, quasi terapeutico. La militanza duale, in quanto PES più critica, infrange questa limitazione: collega i processi educativi al cambiamento strutturale, all'azione organizzata, alla trasformazione materiale della realtà.

Entrambe lottano contro l'isolamento sociale e si impegnano a costruire comunità come alternativa alla frammentazione neoliberista. Sono impegnate in progetti a lungo termine che pensano al futuro e lavorano per sostenere i processi, non solo per rispondere alle emergenze. Insistono sulla formazione, sulla riflessione condivisa, sul dibattito, sull'apprendimento reciproco e sulla trasformazione sociale: questo è esattamente ciò che la PES comunitaria intende come educazione per e attraverso la partecipazione.

Entrambi condividono anche una metodologia: la valutazione continua, la capacità di rivedere, di autocriticarsi, di imparare dagli errori e di migliorare collettivamente. Ciò che in PES chiamiamo valutazione partecipativa e apprendimento continuo, nei nostri spazi si manifesta solitamente come critica e autocritica: sono nomi diversi per la stessa esigenza, che ha molto da imparare da entrambe le realtà.

Infine, e questo è uno dei punti principali, condividono anche un'epistemologia e una temporalità. Sanno che la conoscenza nasce dalla pratica, dall'esperienza vissuta, dal dialogo collettivo. E condividono una logica del tempo lenta, paziente e strategica: lavorano sul lungo termine, consapevoli che le trasformazioni profonde non si misurano in settimane o in campagne una tantum, ma in processi che maturano, cambiano e si consolidano nel tempo.

Non tutto ciò che si trasforma in oro è oro.
Se le somiglianze mostrano un'affinità evidente, le differenze contribuiscono a far luce sulle tensioni e sui rischi che attraversano sia il PSE che la militanza. Non si tratta di opporsi, ma di capire dove possono fallire, dove possono essere cooptati e dove necessitano di essere rivisti.

Un primo punto cruciale è l'incomprensione sociale e politica del PES e, in generale, del cosiddetto "terzo settore". Come hanno sottolineato Julio Rubio e altri autori critici, gran parte dell'azione sociale contemporanea è stata cooptata dal capitalismo e dagli stati neoliberisti come meccanismo per gestire la povertà, contenere i conflitti e smorzare il malcontento sociale. Il SE, intrappolato in questo quadro, corre il rischio (una realtà attuale) di trasformarsi in uno strumento di welfare, verticalità e controllo sociale, più interessato a far "funzionare" le cose che a chiedersi chi decide come dovrebbero funzionare.

Collegata a questo è l'istituzionalizzazione del PES. Quando diventa uno strumento burocratico, un servizio più incastonato nella logistica amministrativa, parte dello stato sociale, può scivolare verso pratiche depoliticizzanti, individualistiche e tecnocratiche. Invece di accompagnare processi di emancipazione collettiva, può limitarsi a "intervenire nei casi", adattando le persone alla realtà invece di mettere in discussione la realtà che produce esclusione. E questo è un rischio reale, del nostro quotidiano, non teorico.

Un altro punto delicato è il processo di professionalizzazione e privatizzazione dei saperi socio-educativi. Strumenti come la facilitazione di gruppo, la mediazione comunitaria, le strategie socio-comunitarie o la pianificazione per lo sviluppo comunitario si sono, a poco a poco, trasformati in competenze professionalizzate, a volte elitarie, a volte legate al mercato della formazione. Ciò che dovrebbe essere patrimonio collettivo e immateriale si trasforma in servizi, consulenze o beni pedagogici.

È anche necessario menzionare una carenza ricorrente: la mancanza di una prospettiva di classe. Il PES parla molto di comunità, contesto, inclusione, ma spesso evita di menzionare classe, conflitto, interessi materiali, lotta politica. Da una prospettiva più critica, potremmo dirlo in questo modo: con una prospettiva di classe, il PES cessa di essere semplicemente una disciplina di intervento e diventa uno strumento profondamente politico, vicino (se non erede) alle metodologie libertarie. Laddove il PES parla della comunità come asse della sua prassi, la militanza ci ricorda che questa comunità è attraversata dalla classe, dalla disuguaglianza strutturale, dal dominio.

Ma la militanza ha anche i suoi rischi. La militanza può sprofondare in un moralismo paralizzante, in un dogmatismo che assolutizza la teoria e dimentica le persone concrete. Può privilegiare la purezza ideologica sulla vita reale, o riprodurre dinamiche di durezza, competitività, esaurimento e senso di colpa. Può, a volte, dimenticare la dimensione emotiva, affettiva e relazionale dei processi politici, ed è qui che il PES non è solo utile, ma necessario: per ricordare che senza cura del comune non c'è processo collettivo sostenibile, che senza legami non c'è organizzazione viva e che senza attenzione ai corpi e alle emozioni non c'è trasformazione duratura.

Potenziale di questo lavoro transdisciplinare
Queste differenze non sono un muro; sono un luogo di fertile tensione. Sono lo spazio in cui PES e militanza possono guardarsi criticamente e aiutarsi a vicenda a non cadere nei propri abissi. E se ipotizziamo che ci sia un'intersezione fertile tra PES e doppia militanza, la domanda logica è: cosa possiamo farne? Quali possibilità apre? Quali percorsi possiamo esplorare per rafforzare i processi collettivi, renderli più consapevoli, più solidali, più trasformativi?

Un primo asse è la trasmissione del sapere socio-educativo all'interno delle organizzazioni politiche, non da una posizione di superiorità tecnica, ma come base condivisa da cui pensare e agire meglio. Non si tratta di conoscere di più, ma di mettere al servizio comune strumenti già esistenti, esperienze accumulate e metodologie collaudate che possono arricchire notevolmente le pratiche militanti.

Parallelamente, è fondamentale valorizzare altre forme di conoscenza e altre metodologie per la diffusione di idee politiche. Non tutto può essere un discorso, un comizio o una lezione magistrale. PES lavora da decenni con dinamiche partecipative, giochi, metodologie socio-emotive ed esperienziali che consentono un apprendimento più profondo, duraturo e significativo. La capacità di parlare in modo comprensibile, di adattare il messaggio al pubblico, di creare spazi accessibili e accoglienti, è uno strumento politico di prim'ordine.

Un altro grande potenziale risiede nell'uso delle scienze dell'educazione come lenti per comprendere meglio la realtà. Psicologia, sociologia, economia, antropologia, filosofia, storia sociale o metodi di ricerca partecipativa non sono conoscenze neutrali: sono strumenti potenti per analizzare le dinamiche collettive, comprendere i conflitti, identificare le oppressioni e progettare strategie trasformative. La PES, lavorando su queste intersezioni, può fornire una prospettiva olistica che integra l'analisi politica più tradizionale.

Una delle proposte più efficaci potrebbe essere formulata come segue: politicizzare l'istruzione ed educabilizzare la politica. In altre parole, chi lavora nell'istruzione dà per scontato che il proprio lavoro sia necessariamente politico e chi fa politica dà per scontato che ogni azione politica sia anche educativa. Se l'istruzione viene politicizzata e la politica diventa pedagogica, entrambi ne traggono vantaggio.

Possiamo anche imparare dai loro moniti. Ci sono problemi che dobbiamo evitare consapevolmente: cadere nel welfare che sostituisce l'organizzazione; nella burocratizzazione che soffoca la vita interna; nell'attrito militante che rompe i processi; nel moralismo e nel purismo politico che distruggono prima di costruire. Qui, il PES, con i suoi strumenti di valutazione, auto-cura collettiva e analisi critica, è ancora una volta un alleato.

Le metodologie di ricerca-azione partecipativa offrono un altro fertile campo di incontro: ricercare trasformando, apprendere agendo, produrre conoscenza collettiva da e per la pratica. E non dobbiamo dimenticare la dimensione culturale e simbolica. La PES sa lavorare con immaginari, simboli, narrazioni ed emozioni collettive. E questo è profondamente politico: nessun movimento sociale avanza solo con la ragione; ha bisogno anche di emozioni condivise, di un senso di appartenenza, di una storia comune.

Queste potenzialità non definiscono un'alleanza meccanica, ma piuttosto un invito a pensare alla militanza come a un processo educativo collettivo e a pensare all'educazione come a una pratica politica emancipativa. In questo incontro, forse, emerge una delle chiavi del nostro tempo.

Come proiezione
In un'organizzazione impegnata nella trasformazione sociale, non possiamo permettere che la conoscenza rimanga chiusa dentro di noi. Ogni educatore sociale, ogni attivista, ogni accompagnatore, porta con sé un patrimonio di conoscenze professionali, tecniche e teoriche che deve essere messo a disposizione della collettività. Non si tratta di esibizioni individuali o di accumulare autorità: si tratta di dar loro forma collettiva, costruendo con esse strategie, pratiche e processi che rafforzino l'azione comune.

Il PES apporta alla militanza qualcosa che non sempre viene riconosciuto: la sua capacità di prendersi cura dei processi umani, di offrire supporto emotivo, accompagnamento consapevole e riflessivo, di preservare la continuità del collettivo, di proteggere i legami che permettono a un'organizzazione di non rompersi sotto pressione o conflitto. La militanza, da parte sua, restituisce al PES una chiara prospettiva di classe, di lotta strutturale, un richiamo costante al fatto che la cura o la mediazione non sono sufficienti, ma che è necessario intervenire sulle cause profonde delle disuguaglianze e dell'oppressione.

Lavorare a partire da questa consapevolezza significa comprendere che il nostro lavoro non è eroico o individuale, ma collettivo e invisibile nei suoi effetti più profondi: creiamo capacità, autonomia e organizzazione che sopravvivranno alla nostra assenza, rafforzando la comunità, la lotta e l'educazione reciproca. È una pratica etica e politica di massima responsabilità, perché guarda oltre noi stessi, oltre l'immediato, verso un orizzonte di emancipazione in cui, speriamo, la nostra presenza non sarà più necessaria.

E da questo dialogo nasce una profonda riflessione: il miglior educatore sociale è colui che non fallisce. Il miglior militante anarchico, sociale e organizzato, è colui il cui lavoro collettivo genera strutture, abitudini e capacità in modo tale che, se scomparissimo, i movimenti sociali continuerebbero senza il nostro intervento. Entrambi lavoriamo, paradossalmente, per non esistere, perché la nostra esistenza è il prodotto di un sistema ingiusto e disumano; la nostra esistenza e la nostra azione sono necessarie, ma idealmente non lo sarebbero perché la realtà che giustifica la nostra resistenza non esiste più.

Inés Kropo, attivista di Xesta

https://regeneracionlibertaria.org/2026/02/18/entre-a-praxe-educativa-e-a-accion-politica-a-educacion-social-na-militancia-dual/
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