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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #39 - IRAN (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 18 Dec 2025 08:53:16 +0200


«Il velo è un pretesto, vogliamo il pane e vogliamo la caduta del regime» ---- Abbiamo incontrato Assareh Assa, compagna iraniana esiliata in Francia, per un'intervista che ripercorre la rivolta iraniana del 2022, seguita all'assassinio di Mahsa Jina Amini. In questa prima parte affrontiamo il successo del movimento dal punto di vista della libertà delle donne, i suoi limiti sulle questioni sociali, la repressione e il nazionalismo in Iran. Nella seconda parte, Assareh ci parlerà della guerra Israele-Iran, della situazione delle classi lavoratrici iraniane e della natura "fascista" del regime.
La seconda parte verrà pubblicata in un prossimo numero. (*)
Puoi aiutarci a rileggere oggi, con il distacco del tempo, il significato dell'insurrezione "Donna, vita, libertà" nata dopo l'assassinio di Jina (Mahsa) Amini?
Il movimento scoppiato dopo l'assassinio di Jina Amini, nel settembre 2022, è stato un momento storico di rottura. Per la prima volta, in modo così ampio e spontaneo, donne e uomini di tutto il Paese sono scesi in strada per sfidare apertamente la Repubblica islamica.
La frase che apparve sulla sua tomba - "Jina, tu non morirai, il tuo nome è la nostra parola d'ordine" - ha unito milioni di persone in un grido di libertà, ma ha anche fatto emergere le contraddizioni profonde della società iraniana. Il nome di Jina, giovane donna curda uccisa dalla polizia morale, è diventato un simbolo universale di ribellione contro la misoginia strutturale del regime, ma allo stesso tempo ha mostrato la frattura tra chi vuole una rivoluzione sociale e chi si accontenta di riforme superficiali. Quell'insurrezione non fu soltanto una rivolta contro il velo obbligatorio: fu un atto di insubordinazione collettiva contro l'intero sistema teocratico, la sua oppressione e le sue ingiustizie.
In che modo il nome di Jina - e la scelta di chiamarla così o con il suo nome "ufficiale" Mahsa - è diventato un elemento politico e simbolico di divisione?
La differenza tra "Jina" e "Mahsa" non è un dettaglio linguistico: è una frattura politica.
"Jina" era il suo vero nome, curdo, ma in Iran non è stato riconosciuto dallo Stato, che impone nomi persiani nei documenti ufficiali. Chiamarla "Mahsa" significa quindi accettare la cancellazione dell'identità curda, mentre chiamarla "Jina" è un atto di resistenza e di riconoscimento della pluralità etnica del Paese. Durante la rivolta, le forze più reazionarie e nazionaliste hanno preferito parlare di "rivolta di Mahsa", mentre i settori più radicali e solidali con le minoranze hanno sempre detto "rivolta di Jina". Questa semplice scelta di parola rivelava due visioni del mondo: da un lato, chi voleva ridurre il movimento a una questione morale o di costume; dall'altro, chi lo vedeva come una lotta contro lo Stato patriarcale e nazionalista nella sua interezza. La Repubblica islamica ha saputo sfruttare questa ambiguità, alimentando il sentimento pan-iranista per dividere i ribelli e isolare i curdi, che da decenni sono al centro della repressione. Ecco perché dico che nel nome "Jina" si riassume sia la forza che la fragilità di quel movimento: il desiderio universale di libertà e, allo stesso tempo, la difficoltà di unire le diverse componenti della società iraniana sotto un progetto comune.
Quali conquiste e quali limiti concreti ha avuto quella rivolta sul piano della libertà delle donne in Iran?
L'insurrezione di Jina ha cambiato profondamente l'immaginario e la presenza delle donne nello spazio pubblico iraniano.
Oggi, soprattutto nelle grandi città, molte si vestono come vogliono, senza velo o con un abbigliamento libero che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Non perché il regime lo permetta, ma perché le donne hanno imposto questa libertà con la loro determinazione quotidiana. In questo senso esiste davvero un "prima" e un "dopo" Jina.
Ma si tratta di una libertà relativa, diseguale, segnata da profonde differenze sociali. Le donne delle classi benestanti possono permettersi di sfidare la legge più facilmente, mentre le lavoratrici e le donne delle periferie rischiano l'arresto, la violenza o la morte. Il potere lo sa bene e tenta di reagire con nuove leggi restrittive: ha approvato un pacchetto repressivo che prevede sanzioni durissime, ma non riesce ancora a farlo applicare pienamente, proprio per la resistenza femminile.
Tuttavia, dietro le immagini che circolano sui social - feste, balli, capelli scoperti - si nasconde una realtà più amara: una donna vale ancora la metà di un uomo davanti alla legge, l'aborto è vietato, i contraccettivi sono sempre più difficili da ottenere, e la violenza domestica resta impunita.
L'emancipazione conquistata nelle strade non si è ancora tradotta in diritti concreti, né in un reale miglioramento delle condizioni materiali di vita. La libertà individuale ha aperto una breccia, ma non ha scardinato il sistema patriarcale e teocratico che domina l'Iran.
Si può dire che dopo la rivolta la condizione delle donne iraniane sia realmente cambiata, o solo per una parte della società?
Il cambiamento è reale, ma non per tutti allo stesso modo. Nelle grandi città, tra le giovani e le donne della classe media, si respira una libertà quotidiana più ampia: si vestono come vogliono, organizzano feste, parlano apertamente contro il regime. Ma tutto questo avviene in spazi sociali ben delimitati, spesso protetti dal privilegio economico.
Le donne delle classi popolari, operaie, sottoproletarie, vivono invece un'altra realtà. Devono continuare a portare il velo, subiscono controlli costanti, violenze, discriminazioni salariali. Per loro, la repressione resta una minaccia quotidiana. È una libertà a due velocità, e il regime ne approfitta per mantenere il controllo: concede margini di tolleranza dove non teme la rivolta, ma reprime duramente dove il malcontento potrebbe trasformarsi in organizzazione politica.
In fondo, la rivolta di Jina ha dimostrato che la libertà individuale - per quanto importante - non può bastare se resta isolata dalla lotta collettiva per il pane, per il lavoro, per la giustizia sociale. È questo il nodo che la società iraniana deve ancora sciogliere.
Hai parlato spesso del carattere "sociale" dell'insurrezione: fino a che punto la rivolta di Jina è riuscita a coinvolgere la classe operaia e le classi popolari?
La partecipazione popolare è stata ampia, ma non omogenea. L'insurrezione "Donna, vita, libertà" ha coinvolto moltissimi giovani, studenti, donne delle città e lavoratori precari. Tuttavia, la classe operaia organizzata - quella delle fabbriche, dei trasporti, del settore petrolifero - non è riuscita a entrare pienamente nel movimento. Le ragioni sono molteplici: la paura, la frammentazione, ma soprattutto la mancanza di un coordinamento politico capace di unire le rivendicazioni di genere con quelle economiche.
Eppure, non bisogna dimenticare che la repressione ha colpito in primo luogo i lavoratori. Molti dei manifestanti uccisi o giustiziati provenivano dalle classi popolari: erano operai, disoccupati, figli di famiglie proletarie. Il potere lo sapeva e ha colpito con ferocia proprio lì, dove l'insurrezione avrebbe potuto diventare una minaccia sistemica.
L'esempio più drammatico è la condanna a morte della militante operaia Charifeh Mohammadi, un fatto quasi senza precedenti in Iran. In passato il regime aveva giustiziato comunisti, mujaheddin, peshmerga curde, ma raramente un'operaia semplice, attiva nei movimenti sindacali.
Con questo gesto, lo Stato ha voluto lanciare un messaggio: chi cerca di organizzare la classe lavoratrice contro il regime verrà annientato.
In sintesi, la rivolta ha mostrato un enorme potenziale di convergenza sociale, ma non ha ancora trovato una forma organizzativa capace di unire le lotte delle donne, dei lavoratori e delle minoranze in un fronte comune.
La repressione è stata brutale. Quanto pesa oggi quella violenza e quali forme di resistenza sopravvivono dentro e fuori le carceri iraniane?
La repressione è stata spietata e continua a segnare la vita quotidiana del Paese.
Migliaia di persone sono state ferite, uccise o arrestate durante le manifestazioni. Centinaia sono state condannate a morte e almeno una decina già giustiziate. Le carceri iraniane sono piene di prigionieri politici, molti dei quali subiscono torture sistematiche.
Ma la violenza dello Stato non si ferma agli oppositori diretti: negli ultimi tre anni sono state eseguite oltre tremila condanne a morte, spesso contro detenuti comuni, per diffondere la paura nella società.
Nonostante tutto, la resistenza non è stata piegata. Nelle prigioni si è sviluppato un movimento silenzioso ma potente: ogni martedì, migliaia di detenuti e detenute partecipano a scioperi della fame collettivi contro la pena di morte. È una forma di lotta che ha un enorme valore morale, ma che purtroppo non trova ancora sufficiente eco all'esterno.
La brutalità del regime ha certamente indebolito il movimento, ma non lo ha cancellato. Anzi, ha mostrato quanto esso fosse temuto. Il vero problema non è stato solo la violenza in sé, ma il contesto che l'ha resa efficace: l'isolamento dei ribelli, la mancanza di sostegno organizzato, la divisione tra classi e tra gruppi etnici. La repressione, da sola, non spiega il fallimento della rivolta; a renderla devastante è stato il fatto che molti, di fronte alla violenza dello Stato, non si sono riconosciuti in quella lotta.
Tu hai indicato nel nazionalismo iraniano un fattore decisivo del fallimento del movimento. Puoi spiegare in che senso?
Sì, credo che il nazionalismo iraniano sia una delle malattie croniche della società.
All'inizio dell'insurrezione si era creata una solidarietà inattesa tra curdi, persiani, baluci, arabi e altre minoranze. Ma questa unità si è spezzata non appena il movimento ha cominciato a minacciare seriamente il potere.
La questione dell'"integrità territoriale" dell'Iran - un tabù per molti - è riemersa con forza. Quando i curdi hanno rivendicato la loro identità o quando si sono ribellate altre regioni marginalizzate, molti iraniani "nazionali" hanno preso le distanze, spaventati dal rischio di "separatismo".
Il regime ha saputo sfruttare questo riflesso nazionalista, presentandosi come il garante dell'unità nazionale contro il "caos etnico". E in un Paese attraversato da diseguaglianze e diffidenze reciproche, questo discorso ha funzionato. Così, invece di unire le diverse lotte contro lo Stato teocratico, il nazionalismo ha offerto al potere uno strumento per dividerle.
In fondo, il nazionalismo iraniano è un'ideologia che difende lo stesso ordine sociale della Repubblica islamica: patriarcale, autoritario, centralista. Cambia il linguaggio - religioso o patriottico - ma la logica resta identica: negare la pluralità e imporre un unico modello di nazione, di cultura e di potere. È per questo che, finché il nazionalismo resterà radicato nella coscienza collettiva, nessuna rivoluzione potrà davvero essere emancipatrice in Iran.
Come si è manifestata la divisione tra le diverse nazionalità dell'Iran - curdi, baluci, arabi, azere - durante o dopo la rivolta?
All'inizio, la rivolta di Jina aveva suscitato un'unità commovente. Da Saqqez, nel Kurdistan iraniano, le manifestazioni si erano estese in tutto il Paese: Teheran, Tabriz, Ahvaz, Zahedan. Per un momento, le barriere etniche sembravano dissolversi in un'unica voce.
Ma quella unità è durata poco. Appena la repressione si è intensificata, sono riemersi gli antichi pregiudizi: molti iraniani di lingua persiana hanno smesso di considerare "loro" i morti curdi, arabi o baluci. Quando alcuni prigionieri curdi sono stati giustiziati, le regioni centrali del Paese sono rimaste in silenzio.
Il regime ha alimentato questa divisione con un messaggio semplice e velenoso: "Chi protesta nel Kurdistan o nel Belucistan vuole distruggere l'Iran." E una parte della popolazione vi ha creduto.
Questo isolamento delle periferie è stato fatale per il movimento. La paura di un'ipotetica disgregazione del Paese ha prevalso sulla solidarietà di classe e di genere.
Dietro questa reazione si nasconde una verità più profonda: la Repubblica islamica non ha inventato il nazionalismo iraniano, ma lo ha ereditato e usato come cemento del proprio potere. È una forma di patriottismo che considera ogni differenza come una minaccia. E finché le minoranze continueranno a essere trattate come "ospiti" e non come parte integrante della nazione, nessun movimento potrà unire davvero l'intero popolo iraniano.
Che ruolo ha avuto il ritorno del fronte monarchico e la figura del figlio dello Scià nella crisi del movimento?
Il ritorno del fronte monarchico è stato uno dei colpi più astuti - e più tossici - per la rivolta.
Nel momento in cui il movimento cominciava a costruire un orizzonte radicale, il figlio dello Scià si è autoproclamato "alternativa" al regime, lanciando la campagna «Io delego al principe», come se il popolo dovesse affidare la propria libertà a un nuovo sovrano.
Questa manovra, amplificata dai media e sostenuta da ambienti filo-occidentali e filo-israeliani, ha spaccato il fronte dell'opposizione: da un lato chi voleva una rivoluzione sociale, dall'altro chi sognava un ritorno all'ordine monarchico.
Il regime ha sfruttato questa divisione con cinismo. Ha lasciato che il fronte monarchico guadagnasse visibilità, proprio perché serviva a screditare l'opposizione e a distogliere l'attenzione dalle questioni sociali. Inoltre, attorno al figlio dello Scià si sono riuniti molti ex riformisti e funzionari del regime, persone che per anni avevano collaborato con la Repubblica islamica. Questo ha reso ancora più evidente la continuità tra i due sistemi: la monarchia e il potere clericale come due versioni dello stesso autoritarismo.
Lo stesso principe ha dichiarato che, in caso di ritorno al trono, conserverebbe gli apparati repressivi esistenti, inclusi i Guardiani della Rivoluzione. In altre parole, promette una monarchia "rinnovata" che si fonda sulle stesse strutture di violenza e controllo.
Per questo dico che la monarchia non è un'alternativa: è il riflesso speculare della Repubblica islamica, un passato reazionario che il potere ha resuscitato per impedirci di immaginare un futuro libero.
Perché dici che la monarchia e la Repubblica islamica sono, in fondo, due facce della stessa medaglia?
Perché entrambe rappresentano la stessa logica di potere: autoritarismo, patriarcato, centralismo e disprezzo per le classi popolari. Il regime dello Scià si presentava come "modernizzatore" e "illuminato", ma il suo sviluppo economico era fondato sulla repressione, sulla disuguaglianza e sulla dipendenza dall'Occidente. La Repubblica islamica, che si diceva "rivoluzionaria" e "anti-imperialista", ha riprodotto lo stesso modello, sostituendo il culto del monarca con quello del clero.
Oggi i monarchici cercano di riscrivere la storia, dipingendo gli anni dello Scià come un'età dell'oro interrotta dalla follia del popolo. Ma questa narrazione è nata proprio grazie alla Repubblica islamica, che ha eliminato o silenziato gli attori rivoluzionari del 1979 e riscritto la storia a suo vantaggio. Così, la memoria collettiva è stata corrotta: le nuove generazioni, che conoscono solo la miseria del presente, finiscono per chiedersi se "forse allora si stava meglio". È questa falsificazione reciproca che rende la monarchia e la Repubblica islamica complementari.
Sul piano economico e culturale, entrambe difendono l'ordine capitalistico, patriarcale e nazionalista. La prima lo fa in nome della modernità e dell'Occidente, la seconda in nome della religione e della tradizione. Ma il risultato è lo stesso: lo sfruttamento dei lavoratori, la subordinazione delle donne e la negazione delle minoranze. Per questo dico che si alimentano a vicenda: ognuna serve all'altra per sopravvivere come falso opposto, come specchio deformante che impedisce al popolo iraniano di immaginare un'alternativa realmente emancipatrice.
Esistono, secondo te, oggi in Iran le condizioni perché nasca un nuovo movimento rivoluzionario? E con quali prospettive?
L'Iran vive oggi una situazione esplosiva, ma anche piena di incertezze.
Da un lato, il regime è in crisi profonda: la bancarotta economica, la corruzione diffusa, l'isolamento internazionale e la perdita di legittimità morale hanno eroso le sue basi. Dall'altro, le classi popolari sono allo stremo e la collera cresce, ma senza un'organizzazione in grado di darle una direzione politica.
Le condizioni materiali per una nuova rivolta esistono - salari da fame, disoccupazione, disuguaglianze abissali, giovani senza futuro - ma mancano ancora le strutture collettive che possano trasformare la protesta in progetto rivoluzionario.
Le reti sindacali e femministe sono sorvegliate, i partiti sono proibiti, e ogni forma di coordinamento viene schiacciata alla nascita. Tuttavia, sotto questa superficie di silenzio, si muovono correnti sotterranee di solidarietà: lavoratori che si organizzano informalmente, gruppi di donne che resistono nelle scuole e negli ospedali, studenti che continuano a diffondere materiali clandestini.
Molti attendono la prossima scintilla: potrebbe venire da un nuovo episodio di violenza di Stato, da un crollo economico o da un conflitto regionale. I monarchici sperano che sia Israele a provocarla con un attacco militare, ma la loro chiamata alla mobilitazione è caduta nel vuoto: nessuno vuole un'altra dipendenza, né una "liberazione" portata dalle bombe.
Infine: quale lezione politica ci lascia l'insurrezione di Jina, tre anni dopo?
L'insurrezione di Jina ci ha insegnato due verità fondamentali. La prima è che una rivoluzione non nasce da un'ideologia, ma da un'esperienza vissuta: il gesto di una donna che si toglie il velo in strada, di un giovane che sfida la polizia, di una madre che grida per sua figlia uccisa. Questi gesti, moltiplicati, hanno scosso l'intero Paese e mostrato che il potere non è invincibile.
La seconda è che la libertà individuale non basta. Senza una base sociale solida, senza la partecipazione organizzata delle classi lavoratrici, anche la più coraggiosa delle rivolte rischia di essere soffocata o recuperata.
Il regime è sopravvissuto perché ha saputo sfruttare le divisioni etniche, di classe e di genere, e perché l'opposizione è rimasta prigioniera di illusioni riformiste o nostalgie monarchiche.
Tuttavia, nulla è perduto. La rivolta di Jina ha lasciato un'eredità irreversibile: ha distrutto il tabù della paura, ha dato voce a una generazione che non accetta più il silenzio.
Nelle fabbriche, nelle università, nei villaggi, il suo nome continua a circolare come parola di libertà.
E anche se oggi il regime sembra ancora saldo, la sua autorità morale è definitivamente crollata.
Quando la prossima ondata arriverà - e arriverà - sarà più consapevole, più organizzata, più capace di unire le lotte del pane e della libertà.
Questa è la vera lezione di Jina: che il coraggio di una sola donna può aprire una crepa nel muro dell'oppressione, ma solo la solidarietà di un popolo intero può abbatterlo.
Credo che il futuro del movimento rivoluzionario iraniano dipenda dalla capacità di unire queste forze frammentate - femministe, operaie, minoritarie - in una prospettiva comune. Non sarà né religiosa né monarchica, ma sociale, egualitaria e internazionalista.
*) Il testo originale è stato pubblicato sul n. 353- Ottobre 2025 di Courant Alternative, abbiamo tradotto e rielaborato l'intervista dal francese

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