|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 30 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Francais_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkurkish_
The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours
Links to indexes of first few lines of all posts
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, FAI, Umanita Nova #21-25 - Uno sguardo sulle trasformazioni dei movimenti di classe (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 21 Aug 2025 07:35:04 +0300
La sconfitta referendaria del 9 Giugno era ampiamente attesa. Tra le
stesse promotrici della consultazione lo scetticismo era fortemente
diffuso. Salta subito all'occhio la cialtroneria e il pressapochismo di
un comitato promotore che aveva delegato il successo della consultazione
all'accoppiata con il referendum sulla legge riguardante l'autonomia
differenziata. Quest'ultimo avrebbe dovuto (nella testa delle promotrici
e dei promotori) tirare la volata agli altri referendum perché
fortemente popolare soprattutto nelle regioni del centro-sud,
immediatamente penalizzate da una legge pensata per favorire le regioni
ricche del nord a discapito di due terzi del paese.
Una scelta così condizionata al volere della Consulta ed alle sue
decisioni era già in partenza un segnale di grande debolezza, così come
era un segnale di debolezza ricorrere all'istituto referendario per
questioni relative ai rapporti di classe.
La prima volta che avvenne, nel 1985, per il taglio di due punti
dell'allora ancora attiva scala mobile, il referendum ottenne ampiamente
il quorum (all'epoca le percentuali di voto superavano sempre il 90%),
ma venne sconfitto 54 a 46. È importante ricordare che quell'Italia era
ancora un paese dove la quota parte di popolazione operaia sfiorava il
35% della popolazione complessiva, mentre il lavoro dipendente in
generale superava il 70%.
Nonostante questi dati, il consenso alla ripresa del maltolto fu
inferiore alla metà dei votanti. Questo avvenne da un lato perché nel
lavoro dipendente si calcola anche quella quota parte di lavoratrici e
lavoratori impiegati di ufficio o comunque con mansioni superiori che,
nel clima di restaurazione degli anni Ottanta, si erano schierati con le
classi superiori di cui condividevano la visione del mondo e che erano
ben compresi del fatto che una sconfitta operaia avrebbe determinato un
loro vantaggio. Dall'altro lato, la politicizzazione del referendum non
giovò al successo della consultazione e milioni di persone votarono in
base allo schieramento di appartenenza. In epoca di regressione delle
sinistre ed affermazione di un blocco centrista a guida DC-PSI, il
referendum venne anche impallinato dalle posizioni sullo stesso dei
partiti politici. Il 1985 fu anche l'anno della massima avanzata del PSI
di Craxi e l'inizio di un serissimo arretramento del PCI alle elezioni
amministrative svolte un mese prima della consultazione su lavoro.
Negli anni successivi ogni volta che il paese è stato chiamato a
pronunciarsi su questioni riferite ai rapporti lavorativi non è mai
stato raggiunto il quorum, né a destra, né a sinistra.
Il lavoro stesso è scivolato sempre più in un angolo, complice la
percezione dell'assoluta impossibilità di incidere, da parte di
lavoratrici e lavoratori, sui processi di ristrutturazione in corso. Il
lavoro salariato ha continuato ad essere la principale fonte di
sostentamento per la popolazione del paese, ma i lavoratori salariati
sono scomparsi completamente come soggettività capace di porre i propri
interessi e la propria visione del mondo nell'agone sociale.
La decisione di regolare i conti con quanto resta del jobs act per via
referendaria è stata quindi sostanzialmente stolida, considerando i
precedenti e soprattutto considerando il lavoro di distruzione della
classe come aggregato politico messo in pratica negli ultimi
quarant'anni almeno da parte degli stessi promotori dei referendum.
La pratica concertativa nata proprio al volgere degli anni Novanta dello
scorso secolo ha visto la Cgil come principale protagonista; oggi lo
stesso sindacato sta pagando lo scotto di questa scelta che, nel tempo,
lo ha privato di ogni capacità di muovere il conflitto e quindi di
mantenere un ruolo di protagonista nello scenario politico.
Le maggiori vittorie ottenute contro la restaurazione del potere
dispotico imprenditoriale nelle aziende in questi 40 anni sono venute
dai giudici e non dalle mobilitazioni che il sindacalismo concertativo
ormai non tenta neanche più e che non hanno lo spazio politico per
costituirsi in modo autonomo. Anche solo questo dato deve farci
ragionare: a fronte del tentativo padronale di deregolamentare
completamente il mercato del lavoro, l'unica vera trincea a disposizione
di chi lavora è stata quella offerta da un potere statale come quello
giudiziario che nella sua natura di presunto arbitro dei rapporti tra i
poteri, ha colpito in questi anni l'eccessivo rafforzamento del polo
imprenditoriale.
Ma come è successo tutto questo?
Fondamentalmente tre sono stati i motivi che hanno permesso lo sfascio
di un movimento di classe ancora cinquant'anni fa tra i più avanzati
dell'Occidente.
a) Una trasformazione del tessuto sociale del paese.
Il progressivo disimpegno della classe capitalistica italiana
dall'investimento imprenditoriale ha determinato il mutamento delle
dimensioni e della capacità di incidere sul conflitto (anche solo
redistributivo) tra le classi nel paese da parte delle classi
lavoratrici. Le mobilitazioni degli anni Sessanta e Settanta poggiavano
su un tessuto operaio di grande impresa e su una condizione di
tendenziale piena occupazione. Gli anni Ottanta vedono ancora una
composizione sociale in cui si ha una forte presenza di lavoratrici e
lavoratori della grande impresa, ma in condizione di progressiva
regressione e di ristrutturazione della produzione, soprattutto in
quella capitale operaia costituita dal vecchio triangolo industriale tra
Milano, Genova e Torino. A questa regressione, che diventa esponenziale
a partire dagli anni Novanta, quando le mutate condizioni internazionali
permettono anche al capitale italiano l'avvio del processo di
esternalizzazione della produzione, si deve aggiungere la sconfitta
della soggettività operaia, la cui datazione si fa normalmente risalire
all'autunno 80, al termine della battaglia della FIAT, ma che era stata
lentamente preparata nel corso degli anni precedenti, almeno dal biennio
1975/76 con le prime ristrutturazioni nell'area milanese.
Il lavoro operaio perde la sua centralità, intesa in primo luogo come
capacità di imporre la propria agenda al resto della società, e nel
decennio successivo non è in grado di contrastare in modo efficace il
processo di trasformazione al ribasso della struttura industriale.
L'ultimo sussulto della vecchia composizione operaia avviene nel 1994,
quando la controriforma delle pensioni mobilita per l'ultima volta il
tessuto delle fabbriche ancora forte nel paese. E' un fuoco fatuo;
l'anno successivo una riforma di identica fattura con l'aggiunta della
postilla che prevede di salvare le pensioni di chi lavorava da più di 18
anni al momento dell'entrata in vigore, passa senza opposizione di sorta.
La vecchia classe operaia realizza un obiettivo insieme corporativo e
generazionale, mentre la nuova composizione sociale si scopre
vulnerabile e smarrita, senza punti di riferimento e soggetta a
un'ondata senza precedenti di precarietà e cancellazione delle tutele
sociali. Si rifugerà in soluzioni sempre più individuali o al limite di
piccolo gruppo, cercando tra le pieghe del nuovo capitalismo gli
strumenti della sopravvivenza.
Si consuma il divorzio tra le istanze conflittuali sul terreno sociale e
il mondo del lavoro; da allora ad oggi i movimenti sociali nel paese
saranno sempre più esterni alla conflittualità sul luogo di lavoro e il
conflitto si allontanerà sempre di più dai luoghi di lavoro, quasi come
se i due concetti fossero completamente estranei tra loro.
b) La trasformazione del ruolo del sindacalismo.
Il biennio 1992/93, con la proiezione di Cgil-Cisl e Uil nel ruolo di
partecipanti alla gestione delle condizioni del processo produttivo nel
paese, determina la salvaguardia delle organizzazioni sindacali a
scapito degli interessi delle classi lavoratrici nel loro insieme,
nonché una curvatura corporativa all'interno del mondo del lavoro. Le
agitazioni che ancora si danno vengono agite su obiettivi spesso
aziendali, al massimo categoriali e senza alcun collegamento con il
resto delle lavoratrici e lavoratori. Sul terreno sociale, l'abbandono
del conflitto a favore della concertazione porta all'esasperazione del
processo di difesa del "proprio" posto di lavoro e all'introiezione
dell'idea che il "nemico" sia costituito da lavoratrici e lavoratori
delle imprese concorrenti. Questo processo avviene più facilmente in un
tessuto di media e piccola impresa, che diventa egemone e che riesce ad
imporre socialmente il proprio ordine del discorso e a condizionare
pesantemente anche il discorso politico.
Il corporativismo sindacale nelle imprese maggiori e l'adesione alla
narrazione imprenditoriale nelle medie e piccole aziende si tengono tra
di loro e permettono un'articolazione del discorso sempre più centrata a
livello individuale e sempre meno socialmente condivisa.
A questo aggiungiamo lo strutturarsi di un livello alto di
disoccupazione e il contemporaneo diffondersi di un lavoro nero, mai
venuto meno nel tempo, ma in piena espansione dagli anni Novanta in poi.
Con questi presupposti, viene meno il riconoscersi delle persone che
lavorano come classe, e viene meno anche la solidarietà reciproca a
qualsiasi livello.
Oggi sui posti di lavoro la credibilità sindacale è data dalla capacità
dell'organizzazione di risolvere questioni individuali o, al massimo,
aziendali. Il fallimento del sindacalismo di base con il senno di poi
era ampiamente prevedibile: esso è determinato proprio da questo stato
delle cose che rende improponibile il modello sindacale novecentesco
intercategoriale, solidale e improntato a un "noi" contro "loro"
costruito su dinamiche di classe; le stesse e gli stessi componenti che
vi si dovrebbero riconoscere non sentono come proprie queste dinamiche
di classe quando non rifiutano addirittura alla radice il concetto stesso.
c) Normative antisciopero e divieto di conflitto.
La costruzione di una normativa preventiva e repressiva il cui scopo è
quello di impedire che il paese diventi nuovamente teatro di forte
conflittualità sociale è stata avviata con la prima legge contro lo
sciopero nel 1990 ed è proseguita fino ad adesso con una legislazione
che sempre di più dispone il divieto di conflitto nei luoghi della
produzione.
Si tratta di un'azione preventiva e repressiva, perché la sua finalità
non è solo quella di colpire le azioni di sciopero e di agitazione
successivamente, ma di educare lavoratrici e lavoratori ad evitare di
muovere il conflitto all'interno dei luoghi di lavoro, in modo da
escludere completamente i luoghi della produzione dalle interferenze del
dissenso e della contestazione, anche solo economica. Questo processo ha
prodotto i suoi frutti diseducando due intere generazioni di lavoratrici
e lavoratori, impedendo loro quell'apprendimento pratico della lotta
necessario alla costruzione di qualsiasi mobilitazione.
Il conflitto però è naturale nelle comunità umane, soprattutto
all'interno di una formazione sociale come quella capitalistica, che
tende alla polarizzazione della società come naturale portato delle
ineguaglianze prodotte dal mercato. Il conflitto, tuttavia, ha
inevitabilmente dovuto cambiare luogo di espressione. I movimenti
sociali che hanno coinvolto lavoratrici e lavoratori si sono prodotti su
altri terreni e spesso con una forte componente locale. Il caso NoTAV è
eloquente.
In valle Susa abbiamo assistito, negli anni della maggiore battaglia
contro la grande opera, a una continua deindustrializzazione e
desertificazione del tessuto produttivo dell'area. La solitudine di chi
si è trovato a combattere per non perdere la propria fonte di reddito è
stata palpabile, nonostante le stesse persone che lottavano contro la
delocalizzazione fossero spesso impegnate nel movimento.
L'evidenza è stata ancora maggiore all'ILVA di Taranto, dove lavoratrici
e lavoratori si sono divisi tra la difesa acritica e corporativa della
fabbrica e la richiesta di bonifica ambientale radicale in collegamento
con le e gli abitanti della città e dei quartieri dove di ILVA si muore.
In entrambi i casi il conflitto sociale si è dato nella dimensione del
territorio, coinvolgendo le
persone non in quanto lavoratrici e lavoratori, ma in quanto abitanti di
un territorio minacciato dall'estrattivismo. Il conflitto non è più
rientrato sui luoghi di lavoro, ma le stesse classi lavoratrici lo hanno
agito all'esterno del posto di lavoro, consapevoli dell'estrema
difficoltà ad adottare forme radicali di scontro che invece si possono
dare nello spazio del territorio. Non è un caso che la reazione dei
governi, in particolare quelli esplicitamente orientati a destra, sia
stata quella di varare una serie di decreti sicurezza il cui scopo è
quello di svolgere la stessa funzione della legislazione contro lo
sciopero sul territorio.
Il mutamento della composizione sociale del paese ha ovviamente prodotto
anche uno spostamento nella costruzione delle identità, sia individuali
che collettive. L'appartenenza di classe, scontata in tempi neppure
troppo lontani, esce completamente dalla narrazione con la quale le
persone -per quanto appartenenti sociologicamente alle classi
lavoratrici- si identificano. La narrazione operaia che nel trentennio
glorioso del capitalismo europeo era un simbolo di potenza e di
imposizione al resto della società della propria visione del mondo e dei
propri bisogni, diventa un racconto di sconfitta e di marginalità con il
quale difficilmente ci si può identificare. D'altra parte i molti
tentativi di inventarsi soggetti unificanti (penso all'epopea mancata
dell'operaio sociale o a quella altrettanto fantasmatica del
cognitariato) o falliscono o diventano simboli di una condizione dalla
quale emanciparsi al più presto, come nel caso della narrazione sul
precariato.
In questo corpo sociale smembrato e svuotato di senso hanno facile presa
narrazioni fortemente individualistiche e tendenti alla promozione
sociale personale in diretta concorrenza con le persone che si trovano
in condizioni simili alla propria.
La percezione di una condizione comune si allontana dai luoghi della
produzione per presentarsi al massimo come forma identitaria fondata su
altri miti che poco o nulla hanno a che fare con la classe. Pensiamo
all'appartenenza nazionale il cui fantasma è pienamente tornato e si fa
carne nei dispositivi razzializzanti ed in quelli escludenti.
Anche nell'ambito referendario ne abbiamo avuto una prova con il numero
molto alto di NO al quesito riguardante la cittadinanza, evidentemente
sentita come un beneficio particolare che non si vuole in nessun modo
condividere, operando così scelte di campo che viaggiano sulla linea dei
documenti in possesso delle singole persone.
Le condizioni comuni del genere, dell'etnia o del territorio, anche
all'interno dei movimenti di critica e di opposizione, sono diventate
gli unici fattori in grado di costruire identità comune, azione e
capacità trasformativa.
Il terreno sociale si muove oggi su queste coordinate e la stessa azione
sindacale non può che essere coinvolta da questo tipo di trasformazione.
Il risultato referendario è un'ulteriore conferma della strutturazione
attuale delle identità all'interno della quale ci muoviamo. Non tenerne
conto, incolpare l'improvvida decisione della Cgil o l'idiozia delle e
dei lavoratori del paese è stupido, oltre che inutile. E' la stessa cosa
che incolpare il destino o la malasorte.
La realtà vera è che ci troviamo dopo la fine di un ciclo dell'umanità
-perlomeno di quella occidentale- in cui l'identità operaia è stata
centrale nel determinare mentalità, narrazione e attività anche politica
delle persone. È stato un ciclo di estrema importanza e all'interno del
quale molte e molti di noi si sono formate. Però è finito e non da oggi.
La costruzione di un'identità di classe che tenga conto delle molte
altre identità dalle quali siamo attraversate ed attraversati, in primo
luogo quella di genere ma non secondariamente quella relativa alle
provenienze nazionali e alla nostra condizione o meno di razzializzate e
razzializzati, è appunto una costruzione, non una riscoperta dei miti
del passato.
Una classe non è tale quando si trova in una comune condizione
sociologica, dalla quale spesso vuole solo fuggire, ma perché trova
attorno alla propria condizione la capacità di costruire un'identità che
punti a superare in modo collettivo la propria condizione e che possa
farsi forza di questa all'interno dei conflitti sociali.
Il terreno sul quale lavorare è questo e non è nemmeno detto che la
forma sindacale sia la più adatta alla trasformazione della nostra azione.
Partiamo da qui, con la consapevolezza della necessità di superare i
limiti insiti nel nostro agire, senza risposte semplici e ancora una
volta con l'intento di trasformazione radicale del mondo con gli
strumenti che ci sapremo dare.
Stefano Capello
https://umanitanova.org/uno-sguardo-sulle-trasformazioni-dei-movimenti-di-classe/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) France, OCL CA #352 - Gaza, l'Indicibile (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #460 - Trapani. Presidio di protesta davanti al CPR di Contrada Milo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
A-Infos Information Center