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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #31-25 - Palestina. Genocidio senza tregua (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 9 Dec 2025 07:11:07 +0200
Le notizie si accavallano riguardo la tregua e mentre i poveri resti
degli ostaggi deceduti vengono via via restituiti ai loro cari, tra un
bombardamento e l'altro la fredda e cinica contabilità mass mediatica
registra altre centinaia di morti tra i gazawi, in buona parte bambini e
bambine: solo semplici numeri senza identità, senza immagine,
disumanizzati come sempre. ---- Mentre scrivo arriva la notizia della
proposta USA di un corridoio di sicurezza per il trasferimento dei
militanti di Hamas dalle zone controllate dall'esercito israeliano e
quelle temporaneamente abbandonate dall'IDF, insieme a quella di un
ulteriore impegno dell'amministrazione Trump a costituire un nuovo corpo
di polizia palestinese per il controllo della striscia - addestrato e
controllato da USA, Egitto e Giordania - affiancato da una forza
militare formata da soldati provenienti da paesi arabi e musulmani come
Indonesia, Azerbaijan, Egitto e Turchia, sotto l'egida di un 'Consiglio
di pace' guidato da Trump e i suoi. Notizie che da una parte stanno a
significare il riconoscimento statunitense - al di là delle
dichiarazioni bellicose - dell'esistenza di Hamas come soggetto politico
- e non più solo terroristico - e dall'altra come gli stessi USA
vogliano forzare la situazione per fare digerire al governo di Tel Aviv
il ruolo della Turchia nell'area, una presenza sempre più invadente in
una zona ricca di risorse energetiche, ma anche punto di snodo delle
interconnessioni digitali tra i continenti. Non a caso riemerge la
questione della divisione di Cipro e l'allerta turca in difesa della sua
enclave.
Contemporaneamente le Nazioni Unite comunicano che 24mila tonnellate di
aiuti sono entrate a Gaza dall'inizio del cessate il fuoco, ma, sebbene
i volumi degli aiuti siano aumentati considerevolmente rispetto a prima,
le ONG presenti continuano a denunciare la loro insufficienza, la
carenza di finanziamenti e le difficoltà di rapporto con le autorità
israeliane. Solo due su sei sono i valichi aperti; inoltre la rete
idrica è praticamente distrutta e l'acqua potabile arriva solo grazie
alle cisterne che soddisfano il 20-30% del fabbisogno. Il 90% della
popolazione ha perso ogni fonte di reddito e dipende esclusivamente
dagli aiuti umanitari. Con l'arrivo dell'inverno, diventa sempre più
urgente trovare soluzioni 'abitative' - si calcola in almeno 300mila le
tende necessarie per il ricovero di chi ha perduto tutto - mentre le
strutture sanitarie sono, tranne pochissime eccezioni, fuori uso.
In Israele intanto i familiari degli ostaggi in attesa dei corpi ancora
sotto le macerie invitano il governo a riprendere l'offensiva fino a che
non vengano restituiti tutti, mentre una grande manifestazione di
200mila giovani ultraortodossi a Gerusalemme protesta energicamente
contro la leva obbligatoria dalla quale sono stati finora esentati per
motivi religiosi, pur sostenendo nelle sue ali più estreme il disegno -
Bibbia alla mano - della grande Israele, dal Nilo all'Eufrate, Damasco e
Baghdad comprese, passando per la distruzione della moschea di al-Aqsa -
luogo sacro per l'Islam - sulle cui rovine erigere il terzo tempio di
Salomone.
In questo contesto la tregua mostra tutta la sua fragilità, con le
durissime rappresaglie israeliane, la liquidità dei confini e delle zone
di occupazione, le resistenze di Hamas nei confronti del progettato
disarmo, soprattutto dopo essere stati investiti dagli statunitensi del
ruolo di poliziotti. Fragile ma tiene. Sullo sfondo ci sono gli 'accordi
di Abramo', voluti da Trump durante la sua prima presidenza, insieme al
riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, per proseguire e
intensificare i rapporti d'affari, suoi e del genero Jared Kushner, con
i soci arabi degli Emirati, dei sauditi, e con la collaborazione di quel
Tony Blair, consulente della British Petroleum, passato alla storia per
le sue falsità giustificative dell'attacco occidentale all'Iraq di
Saddam Hussein. Accordi di Abramo, pietre fondamentali per quella tanto
agognata 'via del cotone' che dall'India arriverebbe all'Europa,
passando per i porti israeliani di Haifa e di Ashdod, alternativa alla
cinese 'via della seta' a suggello del crescente antagonismo tra USA e
Cina di cui l'incontro recente tra Trump e Xi ha evidenziato tutta la
sua ricaduta per il commercio mondiale e per la rispettiva, e non
definitiva, spartizione delle zone d'influenza.
Ci voleva sicuramente il pragmatismo affaristico di Trump per arrivare
alla tregua e ai 20 punti del piano di 'pace', dopo aver visto - con
l'attacco israeliano al Qatar - messo in discussione il suo ruolo
nell'area e aver costretto Netanyahu alle scuse con l'emiro. Anche il
suo diktat nei confronti della decisione della Knesset di annettersi
buona parte della Cisgiordania, come pure il rientro della proposta di
espulsione dei palestinesi dalla striscia e il proferire il nome di
Marwan Barghouti, stanno a significare che la partita è troppo grande
per stare dietro pedissequamente ai sogni di Bibi e dei suoi scherani.
Ma non c'è solo questo.
La crescente insofferenza delle comunità ebraiche nel mondo (negli USA
abitano tanti ebrei quanti ne vivono in Israele) nei confronti della
politica genocida del governo di Tel Aviv - è di questi giorni la
lettera aperta di importanti personalità ebraiche di tutto il mondo che
chiedono alle Nazioni Unite e ai leader mondiali di imporre sanzioni a
Israele per quelle che descrivono come azioni che equivalgono a un
genocidio a Gaza (https://jewsdemandaction.org/italiano)
(https://www.theguardian.com/world/2025/oct/22/jewish-notables-open-letter-un-sanction-israel)
- le manifestazioni che si susseguono senza sosta, in ogni parte del
mondo, come pure gli ultimi sondaggi tra i cittadini statunitensi che
per la prima volta vedono un risultato sfavorevole a Israele, devono
aver avuto qualche effetto sulle decisioni prese. Quanto siano
definitive e quanto siano efficaci è, ovviamente, tutto da vedere. Se
per tanti anni l'esistenza - e anche la creazione - del nemico (vedi
l'ambiguo rapporto con Hamas in funzione anti ANP) hanno fornito a
Netanyahu l'arma per l'unità del paese, in un momento di grave crisi
interna, e il pretesto per vanificare la soluzione dei due Stati, con
l'obiettivo di incorporare definitivamente la Cisgiordania, oggi come
oggi - dopo l'accordo trumpiano con gli Houthi nello Yemen e le aperture
USA nei confronti dell'Iran dopo i bombardamenti del giugno di
quest'anno - Bibi deve trovare una via d'uscita che gli permetta di
mantenere il potere in una situazione sociale e politica assai
complicata. Rimandata l'annessione formale della Cisgiordania, prosegue
quella informale, ma effettiva, con i coloni, sostenuti dal governo e
spalleggiati dall'esercito, impegnati nella cacciata dei palestinesi
dalle loro terre con l'incendio delle abitazioni, i pestaggi e gli
assassinii, il furto di bestiame e lo sradicamento degli ulivi,
principali fonti di sostentamento: un metodo utilizzato dai
colonizzatori di ogni latitudine e di ogni tempo (come dimenticare lo
sterminio dei bisonti nella 'conquista' del West). Ma per quanto tempo
Israele potrà continuare la sua politica guerresca e per quanto tempo
potrà sostenere il peso economico di tale politica? Al di là della
facciata di paese monolite, 'la Super Sparta', Israele è attraversato da
grandi contraddizioni interne acuite da un quadro internazionale che non
gli è favorevole: gli USA sono anch'essi in crisi e i tentativi di
risoluzione di Trump, per quanto spettacolari, devono fare i conti con
la guerra 'interna' che ha scatenato contro le opposizioni, gli
immigrati, ecc.. Lo scenario internazionale gli serve per i suoi affari,
non per il paese che presiede.
La crescita demografica degli ultraortodossi (haredim), con il loro
portato di privilegi, aumenterà il conflitto con la parte laica del
paese, così come la massiccia immigrazione russa sta spostando il
baricentro del paese a scapito dei mizrachim, gli ebrei provenienti dai
paesi arabi. Inoltre ci sono segnali crescenti di opposizione
all'interno dello stesso establishment: è recentissima la notizia della
denuncia degli inumani trattamenti e delle torture ai quali sono
sottoposti i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, con
conseguente dimissioni della procuratrice generale delle forze armate. E
questo mentre continua imperterrita la mobilitazione dei refusenik (i
renitenti e gli obiettori alla leva), delle organizzazioni ebraiche di
difesa dei diritti dei palestinesi come B'Tselem e degli oppositori alle
occupazioni e alla guerra, da sempre nel mirino della repressione
governativa.
E poi c'è la resistenza dei palestinesi, soprattutto quella della
popolazione che, nonostante tutto, resiste in Cisgiordania agli attacchi
dei coloni, all'esproprio delle terre, alla distruzione dei villaggi,
alla pulizia etnica sostenuta in primis da Bezalel Smotrich, il ministro
delle Finanze, nella sostanziale passività di quell'Autorità Nazionale
Palestinese i cui servizi segreti collaborano con quelli israeliani nel
controllo della popolazione. E c'è quella di Gaza che, nonostante le
condizioni terribili in cui è costretta a sopravvivere, vittima di
decisioni sulle quali non ha alcuna possibilità di scelta, rifugge da
ogni proposta di esilio, di allontanamento da una terra martoriata con
più dell'80% degli edifici distrutti o danneggiati.
Ilan Pappé, lo storico israeliano, in un sua recentissimo libro 'La fine
di Israele', prevede il collasso del paese in tempi brevi, a causa del
conflitto crescente tra le sue anime, quella che affonda le sue radici
nel sionismo originario e quella dell'ultra sionismo a carattere
religioso formatosi alla scuola del rabbino statunitense Meir Kahane,
fautore della deportazione di tutti i palestinesi e di tutti gli arabi
dai territori biblici della Grande Israele. Ma qualunque sia lo sviluppo
della situazione in quella terra disastrata, sicuramente dobbiamo
aspettarci nuove sofferenze e nuovi bagni di sangue. La mobilitazione
internazionale e internazionalista riuscirà a rovesciare in profondità
lo stato di cose presenti? Riuscirà a porre sul piatto la questione di
una diversa gestione dei territori, libera dai confini, da identitarismi
escludenti, finalmente cosciente del valore distruttivo del nazionalismo
e di quello costruttivo del federalismo autogestionario?
Massimo Varengo
https://umanitanova.org/palestina-genocidio-senza-tregua/
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