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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #37 - ANARCHIA - cammino di liberazione -- Carmine Valente (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 2 Nov 2025 08:22:54 +0200


La parola anarchia viene usata positivamente per delineare un progetto politico organico solo nel corso del 19° secolo, ciò perché l'anarchia non è un progetto astorico connaturato all'uomo e la sua affermazione non ha niente di necessariamente naturale; perché anarchica non è la natura, né la storia va verso l' anarchia. --- La possibilità di sviluppo di una società anarchica dipende dalla volontà cosciente dell'uomo, il quale afferma la sua umanità, ed in questo si distingue dagli animali, trasformando il mondo che lo circonda. Ma se la storia non va verso l'anarchia, l'anarchia si ancora alla storia. Il processo storico attraverso il lento cambiamento degli organismi sociali e dei modi di produzione ha affinato gli strumenti a disposizione dell'oligarchia del potere, consentendogli di continuare a controllare e a sfruttare la grande massa dei lavoratori e più in generale tutta l'umanità. Si è assistito infatti non solo alla universalizzazione del capitalismo su base geografica, ma a questa si è accompagnato il fenomeno della compenetrazione, nel senso che ogni particolarità etnica e/o culturale è stata fagocitata, senza per questo essere annientata, e inserita in un contesto di valorizzazione del capitale. Il capitale, o meglio la forma economico sociale che si definisce come modo di produzione capitalista, ha mostrato, nella sua evoluzione ed affermazione, il suo vero essere pragmatico ed opportunista in modo più caratteri¬stico della stessa tendenza alla omologazione che sembrava essere, nella fase di crescita del capitalismo, il dato inoppugnabile dello sviluppo. L'omologazione, pur con i suoi segni negativi, perché si pone come processo di appiattimento di tutte le differenze -linguistiche, culturali, religiose. ecc..-, appariva come quel processo, ed in questo stava il carattere rivoluzionario dell'affermazione della borghesia, che poteva rompere con le culture ancestrali, con le superstizioni e con la divisione culturale e quindi politica delle masse lavoratrici. Questa tendenza ha oggettivamente svolto un ruolo in Europa culla del ca-pitalismo ed è quella che insieme alla rivoluzione del modo di produrre e di lavorare -grandi concentrazioni di lavoratori, dentro e fuori la fabbrica, e cooperazione della forza lavoro nei e fra i vari settori dell'industria- ha costituito la premessa che mettendo in relazione il sapere operaio ha mostrato la possibilità di organizzare la vita sociale senza lo sfruttamento del padrone e senza la sovrastruttura politica, giuridica e militare dello stato. E' da questo periodo storico di cui oggi attraversiamo una fase diversa, quella in cui ogni attività della vita, anche non immediatamente economica, viene ricondotta nella sfera della mercificazione capitalista, che la parola libertà assume il senso pieno che noi anarchici le attribuiamo.
Libertà da vincoli e imposizioni esercitati in nome di autorità terrene e celesti che tutelano il privilegio di pochi contro il diritto di tutti; libertà da condizionamenti psicologici e moralisti che tendono a definire a priori i ruoli e i valori degli esseri umani secondo gli schemi uomo-donna, normali-anormali, eterosessuali- omosessuali, giovani, vecchi; libertà dai bisogni materiali; libertà del lavoro, ma anche dal lavoro fino a che questo sarà 'la maledizione di dio", quindi fatica, sudore e gerarchia sociale; libertà nella sessualità svincolata dai giudizi e dai pregiudizi morali imposti arbitrariamente dalla società, e ricondotta nell'ambito delle libere scelte personali; libertà di esprimere le proprie idee senza limitazioni e frapposizioni burocratiche, (controllo di polizia sulla stampa, corporazione dei giornalisti); libertà di culto, come scelta propria di esperienza religiosa da non imporre agli altri.
La libertà così concepita, espressione propria dell'anarchismo, è storicamente determinata, perché in questa accezione ampia, e più ampiamente si potrebbe definire, non trova riscontro in altre epoche storiche. Non certo nella tanto richiamata polis ateniese o negli scritti di filosofici di Platone, dove la libertà non veniva esercitata dalle donne e dagli schiavi; non certo nei modelli di comunismo conventuale dei vari Campanella e Moro, dove la regola è legge inviolabile. Né il termine di libertà assume un senso pieno nelle prime elaborazioni dei socialisti utopisti, molto più vicini al comunismo da caserma dei religiosi del 16°e 17° secolo e ispiratore del comunismo da caserma dell'ala autoritaria del movimento socialista che ha tra i suoi massimi esponenti Lassalle in Germania, Lenin e Stalin in Russia e Mao Tze-tung in Cina.
Figli della Storia
Due fattori concomitanti e in rapporto dialettico tra loro sono il presupposto dell'affermarsi di una concezione politica critica e radicale: la socializzazione del lavoro nei grandi aggregati operai cooperazione e interrelazione nelle fasi produttive- e vittoria della ragione sui pregiudizi metafisici l'illuminismo-.
Da questi fattori traggono linfa tutte quelle ideologie che si pongono il problema di dare una risposta ai problemi sociali posti dall' economia. Così l'aspirazione ad una organizzazione sociale "armonica" che potesse soddisfare i bisogni di ogni persona è stata la base sia delle teorie liberali che di quelle socialiste nelle varianti stataliste e antistataliste. Da un lato la risposta delle teorie liberali con
l'esaltazione della libera iniziativa privata che attraverso la "mano invisibile" del mercato, per dirla come Adamo Smith, a tutto provvede e risolve; dall'altra le soluzioni delle nascenti teorie socialiste che, nella elaborazione comune, individuano nella proprietà privata dei mezzi di produzione l'anello da rompere per risolvere i problemi economici e sociali, ma che si differenziano profondamente sull'analisi del potere perché, gli uni individuano nella organizzazione statale fortemente centralizzata il meccanismo per garantire il benessere sociale; gli altri -i libertari- ritengono invece che Stato e capitale siano momenti funzionali tra loro e che non può esserci lotta anticapitalista senza lotta antistatale, come è vero esattamente il contrario. Le teorie sociali, in qualche modo figlie dell'illuminismo, si sono poste tutte, dunque, perlomeno alla loro nascita, il problema di dare un soluzione "armonica" all'organizzazione sociale -ricordiamo il richiamo alla felicità nella costituzione americana-, ma oggi è solo l'anarchia ad essere definita utopica pur in presenza di un palese e tragico fallimento del liberismo e del socialismo statalista. La definizione di utopia peraltro è completamente fuori luogo per delineare l'anarchia, infatti il concetto di utopia -ovvero il luogo che non c'è- così come per primo l'ha definito T. Moro, si riferisce ad una struttura sociale ideale già definita a priori dalla mente più o meno fertile del pensatore che neppure in minima parte si lega alle aspirazioni reali, quelle che storicamente si esprimono, delle masse, né all'evoluzione dei rapporti di produzione e/o all'evoluzione della cultura, dell'etica e della morale. L'accusa di utopismo, dunque, viene da chi, consapevole di avere di fronte una visione potenzialmente scardinatrice degli attuali privilegi, cerca di svuotarne la carica rivoluzionaria trasferendo nel mondo del fantastico quello che invece è un concreto cammino di liberazione. Così, nonostante gli insegnamenti di quattromila anni di storia, si predica la libertà, ma si pratica la sottomissione; si vuole la pace, ma si prepara la guerra; si afferma l'uguaglianza, ma si organizza lo sfruttamento. Se tutto ciò non è frutto di malafede, una mente accorta dovrebbe riconoscere con noi che sono questi macchiavellismi la vera utopia e che il pensiero moderno ha di converso bisogno di un modello di ragionamento più semplice, ma anche più concreto: quello che, da oltre 150 anni, gli anarchici pongono, ovvero l'affermazione di un rapporto di coerenza tra mezzi e fini. Eccoci dunque di fronte al cuore della concezione anarchica che è lontana dal sogno di precostituite ed idealizzate strutture sociali, esercitazione questa che volendo ricondurre forzatamente la realtà a schemi imposti dall'alto, ha sempre avuto un risvolto reazionario, ma che invece molto più concretamente individua la possibilità di costruire una società più giusta partendo da tre principi etici fondamentali: nessun uomo deve/può sfruttare un altro uomo; ogni azione deve rispondere ad un rapporto di coerenza mezzi fini; la libertà collettiva/sociale deve essere elemento di completamento e di espansione delle libertà individuali.

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