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(it) Italy, Sicilia Libertaria #464 - Nella morsa della geopolitica (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 16 Dec 2025 07:59:04 +0200
Non c'è dubbio che stiamo attraversando un passaggio cruciale nella
storia delle relazioni tra Stati e potenze mondiali e una crisi
sistemica (quanto irreversibile?) del capitalismo. Si tratta di fenomeni
che affondano le proprie radici recenti a metà degli anni Settanta del
Novecento, con la fine dei trenta gloriosi successivi al secondo
conflitto mondiale. Tuttavia la "tempesta" covid, l'inizio della guerra
in Ucraina e il precipitare della questione palestinese col genocidio
perpetrato dal governo israeliano sembrano avere impresso una
accelerazione alla crisi in atto. L'elezione di Trump alla Casa Bianca
sembra poi averci buttato in un vortice dentro il quale non si intravede
né una fine né una direzione. Gli esperti di geopolitica sono così al
lavoro per tentare di capire cosa stia realmente succedendo, come si
stiano modificando le relazioni tra le grandi potenze mondiali: Stati
Uniti, Cina, Russia in prima istanza. Che la guerra in Ucraina sia un
riflesso dello scontro inter-imperialista e che la carneficina dei
palestinesi rientri nei sommovimenti alla ricerca di nuovi equilibri in
un'area cruciale per gli assetti mondiali non sembrano destare dubbi. La
lettura prevalente di quanto si muove sotto i nostri occhi ci informa
che gli Stati Uniti, potenza in declino, provano a mantenere saldo il
controllo dei loro "domini", a recuperare una centralità economica in
affanno -si veda la vicenda dei dazi-, a rappresentarsi come arbitro
imprescindibile (dispongono pur sempre dell'apparato militare più
organizzato e capillare del mondo) delle relazioni internazionali: non
sono pochi i commentatori che ritengono questo tentativo non facile. Da
parte sua la Cina, potenza in ascesa, sembra tessere una tela paziente
di relazioni e di posizionamenti che le permetta di occupare una
posizione egemone e non disdegna di raffigurarsi come il centro del
mondo prossimo venturo. La Russia infine, decaduta dai fasti della
guerra fredda, ha azzardato l'invasione dell'Ucraina per mettere tutti
sull'avviso che non intende giocare un ruolo secondario nello scacchiere
imperialista, disponendo tra l'altro di un arsenale nucleare
rispettabile: una deterrenza che si manifesta per quello che è, arma di
ricatto e di contrattazione. (Ma chi può escludere che nel precipitare
degli eventi non si trovi un dottor Stranamore propenso a servirsene?)
Vi sono poi alcuni comprimari che fanno la voce grossa e rivendicano un
loro peso specifico, ad esempio India e Turchia. Ma non dimentichiamo
che in questo quadro è presente anche l'Unione Europea (Gran Bretagna
compresa, anche se non ne fa più ufficialmente parte) che tentenna tra
l'ossequio al vassallaggio statunitense e un'autonomia che non si sa
bene in cosa debba consistere, eccetto la corsa agli armamenti che la
sta investendo. Tra i più attivi e seguiti nel lanciare l'allarme
sull'inconsistenza europea attuale vi è Mario Draghi, ex presidente Bce,
ex presidente del consiglio italiano e oggi al servizio permanente
dell'establishment europeo. La sua ricetta è semplice ed è esposta nel
suo famoso Rapporto sulla competitività europea: puntare su innovazione
e intelligenza artificiale, attuare la transizione ecologica, aumentare
sicurezza strategica e difesa per fronteggiare il ritardo rispetto a
Stati Uniti e Cina. Recentemente, in occasione di un premio ricevuto a
Oviedo in Spagna, ha lanciato una proposta piuttosto farraginosa su come
agire per stare al passo coi tempi: far nascere in seno all'Ue una
coalizione di volenterosi (sulla scorta di Macron?) che attui un
federalismo pragmatico «capace di agire al di fuori dei meccanismi più
lenti del processo decisionale dell'Ue» su difesa, energia, tecnologie
di frontiera. In sostanza, pare dire il Nostro, ci vuole più
decisionismo e determinazione anche a scapito dei processi democratici:
una tendenza che di questi tempi trova molti sostenitori.
Insomma una rimodulazione dei rapporti imperialistici tra potenze in
ascesa, potenze in declino e potenze solo in potenza segue o si somma ad
un capitalismo giunto ad un capolinea che spera di imboccare nuove
strade di sfruttamento per mantenere intatto il processo di
accumulazione: si vedano le speranze riposte nelle due taumaturgiche
transizioni, ecologica e digitale. In questo disegno quale sarebbe il
ruolo delle classi subalterne e dello scontro di classe? Nella
narrazione dominante naturalmente nessuno, solo materia inerte da
plasmare ai fini produttivistici o carne da macello da buttare nello
scontro armato, inevitabile per i padroni del mondo nella transizione in
atto. Allora la geopolitica che con tanta dottrina ci viene ammannita
nelle raffinate analisi di studiosi ed esperti (in Italia spiccano in
questo senso le posizioni di Limes) diventa una camicia di forza dentro
cui vogliono inchiodarci per impedire qualsiasi sussulto
dell'immaginazione e della lotta sociale. Oggi dobbiamo chiederci
questo: siamo condannati alle logiche competitive, capitaliste e
imperialiste che un qualsiasi Draghi propaganda con fare da millenarista
o possiamo trovare vie di fuga da questa realtà piena di guerre e di
sfruttamenti?
Lo storico dell'ambiente Jason W Moore nel breve saggio intitolato
Imperialismo, con e senza natura a buon mercato: crisi climatica, guerre
mondiali ed ecologia della liberazione contenuto nel volume Oltre la
giustizia climatica editato da Ombre corte intravede nella crisi attuale
delle possibilità per una trasformazione radicale in senso socialista e
internazionalista. La sua tesi al riguardo, qui estremamente
sintetizzata, è che la crisi climatica e l'evoluzione del capitalismo
odierno impediscono di riprodurre le forme dello sfruttamento così come
è stato negli ultimi secoli; insomma ci troviamo di fronte a quella che
lui chiama la Grande Implosione, dentro la quale le classi contadine e
proletarie hanno la possibilità di riprendere in mano il loro destino
mentre le classi dirigenti non sono in grado di fronteggiare la crisi.
Ma, ci avverte Moore, tutto ciò non è scontato, da una parte dovremmo
prendere ispirazione dalla storia del passato e dall'altra dovremmo
diffidare di qualsiasi soluzione di compromesso e ideologica che
riproponga le coordinate del capitalismo imperialista sotto mentite
spoglie. In definitiva, ci dice, sarà "questione di lotta di classe a
livello mondiale nella rete della vita, e il suo esito sarà deciso da
questa lotta".
Più semplicemente e sinteticamente potremmo concludere: è l'ora della
rivoluzione.
Se non vogliamo finire nel gorgo della Grande Implosione, imprevedibile
ma certamente esiziale.
Angelo Barberi
https://www.sicilialibertaria.it/2025/11/16/nella-morsa-della-geopolitica/
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