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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #1-26 - Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia - politiche di aggressione USA e interessi del capitale (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 9 Feb 2026 07:43:38 +0200
Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare
ben oltre la classica visione del "giardino di casa" che per più un
secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo
statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente
Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra
nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto
globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l'intenzione di
colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che
non un "caudillo" sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a
migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un
articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle
considerazioni sull'importanza strategica dell'area artica e
sull'interesse che in quel momento l'amministrazione statunitense aveva
pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con
forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall'intervento militare
nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo
internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N.
costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi
geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi
legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla
posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le
intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione
del controllo dell'Artico in concomitanza con l'operazione scattata in
Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela
non è "solo" una dimostrazione della volontà di espansione della potenza
statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma
un'azione che si collega a scenari più ampi.
Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che
la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un
fondamento propagandistico. L'operazione in Venezuela è stata
derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il
narcotraffico con il pretesto della difesa dell'interesse nazionale,
evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per
l'autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto
si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe
operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a
Cuba (anche se in questo caso è probabile che l'opzione possa cadere più
su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale
scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come
quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente
pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell'esecutivo, cioè del
Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari
mascherati da operazioni di polizia a difesa dell'interesse nazionale.
Da ricordare, tra l'altro, che vicende come quella libica, irachena e
afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile,
simbolo internazionale dell'opposizione alla politica statunitense,
hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del
precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani,
dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con
successo e clamore mediatico il "dittatore", sottoposto alla gogna di un
"processo democratico" il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia
eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale
assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di
improvvisati "capibanda" e "milizie", di fatto una frantumazione. L'
attuale Libia ne è l'eclatante esempio, con una situazione che rende
anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti
a continue negoziazioni.
Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili.
Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la
lettura più banale e andare oltre l'orizzonte strategico del "giardino
di casa", cercando di comprendere le conseguenze internazionali di
quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla
posizione che la Cina occupa nell'economia globale e soprattutto alla
dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli
attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove
rotte artiche.
In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come "la Groenlandia ci
serve per la sicurezza nazionale", trovano reale fondamento e non
possono che abbinarsi all'operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi
si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina
produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In
quest'ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande
riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo
alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle
merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più
grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare
quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio
globali tra Est ed Ovest, l'Artico.
È evidente che l'operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento
delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente
quelle venezuelane; e d'altra parte Trump stesso ha affermato che le
industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta
in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in
futuro e l'obiettivo preciso dell'operazione è quello di mettere un
freno all'espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua
influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte
artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa
dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un'eventuale "operazione
Groenlandia" non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di
quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni
geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione
territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro
gradimento da parte dell'opinione pubblica occidentale.
Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli
indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non
consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi
non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La
questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce
nell'innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà
le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere
mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due
competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con
l'imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con
il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università;
ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere
protagoniste dell'intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di
stranieri o di connnazionali non "allineati" alla sua politica,
rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto
c'è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi
dirmi come la pensi. Dall'altra parte, Pechino mostra un'altra faccia:
un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le "sue menti
migliori", le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti
impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per
l'innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo
ha imparato da millenni. Durante il "grande balzo" Deng Xiao Ping, il
padre della Cina moderna, rispolverò l'antico detto mandarino, oggi più
che mai attuale: "non importa che il gatto sia bianco o nero,
l'importante è che acchiappi il topo". Il che significa che gli affari
si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui
colore non interessa, perché l'importante è che l'affare vada a buon
fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e
l'aguzzino è sempre lo Stato
Daniele Ratti
https://umanitanova.org/aldila-del-giardino-di-casa-venezuela-e-groenlandia-politiche-di-aggressione-usa-e-interessi-del-capitale/
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