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(it) Italy, Umanita Nova #27-25 - Anarchici nella transizione (1937-1948). Riflessioni storiografiche nell'80° della FAI (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 9 Nov 2025 07:31:04 +0200
Mentre sono in corso molteplici iniziative in occasione della ricorrenza
dell'80° della fondazione della Federazione Anarchica Italiana, da
segnalare un impegnativo convegno scientifico (Carrara, 11-12 ottobre
2025), anticipo in sintesi - per i lettori di Umanità Nova - un paio di
tematiche di carattere metodologico ma anche, a mio modo di vedere,
sostanziale, che ho trattato di recente in un saggio in corso di
pubblicazione presso l'editore Viella, volume collettaneo dedicato agli
anarchici nella Resistenza (curatore Claudio Silingardi). Si tratta, in
primis, di superare la "sacralità" della cesura periodizzante dell'anno
1945 adottandone invece una più confacente, sebbene densa di
complessità, ossia il decennio della crisi 1937-1948, cambiandone così
radicalmente la visuale. Si tratta, infine, di spiegare il
"ridimensionamento" delle file anarchiche nel secondo dopoguerra,
fenomeno evidente e spesso rimosso, ampiamente certificato dalle fonti.
L'insufficienza del 1945 come cesura periodizzante globale e italiana è
confermata, di contro, dalle notevoli continuità. La prima è quella dei
campi d'internamento che, dopo il 25 luglio 1943, proseguivano in Italia
la loro funzione con il governo Badoglio - come nel caso di Renicci
d'Anghiari, destinato a slavi e anarchici - universi concentrazionari
che, dopo la liberazione di Auschwitz (27 gennaio 1945) proseguivano in
URSS, sotto forma di Gulag, e ben oltre la morte di Stalin.
La seconda continuità è quella dello Stato italiano, esaminata da
Claudio Pavone. Quattro gli insiemi di fattori da lui individuati come
ostacoli alla discontinuità: la sottovalutazione del problema dello
Stato da parte della Resistenza, insieme alla precarietà / inconsistenza
istituzionale dei CLN; il ruolo di continuità svolto di fatto dalla
Repubblica Sociale Italiana e la restaurazione messa in atto dagli
Alleati; il compromesso su cui era nata la Costituente e le debolezze
attuative della Carta costituzionale; la risibilità dei provvedimenti di
epurazione e delle sanzioni contro il fascismo, la permanenza infine
degli apparati del parastato sviluppatisi negli anni Trenta e del
personale prefettizio.
Le cesure 1937-1948, attinenti alla specifica parabola novecentesca
dell'anarchismo italiano, ne intersecano sia le dinamiche belliche e
postbelliche globali, proprie delle guerre civili di lunga durata, sia
il precipuo contesto nazionale di riferimento, ossia l'Italia-paese.
Contesto dove, in quel preciso periodo, si addensavano eventi traumatici
istituzionali dalle persistenti conseguenze sociopolitiche e culturali.
È il cosiddetto "decennio della crisi italiana" e delle transizioni
evocato da Giovanni De Luna. Un decennio che aveva evidenziato le enormi
difficoltà nell'uscire da una dittatura ventennale e da una guerra
rovinosa, e che avrebbe poi continuato ad alimentare narrazioni a
"compartimento stagno" e per "feudi interpretativi". Erano pertanto
maturi i tempi "per un racconto di quegli anni il più possibile
complessivo e compiuto". Anni in cui - dopo la bruciante sconfitta
dell'antifascismo in Spagna e l'avvento delle leggi razziali -
precipitavano la Seconda guerra mondiale, precipitava la Repubblica
Sociale Italiana (RSI), la Shoah, la Resistenza, il Regno del Sud... Si
avviava, nei primi anni Quaranta, il processo d'impianto dei tre grandi
partiti - DC, PCI e PSI - egemoni per il successivo mezzo secolo (fino
cioè al collasso del sistema politico italiano nel 1992), e ancora
precipitavano il referendum istituzionale e con esso la dinastia
sabauda; si esauriva così la secolare battaglia delle forze popolari
antidinastiche, precipitava la Guerra fredda e, alla coppia
fascismo-antifascismo si giustapponeva la nuova coppia
comunismo-anticomunismo, mentre si riducevano spazi e agibilità politica
per le "terze forze", in particolare di quelle di ispirazione
libertaria. E nasceva la Repubblica democratica...
Il sopracitato 1948 può essere assunto come delimitazione ad quem, anno
periodizzante che - a mio parere - al di là delle innumerevoli
continuità politiche e istituzionali di contesto, e anche di alcune
interessanti esperienze personali di longevità militante, ha marcato un
nuovo "punto di non ritorno" (il secondo in ordine cronologico dopo il
1937), verso il ridimensionamento libertario. A diminuire non era certo
la qualità della riflessione teorica, tutt'altro. Valga per tutti
l'esempio di "Volontà", rivista che, nel periodo della direzione di
Giovanna Caleffi Berneri, dalla fondazione a tutto il decennio
successivo, fungerà da crocevia e laboratorio intellettuale per un
dialogo fra libertari e sinistra eretica in Europa. Erano piuttosto
cambiati, insieme alla geopolitica globale, i tempi e i modi di
concepire spazio pubblico e comunicazione. Il mancato ricambio
generazionale era stato uno dei motivi dell'assottigliamento nelle fila
del movimento; forse non l'unico, come si può rilevare sia dagli studi
basati sulle fonti di polizia, sia da quelli derivati dall'attenta
compulsa, per gli anni Quaranta / Cinquanta, del settimanale "Umanità Nova".
Nel dopoguerra il movimento perdeva la sua base di classe in coincidenza
delle profonde trasformazioni del paese. La militanza partigiana come
lotta di liberazione nazionale contro l'occupante tedesco, il richiamo
al Risorgimento, il mito sovietico, erano i contenuti d'impatto nella
transizione alla democrazia. L'antifascismo, convertito in sistema di
governo, fungeva da elemento di ricomposizione tra Politico e Statale.
Il PCI e la CGIL, complici lo sviluppo dei partiti di massa e
l'inclusiva strategia togliattiana, raccoglievano a sinistra l'eredità
del sovversivismo. Il restante ridimensionamento si compiva con la
Guerra fredda. Anche nelle zone a consolidata tradizione libertaria si
verificavano scollamenti nell'area simpatizzante; specie al referendum
del 2 giugno 1946 e alle elezioni del 1948, appuntamenti del "non
ritorno". Integratosi il movimento operaio nello Stato, iniziava la
normalizzazione. La fase delle opportunità antifasciste radicali si era
rivelata effimera; si apriva quella invece dell'abbandono delle grandi
speranze. A quel punto, la nostalgia politica rimaneva un supporto
inefficace e fragile per stimolare creatività e immaginazione sociale
(almeno fino al risveglio, e agli ancora lontani nuovi Grand Espoir
della sinistra radicale del 1956 e del 1968).
Giorgio Sacchetti
https://umanitanova.org/anarchici-nella-transizione-1937-1948-riflessioni-storiografiche-nell80-della-fai/
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