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(it) Italy, Sicilia Libertaria #462 - REVISIONE ANONIMA. VALUTARE E PUNIRE (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 28 Oct 2025 07:38:28 +0200
Ogni innovazione scientifica, insegnava Thomas Kuhn, viene di regola
ostacolata dalla comunità accademica preesistente sulla base non tanto
di evidenze scientifiche quanto di pregiudizi corporativi, nomenclature
(nomi e autori) e saperi consolidati. Numerosi sono gli esempi di
importanti scoperte, avvenute anche nel recente passato (dall'identità
dei bronzi di Riace agli «affari diversi» del giovane Verga) derubricate
a ipotesi fantasiose solo perché incompatibili col sistema di pensiero
dominante. ---- L'establishment universitario, in particolare, si è
sempre distinto nel tentativo di conservare posizioni di potere e
tramandare se stesso attraverso transazioni coi governi in carica e
l'imposizione di un sapere condiviso fra i suoi membri. Dal 2006 ha
adottato un sistema di valutazione fortemente gerarchico e
burocratizzato, in Italia più che in ogni altro paese occidentale, al
fine di garantire entrambi - status e indottrinamento accademico -.
Questo sembrerebbe un argomento per specialisti della materia, e invece
è l'architrave su cui oggi poggia l'organizzazione, l'accreditamento e
la diffusione dei saperi nel mondo occidentale. La valutazione si è già
affermata, nonostante tutte le sue conclamate criticità, come lo
strumento principale per il controllo delle università e del sapere in
esse prodotto, e punta ad invadere ogni forma di cultura contemporanea,
dai prodotti digitali ai social media. Non passerà molto tempo che essa,
affidata oggi ad apposite commissioni, a valutatori anonimi (nel senso
più deteriore) e a modelli standardizzati, verrà effettuata da un
algoritmo, modellato per infondere conformità e indirizzare la
produzione intellettuale, non solo accademica, verso la creazione di
profitto.
Attualmente il sistema italiano di valutazione discende a cascata dalle
due commissioni nazionali di nomina governativa (l'ANVUR e il CVNVR),
incaricate di valutare la qualità (cioè la compatibilità alle direttive
dei governi del momento) dei singoli atenei, dei singoli dipartimenti,
della produzione scientifica e dei progetti di ricerca intrapresi dai
professori, i quali a loro volta si rifanno sugli assistenti, sui poveri
studenti, su ogni rivista e singolo studioso, anche esterno al mondo
universitario, che abbia la ventura di collaborarvi, ad esempio
partecipando a seminari, corsi e convegni. Dal punteggio acquisito
derivano in primis i finanziamenti erogati dal MIUR, le candidature ai
concorsi e persino le assunzioni in ruolo (realizzando così un vero e
proprio ricatto occupazionale).
Al momento si tratta di un sistema chiuso, bloccato, ma in forte
evoluzione: da un lato preme la politica (che, sulla scia del trumpismo,
invoca una maggiore dipendenza delle università dal governo) e
dall'altro l'economia (che reclama una loro crescente adesione alla
logica del mercato concorrenziale). Il principale strumento di cui esso
si avvale è la «revisione anonima», una ulteriore aberrazione
anglosassone inventata per tenere sotto soggezione studenti e professori.
La «revisione anonima» è affidata a revisori esterni, ma formatisi
all'interno del sistema, che si pretendono esperti nella materia
esaminata (ma non lo sono quasi mai) e di cui l'anonimato spesso
incoraggia la supponenza, la volontà censoria e la mediocrità
intellettuale. Tuttavia essi svolgono egregiamente la loro funzione
primaria, che quella di condurre ad una sempre più accentuata
omologazione verso la conoscenza convenzionale, il già noto, il già
edito, il luogo comune, insomma il mainstream, cioè quel sapere
scientifico medio, condiviso, dominante sul quale misurare la
compatibilità di ogni contributo. Si tratta di una pratica fortemente
autoritaria, inquisitoriale e arbitraria, che non consente lo scambio
paritario, interdice la circolarità delle idee, ne scoraggia
l'originalità, esclude i saperi alternativi e di base, predispone alla
censura preventiva e, specialmente riguardo alle riviste, inibisce il
confronto, la critica, il dibattito che un tempo animavano la vita
politica e culturale. É stato osservato che nessuno dei principali studi
che hanno fondato la storia dell'antropologia, ma anche, aggiungo io, la
storia del movimento operaio e socialista, sarebbe passato oggi tra le
maglie della «revisione anonima».
L'arbitrarietà di questo metodo di valutazione è stata ampiamente
riconosciuta e dibattuta all'estero, dove in diverse università si è
infine preferito, soprattutto per le scienze umanistiche, adottare la
cosiddetta «revisione aperta tra pari», che nelle sue forme estreme
prevede che i commenti dei revisori, insieme a tutta la documentazione,
corrispondenza, ecc. siano pubblicati on line e i lettori sollecitati a
intervenire, realizzando non solo la massima trasparenza (autore e
revisore reciprocamente identificati) ma anche la possibilità di un
lavoro comune, a più voci e con più interpreti, che in teoria darebbe
ai singoli contributi una maggiore affidabilità e qualità critica, e
potrebbe coinvolgere la comunità di riferimento.
Critiche ai fondamenti della revisione anonima sono state sollevate
anche in Italia da un cospicuo numero di studiosi dopo la pubblicazione
nel 2012 del libro di Valeria Pinto, Valutare e punire, che ha messo a
nudo lo stretto rapporto intercorrente tra valutazione e
mercantilizzazione dell'offerta formativa universitaria (le tesi del
libro sono state riprese nel volume collettaneo, Perché la valutazione
ha fallito. Per una nuova Università pubblica, Perugia 2023, reperibile
su Internet). Non mi sembra che tra i critici principali figurino
professori che si dicono anarchici (ne abbiamo una pletora!) e neppure
studenti ribelli alle imposizioni del sistema. Negli ultimi anni molti
di costoro si sono accostati alla mediocrità dominante, accettando senza
problemi le nuove metodiche di valutazione e d'insegnamento, plaudendo a
studi selettivi e di settore generalmente alieni dal fornire adeguate
visioni critiche d'insieme, e ultimamente se ne ritrovano a seguire
progetti di ricerca sulla violenza urbana, ben visti dalle commissioni
nazionali di valutazione, che non distinguono ad arte una sommossa da
una rivoluzione, il brigante dal socialista, il mazziniano
dall'anarchico, e via discorrendo. Il che impedisce, scusate se è poco,
di trarne lezioni «autentiche» per la nostra attività militante, ma non
ad alcuni di loro di fare carriera all'interno del sistema universitario.
Alla fine degli anni Settanta del '900 si aprì un dibattito tra giovani
compagni se si dovesse frequentare o meno l'università, potendoci
trasformare in «servi sciocchi» - «quadri» in linguaggio tecnico - della
società del capitale. Una parte decise di rischiare, convinta di
riuscire a «minare dall'interno» l'istituzione universitaria. Non mi
pare, a distanza di tanti anni, che il loro intento sia andato a buon
fine e che il loro esempio vada emulato. Va invece segnalato che, tra
corsi e convegni sull'anarchismo, e riviste specializzate, molti nuovi
adepti al «minamento interno» delle università sono diventati fautori
convinti della «revisione anonima» al punto da non risparmiarsi
scorrettezze inscusabili (inclusa l'esclusione dalla pubblicazione di
testi di sicuro interesse storico) nei confronti di quei (finora) pochi
compagni che osano contestarla e/o ridicolizzare l'asinità matricolata
dei revisori amici.
Possibile che persino la storia dell'anarchismo debba rimanere ostaggio
di aspiranti o conclamati professori «anarchici» che stanno più
preoccupati di far carriera e non compromettere le relazioni intessute
in ambito accademico che di svolgere un servizio utile al nostro
movimento? Alcuni di loro, che non hanno più concorsi da superare per
sistemarsi nella vita, potrebbero davvero darsi da fare oggi per fondare
riviste ad accesso aperto, senza limiti e restrizioni, possibili fucine
d'idee alternative, e opporsi con esse all'andazzo dominante; altri, più
giovani e trasgressivi, potrebbero invece limitarsi a pubblicare, per
protesta, in quelle stesse riviste e tentare di ribaltare il giudizio
ricorrente sulla necessità e l'efficacia scientifica di una valutazione
autoritaria. Potrebbe costare una carriera o una cattedra - che sarebbe
comunque arduo avere - ma forse è la cosa più giusta da fare. In quel
caso ci troveranno al loro fianco.
Natale Musarra
https://www.sicilialibertaria.it/
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