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(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #461 - L'intersezionalità, modello di riunificazione delle lotte (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 26 Aug 2025 07:27:04 +0300


I movimenti anarchici, nella loro eterogeneità, hanno sempre promosso la solidarietà delle lotte e l'unione contro tutti i poteri. Questo principio teorico, però, trova grandi ostacoli nel concretizzarsi in pratiche efficaci, coerenti e durature, soprattutto in quei contesti in cui l'urgenza dei bisogni specifici può condurre a trascurare un pensiero più ampio e trasversale. Così, se in linea teorica l'anarchismo incarna proprio quella lotta che è tutte le lotte, la prassi non di rado tende all'alienazione delle istanze le une dalle altre.

Attualmente, su un piano globale, i femminismi mostrano di avere la forza e i contenuti più stimolanti per riattualizzare questi principi e trasformarli in pratiche concrete. L'intersezionalità, tutt'altro che sorprendente e inedita, è la formula contemporanea e più articolata di quell'unione delle lotte, che, suo malgrado, ha mostrato di alimentare profonde incoerenze e una centralità di pensiero, che spesso hanno creato divisioni all'interno dei movimenti. Questa, ad esempio, è la ragione per la quale le donne, tra il 1964 e il 1970, hanno iniziato a praticare la loro sottrazione dai gruppi misti come forma di affermazione politica, da cui è nato quello specifico setting di lotta costituito dal cerchio esclusivamente femminile, ancora oggi duro a morire, in risposta ai fallimenti occorsi stando al fianco di compagni che non riconoscendo come centrali le loro urgenze, finivano per marginalizzarle impedendo la loro universalizzazione a lotte collettive (Siviero, Fare femminismo, 2024, p. 82).

Oggi con l'intersezionalità s'intende concretamente che la lotta di una persona è davvero la lotta di tutte, che la rivendicazione di uno spazio di parola è «lottare per lo spazio di tutti[...]vale a dire che non implica solo l'apparenza, ma la presenza concreta delle differenze oggettive e soggettive. È questa presenza che ha il potere di instaurare il dialogo senza il quale ogni lotta può morire nella mera violenza distruttiva e autodistruttiva» (Tiburi, Il contrario della solitudine, 2020, p. 67). Vuol dire allenare il pensiero, prima ancora che l'azione, a un'empatia militante che non sottovaluti i bisogni individuali e collettivi e che sappia mantenere un fare necessariamente locale e una visione globale.

In diverse parti del mondo questo sentimento intersezionale, che ha mostrato di essere un istinto umano prima ancora che un costrutto politico, ha spinto a formulare pratiche contagiose e replicabili. È il caso, tra molti, dello sciopero del sesso, che ha visto momenti particolarmente significativi in circostanze come quella del 24 giugno 2011 in cui trecento donne colombiane di Barbacoas hanno annunciato un'astinenza sessuale di tre mesi con l'obiettivo di ottenere strade asfaltate per interrompere la massiccia morte delle partorienti, impossibilitate a raggiungere l'ospedale; così come nelle Filippine per interrompere conflitti tra clan; nella Turchia meridionale per ottenere reti idriche pubbliche; in Kenya, in Togo, in Liberia per fronteggiare questioni politiche e guerre.

La stessa forza propulsiva è alla base della creazione delle reti di boicottaggio, che quotidianamente tentano non solo di agire qualcosa di concreto, ma anche di contrastare la retorica opprimente sull'inefficacia di tale pratica. Un esempio significativo, data l'attualità del caso, è la campagna internazionale BDS, per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti del popolo palestinese.

Da questo effetto domino delle lotte intersezionali prende vita quel posizionamento che più di tutti pare suggerire pratiche di partecipazione diretta: l'anarca-femminismo internazionalista. Esso si fonda sull'urgenza di considerare la lotta contro il patriarcato come lotta contro quegli ideali che fondano e nutrono lo Stato, il capitalismo e l'imperialismo, partendo dalla consapevolezza che femminismo significa occuparsi dei marcatori di oppressione del ceto sociale, del genere, della razza, della sessualità e che una lotta ne chiama inevitabilmente altre. Ma ancor più simbolicamente significa che i femminismi anarchici si pongono come solido trampolino di lancio per un nuovo paradigma della militanza nel quale una pluralità di movimenti può realizzarsi traendo forza e spunti da questa eterogeneità e da questo infaticabile mutuo-aiuto.

Per agire davvero una tale rete di lotte riunite è necessario rifiutare ideali, modalità e strumenti che siano un compromesso e un permanere nello stato di cose che è, invece, da rigettare a vantaggio di alternative percorribili ogni giorno sia individualmente che tramite la diretta adesione a gruppi. L'astensionismo, nelle sue declinazioni, non ultima quella legata alla pratica del voto; la sovversione delle dinamiche che impongono ai soggetti di soccombere a valori e modelli marginalizzanti; il sabotaggio della guerra; il boicottaggio massiccio e radicale di tutto ciò che reifica stato, patriarcato e capitalismo; la solidarietà continuativa e trasversale delle lotte attraverso i gruppi di affinità; la diserzione assoluta di tutte le forme di violenza e prevaricazione; la sottrazione da luoghi, contesti, stili di vita della società dei consumi attraverso pratiche quali l'autoproduzione, il baratto, l'autoformazione orizzontale.

Contro il disfattismo e l'avvilimento che imperversano nel sentire comune è necessario ribadire la possibilità dell'utilizzo quotidiano di questi strumenti e la loro qualità nel cambiare le dinamiche, riducendo il più possibile l'ampiezza dello spettro delle contraddizioni e dell'impotenza. Allora pensare e agire in modo intersezionale significa chiedersi continuamente di riflettere su cosa si possa fare quando si è all'interno di una qualsiasi dinamica relazionale, o quando si è forzatamente clienti di qualcuno e consumatori/trici di qualcosa, nell'intersecare lotte per i bisogni di altre soggettività, di come fare tutto ciò, di chi essere mentre lo si fa, di quale linguaggio scegliere, di come stare al fianco del prossimo. Significa sentirsi sempre agenti di un atto politico, che ne chiama altri e che è connesso anche con cose e persone possibilmente molto distanti, ma comunque sostenibili. Significa, ancora, esercitarsi a intendere la partecipazione diretta come sempre possibile e progressiva affinché piccoli gesti e piccole azioni possano sommarsi con quelle altrui potenziandosi e creando dei rimandi in grado di affrancare le lotte dall'autoreferenzialità annichilente e dal disgregamento delle pratiche, sempre più consistente man mano che lo scenario mondiale si fa più drammatico.

Désirée Carruba Toscano

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