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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #33-25 - Infrangere la giustizia dei padri. Giustizia trasformativa: alcune riflessioni (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 30 Dec 2025 08:05:52 +0200
Se parliamo di "giustizia trasformativa" credo sia inevitabile porsi una
domanda preliminare: cosa significa "fare giustizia"? ---- Se
intervistassimo persone a caso per strada, credo che le risposte
ruoterebbero nella gran parte attorno al concetto di "punizione del
colpevole". Avremmo dunque un doppio focus, sul responsabile come
oggetto principale del discorso e sulla punizione come scopo primario.
Il tutto letto attraverso la lente della colpa. Una colpa che, per
sovrappiù, di fatto non si esaurisce al termine della punizione, ma si
cristallizza nell'identità del "criminale", del "delinquente", del
"pregiudicato". Quest'ultima locuzione mi pare particolarmente
interessante, poiché identifica, attraverso un mero dato oggettivo,
l'esistenza di un pre-giudizio: una condizione immutabile e
irredimibile, con buona pace della funzione rieducativa della pena.
Ovviamente, lo strumento principe della punizione è il carcere, anche se
non dubito che nelle nostre ipotetiche interviste non tarderebbe a fare
capolino anche la pena di morte.
Questo l'asfittico orizzonte all'interno del quale si sviluppa la
maggior parte del discorso pubblico attorno alla giustizia, anche quando
si parla di violenza di genere e di violenza sessuata.
Questo è l'orizzonte nel quale si muove anche buona parte del femminismo
contemporaneo, quello che da diverse studiose e militanti è stato
definito "femminismo punitivo" o "femminismo carcerario".
La "giustizia trasformativa" è invece "un tipo di giustizia che arriva
fino alla radice del problema e lì genera soluzioni e guarigione, così
che vengano trasformate le condizioni stesse che creano l'ingiustizia"
(adrienne maree brown, Per una giustizia trasformativa, Meltemi 2024).
Essa vuole dunque porsi come alternativa alla giustizia della pena e
della deterrenza.
Inoltre, in questo immaginario - e nei suoi embrionali tentativi di
messa in pratica - un ruolo centrale viene attribuito alla persona che
ha subito il danno.
E qui abbiamo già una grande differenza rispetto alla giustizia
punitiva. Da un lato - per quanto ovvio è bene sottolinearlo - si
scardina l'automatismo per cui "a reato x corrisponde pena y" (pur con
tutte le aggravanti, attenuanti o distinguo sulle contingenze), nel
tentativo di individuare soluzioni specifiche in relazione ad ogni
singola situazione; dall'altro divengono fondamentali le valutazioni e
le decisioni di chi il danno l'ha direttamente subito.
Se questo mi sembra un elemento interessante e con elementi sicuramente
positivi, non posso negare che apra anche diverse problematiche: è
opportuno caricare la vittima di tanta responsabilità? È sensato
pretendere che la persona offesa sia in grado di essere "ragionevole" e
propositiva? Posso essere io, che ho subito uno stupro - e la domanda
per me non è retorica - la persona più in grado di cercare di
"genera[re]soluzioni e guarigione"? Intendiamoci, soluzioni e guarigione
nella giustizia trasformativa sono visti come responsabilità e obiettivi
della collettività tutta, ma ciò nonostante credo che le domande di cui
sopra non siano eludibili, nel momento in cui si postula la centralità
di chi ha subito il danno, non fosse altro che per la rimozione del
rapporto con il desiderio di vendetta.
Vendetta e riparazione del torto sono altri grossi concetti legati a
quello di "giustizia". A mio parere, il primo problematico, il secondo
fallace. Il dibattito sulla legittimità della vendetta è troppo ampio e
complesso per poter essere sintetizzato in poche righe, mi limito a
rilevare che difficilmente, a mio modo di vedere, si può conciliare con
una postura trasformativa.
La giustizia riparativa, ponendo l'accento sulla riparazione del torto,
può avere invece degli elementi trasformativi del reale, nonostante la
dimensione spesso riduttiva e ipocrita che ne viene fatta ad oggi nei
tribunali. Vi vedo però un grosso limite e una questione inespressa. Il
limite, banale, è che raramente si può riparare ad un torto commesso o
ci può essere un reale risarcimento del danno subito, a meno di non
aderire ad una logica di monetizzazione in stile legal drama made in
USA. Se mi viene portata via la macchina, posso riavere la macchina, ma
se viene uccisa mia figlia è evidente che non c'è vero risarcimento
possibile. Certo, vi è l'aspetto del riconoscimento, che non intendo
sottovalutare: sia il riconoscimento del danno arrecato da parte della
persona agente, sia il riconoscimento sociale del danno subito per la
persona offesa. Ma non basta. "Cosa fatta capo ha" e qua torna la
domanda con cui abbiamo aperto questo testo: qual è lo scopo della
"giustizia"? A mio parere, lo sguardo non dovrebbe essere rivolto
primariamente a sanare ciò che è stato - non perché sia sbagliato,
semplicemente perché spesso è impossibile - ma ad evitare che ciò che è
stato si ripeta, nei confronti della stessa persona o di altre.
Ecco che rientra in gioco l'idea di giustizia trasformativa, con il suo
portato di proiezione nel futuro. Non voglio però dare l'idea,
fortemente riduttiva, che si tratti semplicemente di fare in modo che
"la persona non lo faccia mai più" (anche se - ammettiamolo - sarebbe
già un gran bel risultato).
Alla radice, si parte dal presupposto che la punizione del singolo
deresponsabilizzi la comunità; è necessario invece creare percorsi nei
quali il danno viene "messo a sistema", tentando di portare ad una
"guarigione" della vittima sopravvivente, dell'abusante e della
collettività tutta; la "guarigione" dovrebbe essere generale, in
un'ottica di cambiamento radicale.
La società è plasmata su una visione dicotomica in cui la definizione di
bene e male è fondativa, necessaria e sfruttabile: esclude dal quadro la
complessità dei fattori, senza rielaborare e tentare di superare le
condizioni strutturali e trasversali che sono alla base del danno,
causato e subito.
La giustizia punitiva, indicando buoni e cattivi, ponendo un fuori e un
dentro astratto e ideale, sempre difficile da stabilire in modo chiaro
nella realtà, di fatto comporta un'assoluzione strutturale per il
sistema sociale, economico e politico.
La giustizia trasformativa si pone agli antipodi di questa visione: sono
proprio le condizioni strutturali e trasversali le prime ad essere messe
a critica.
Obiettivi altissimi, che ovviamente - non nascondiamoci - nella pratica
spesso si scontrano con i nostri limiti, come persone e come movimenti.
Nel bel saggio già citato di maree brown molti di questi limiti vengono
indagati e discussi: mi limito a rimandarne alla lettura.
Vi è un'altra questione però che mi pare resti sullo sfondo, quando
invece meriterebbe ampia analisi. Se l'obiettivo è la guarigione della
collettività, è necessario porsi la domanda: chi è la collettività che
deve guarire?
Nei suoi tentativi di messa in pratica, ad oggi il riferimento è
prevalentemente a collettività/comunità politiche, soprattutto
femministe, frocie e trans. Parliamo dunque di comunità tendenzialmente
ristrette e soprattutto di comunità "di elezione", quindi relativamente
omogenee, sebbene affatto scevre da differenze e disparità di potere al
loro interno, come ci ricordano giustamente brown nel già citato testo,
Palomba (La trama alternativa, Minimum Fax 2023), Argenide (recensione
su n.135 della rivista Germinal ) e chiunque abbia scritto su questo. E
già qui le difficoltà non mancano. Vi è però un presupposto di base: la
collettività, quando questo processo si innesca, viene riconosciuta dai
soggetti in campo come un referente valido. Se questo riconoscimento
viene a mancare, saltano proprio i presupposti affinché il percorso inizi.
Ma "fuori"? In un tessuto sociale denso, vario e complesso, cosa vuol
dire comunità? Chi ne fa parte, cosa accomuna le persone che la vivono?
I suoi principi morali? E allora, chi ne definisce il senso di giustizia
e quindi l'orizzonte etico che la identifica? Per funzionare, il
meccanismo trasformativo ha quindi bisogno di coordinate morali in cui
tutti devono riconoscersi per continuare a far parte della comunità?
Come definire e garantire delle coordinate, senza che diventino un
principio di potere soverchiante rispetto alle singole soggettività -
prospettiva tutt'altro che desiderabile in ottica anarchica - è problema
complesso e, agli occhi di chi scrive, davvero di difficile soluzione.
Asia
https://umanitanova.org/infrangere-la-giustizia-dei-padri-giustizia-trasformativa-alcune-riflessioni/
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