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(it) Italy, FDCA, Cantiere #36 - Una riflessione sul progressivismo di Papa Francesco - Giulio Angeli (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 18 Aug 2025 08:58:07 +0300


La pubblicazione del seguente contributo segue l'elezione dello statunitense agostiniano Robert Francis Prevost quale 267° pontefice della Chiesa Cattolica Apostolica Romana con il nome di Leone XIV, succedendo al pontefice recentemente scomparso il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio che, con il nome di "papa Francesco", è stato l'autore dell' eniclica "Laudato Si'", risalente al 2015. ---- Subito dopo la sua pubblicazione l'Enciclica suscitò un grande interesse per i suoi contenuti definiti con un'enfasi francamente eccessiva come progressisti e condivisioni entusiastiche pervennero numerosissime, soprattutto dalla sinistra nelle sue innumerevoli configurazioni politiche e sindacali: dalle più moderate a quelle radicali. All'epoca, in realtà, non vi fu un dibattito approfondito sull'Enciclica quale fondamentale riferimento del pontificato di papa Francesco: questa fu invece salutata con quella carica redentrice e propagandistica che gli attuali apologeti attribuiscono arbitrariamente al fare del defunto pontefice, limitandosi, ieri come oggi, a considerare enunciati sui quali non sanno riflettere, proprio perché sopraffatti dal proprio prorompente e decontestualizzato autoreferenzialismo.
Così è stato che anche in occasione della morte del pontefice tutta la politica si è affannata a celebrarne gli intenti i quali, sia pure non avendo proceduto oltre gli enunciati sia pure significativi in considerazione della fonte dalla quale sono pervenuti, hanno finito per essere adattati loro malgrado anche per finalità e strategie opposte perseguite dai gruppi dirigenti interni alla chiesa cattolica, in riferimento alle politiche dei centri di potere che dominano il mondo.
In questo contesto di crisi non deve poi stupire che gli apologeti di papa Francesco si siano ritrovati e si ritrovino anche "a sinistra", laddove emerge con demoralizzante chiarezza che spesso assume i toni dell'arroganza, la generalizzata superficialità di chi eleva il defunto pontefice a icona di un generalizzato progressismo, ignorando quanto Gramsci abbia affermato in relazione alle componenti interne alla chiesa cattolica al tempo di Pio XI e alla necessità di riequilibrare la lotta al modernismo che aveva squilibrato troppo a destra il cattolicesimo, per incentrarlo nei gesuiti "cioè dargli una forma politica duttile, senza irrigidimenti dottrinali, una grande libertà di manovra..." (Antonio Gramsci ("I Quaderni del Carcere", Quaderno 20 (XXV), 1934-35", 4 "Cattolici integrali, gesuiti, modernisti).
Crediamo allora che in un simile contesto una riflessione critica sull'enciclica "Laudato Si' "possa contribuire alla comprensione sia dell'eredità lasciata dal precedente pontificato che al divenire delle strategie future del pontificato di Leone XIV.
Ci esprimiamo in questi termini consapevoli che la chiesa è "il partito" più antico dell'umanità, fa il proprio mestiere e, in generale, riesce anche a farlo ben combinando le proprie contraddizioni, talvolta stridenti, in sistemi risultanti di idee, scelte e comportamenti che anche tramite il controllo e l'utilizzo del progressismo hanno storicamente consentito al conservatorismo cattolico di riemerge continuamente da "dietro al trono". Queste tendenze della politica vaticana sono state recepite e largamente applicate in ambito democristiano, sia pure con equilibrismi aggiuntivi che ne hanno talvolta ridotto l'efficacia. Ciò è avvenuto nel corso della storia del Partito Socialista Italiano, magari con l'ulteriore caricaturizzazione opportunistica caratterizzante l'epoca di Craxi, fino all'estendersi anche alle vicende del comunismo nazionale italiano sia pure con innumerevoli irrigidimenti e intolleranze, che comunque non avrebbero impedito la liquidazione del PCI al fine di intraprendere quel processo che avrebbe condotto alla nascita dell'attuale "Partito Democratico", concreta e modesta eredità del "Compromesso Storico" di berlingueriana memoria.
Siamo inoltre consapevoli che le sopraddette riflessioni non possono essere esaustive circa la fase attuale che caratterizza la chiesa cattolica e per considerazioni più approfondite rimandiamo al contributo del compagno Gianni Cimbalo: "Re Leone XIV", presente su questo n. 36 de "il CANTIERE", che ci stimola a una considerazione finale.
Da più parti si è affermato che l'enciclica "Rerum Novarum" proferita nel 1891 da Leone XIII del quale l'attuale pontefice si pone anche formalmente in continuità, avrebbe aperto la questione sociale nella chiesa cattolica: mai come in questo caso il condizionale appare d'obbligo, proprio perché l'enciclica in questione si configura come estremamente conservatrice. Al riguardo c'è stato poi anche chi, naturalmente a sinistra, ha ritenuto di ostentare l'ironia affermando che detta enciclica non deve essere considerata come "Il manifesto del Partito Comunista" il quale, scritto da Marx e da Engels nel 1848 vale a dire ben 43 anni prima, afferma concetti chiari e discriminanti, prefigurando una società che l'enciclica invece fieramente avversa e condanna, animata com'è da una vibrante esigenza antisocialista e restauratrice, che costituisce la finalità autentica della Rerum Novarum , che si risolve nel dogma che caratterizza anche il progressismo cattolico nel porre "il mondo come problema e il cattolicesimo come soluzione". Allora, da una parte è lecito credere a tutto ciò che si vuole ma non è legittimo, dall'altra, operare schernendo affinché ci credano anche gli altri.
Alcune riflessioni sull'Enciclica "Laudato si'"
La storia esprime coloro che sono chiamati a interpretarla e il fenomeno di Papa Francesco nasce e si sviluppa proprio in conseguenza della necessità di un'urgente rinnovamento da parte della chiesa cattolica.
I contesti: encicliche e consiglieri
Chiaro che le encicliche non le scrive il solo papa di turno ma alla loro stesura collaborano svariati consiglieri e, per quanto riguarda l'Enciclica "Laudato si'", uno di questi è Jeffrey Sachs, antico frequentatore del Vaticano. Sachs attualmente dirige "l'Earth Institute della Columbia University di New York e negli anni Ottanta e Novanta si segnalò per la "shock therapy" ("shockterapia" ndr) da lui applicata ad alcuni paesi dell'America latina e dell'est dell'Europa per un rapido passaggio alla libera economia di mercato, incurante dei contraccolpi sociali." (L'Espresso 01/06/2015).
Jeffrey Sachs è un economista statunitense di formazione neokeynesiana ma in decisa mediazione con il neoliberismo propugnato dalla "scuola di Chigago" la quale, tramite il suo fondatore, l'economista Milton Friedman, fu l'ispiratrice delle politiche neoliberiste: proprio a partire "dall'esperimento" condotto nel Cile del generale Pinochet, salito al potere con il sanguinoso colpo di stato del 1973, voluto dagli USA per rovesciare il governo del socialista Salvador Allende.
"L'esperimento" cileno del 1975 consisteva in un processo di privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge dell'economia del paese, un processo condotto con grande energia e simultaneità contro una classe lavoratrice battuta e oppressa da una feroce dittatura. "L'esperimento" fece scuola e Friedman divenne l'ispiratore delle politiche neoliberiste successivamente attuate con gli opportuni adattamenti in Inghilterra (mandato Margaret Thatcher 1979/1987) e negli USA (mandato Ronald Reagan 1980/1989).
Dieci anni dopo, siamo nel 1985, vediamo Jeffrey Sachs, poco più che trentenne, in qualità di consulente del governo boliviano (mandato Pax Estensorro), tentare di "combinare liberalizzazione politica e democrazia con la liberalizzazione economica... Grazie a Sachs - l'evangelista del capitalismo democratico - come lo definì il New York Time - la "shockterapia" si era finalmente scrollata di dosso la puzza delle dittature e campi di morte che le era rimasta addosso da quando Friedman aveva compiuto il suo viaggio a Santiago (del Cile) dieci anni prima... La Bolivia aveva adottato una "shockterapia" su modello pinochettiano senza un Pinochet e, nientemeno, sotto un governo di centrosinistra (mandato Victor Paz Estensorro)... le cose che Pinochet ha fatto con la baionetta, Paz le ha fatte entro un sistema democratico... " (Naomy Klein: "Shock economy" - Rizzoli editore Milano 2007 - vedi in particolare il cap. 7 pag. 164)
Con Sachs il neoliberismo si adatta a una cornice "democratica" per essere così praticato a più vasto raggio. E infatti vedremo Sachs propinare le "terapie boliviane" in Polonia quale consigliere del governo Solidarnosc nel 1988 sostenuto dalla chiesa cattolica che già stava giocando un ruolo decisivo nel tracollo dell'URSS.
Ma Sachs sarebbe stato anche un sostenitore di Boris Eltsin il cui mandato (1991 - 1999) resse la transizione tra lo scioglimento dell'URSS e la Federazione Russa, transizione anch'essa caratterizzata da ""terapie boliviane" oltre che da una sanguinosa repressione, nell'esclusivo interesse degli oligarchi del regime ex sovietico. E' proprio in conseguenza della catastrofe russa e del ruolo svolto dal FMI e dal governo USA, indisponibili a erogare aiuti economici, che Sachs pare progressivamente edulcorare le proprie posizioni sostanzialmente neoliberiste, almeno nelle loro pratiche attuazioni.
Al riguardo è interessante notare le posizioni conciliatrici che Sachs ha assunto sulla crisi greca, ricercando un equilibrio tra le esigenze del governo greco e la soluzione tedesca che consenta di far riemerge la mediazione neokeynesiana volta a non penalizzare la Grecia per tutelare il ruolo del FMI (ultimamente favorevole alla ristrutturazione del debito) e della politica estera degli Stati Uniti (permanenza della Grecia nell'euro per non indebolire il ruolo della NATO). (Vedi: J. Sachs: "La mia soluzione per la Grecia" il sole 24 ore 11 agosto 2015).

L'Enciclica "Laudato si'" e la chiesa cattolica
Sui perché l'Enciclica "Laudato si'" abbia ricercato una simile collaborazione la spiegazione risiede, probabilmente, nel fatto che Sachs pare condividere l'impostazione secondo la quale la povertà sarebbe la conseguenza dell'esclusione dei poveri dalla produzione, e non già dello sfruttamento capitalistico della forza lavoro manuale e intellettuale, che già compare nell'Enciclica "Centesimus Annus", scritta da Papa Giovanni Paolo II nel 1991 e che, anche in questo caso, ha visto Sachs come uno dei consiglieri. In ogni caso questo auspicato "inserimento nella produzione" sarebbe a carico diretto delle classi subalterne e non dell'economia capitalista nel suo complesso come predicava Keynes prevedendo, al massimo, aiuti da parte del FMI che, invero, Sachs ha sempre sollecitato.
Inoltre, in questa fase, la Chiesa Cattolica è caratterizzata da profonde contraddizioni che complicano ogni percorso imponendo mediazioni perseguite anche tramite l'utilizzo di abili e accreditati consiglieri capaci di garantire una qualche continuità con il passato, al fine di poter rallentare e controbilanciare certi intenti di innovazione o, se vogliamo essere più precisi, di revisionismo dichiarato, per evitare che procedano in autonomia divenendo nel tempo incontrollabili.
Indipendentemente dalle soggettive volontà, l'Enciclica costituisce quindi un tentativo proveniente dagli ambiti interni alla chiesa cattolica volto a recuperare e ad accrescere quella credibilità e quel ruolo politico di interlocuzione e di mediazione con le grandi potenze, profondamente incrinati da un certo adagiarsi sulle vittorie del passato, da una serie di gravissimi scandali e dall'insufficienza del precedente pontificato. La Chiesa Cattolica Apostolica Romana è, storicamente, il maggiore, il più antico e organizzato partito della storia dell'umanità e se in questa fase si è data un Papa come Francesco è perché le sue gerarchie si rendono conto che l'innovazione è semplicemente essenziale ma impone dei prezzi che devono comunque essere pagati: ma con moderazione, però. Si tratta cioè di stabilire quanto e per quanto tempo ancora si debba continuare a pagare dei prezzi. Soprattutto si tratta di far sì che l'innovazione sia moderabile nella sua pratica attuazione e che, quindi, sia più che altro enunciata quale motivo di propaganda, proprio per garantire in divenire ampi spazi di manovra e di mediazione alle gerarchie cattoliche sulla base di una rinnovata credibilità, che ne accresca il ruolo politico oggi declinante.
Non tutta la Chiesa Cattolica è schierata con l'attuale Papa e anzi, una parte di essa ne reclama un qualche controllo se non, addirittura, un significativo ridimensionamento e, se questo è l'obiettivo, la presenza di Sachs è una garanzia perché per il nostro economista le cornici dei programmi saranno anche neokeynesiane, ma le sue soluzioni sono certamente neoliberiste e in grado di controllare fastidiose tensioni revisionistiche.
Quindi Papa Francesco non è l'espressione di tutta la Chiesa Cattolica ma di una sua parte, quella più inquieta e sensibile alla realtà, drammatica, delle conseguenze del capitalismo che si misurano in termini di disuguaglianza e di sottosviluppo, di devastazione ambientale, di guerra e di dominio del capitale finanziario a scapito della produzione di merci medesima che, come già aveva previsto Marx diviene per il capitale finanziario una realtà ingombrante. Come sempre la regia non è unica ma contraddittoria e si pongono seri problemi di controllo e di mediazione dei fenomeni e delle persone che li interpretano.
Esigenze di continuità
Da questo punto di vista l'enciclica "Laudato si'" replica e sviluppa gli enunciati già presenti nella "Centesimus Annus" cercando di riordinare e attualizzare in un insieme organico i pezzi sparsi di quella dispersa coerenza, manifestati nel tempo dalle gerarchie cattoliche: si cita Giovanni XXIII (che si adoperò attivamente per il naufragio del centrosinistra negli anni '60 del novecento) e la sua Enciclica "Pacem in Terris"; si cita Paolo VI (che si caratterizzò per il suo conservatorismo); si cita Giovanni Paolo II (che fu uno dei massimi registi del crollo dell'Unione Sovietica); si cita Benedetto XVI (che ha retto un breve pontificato tradizionalista); non si cita, invece, Giovanni Paolo I che iniziò il suo brevissimo pontificato cercando di ridimensionare il potere dello IOR e che non ebbe tempo di enunciare più di tanto. Contemporaneamente si realizzano concessioni, sia pure indirette, alla "Teologia della Liberazione", attraverso ampi riferimenti alle Assemblee Episcopali del continente latino americano, che nel tempo ne hanno edulcorato i contenuti sociali trasformandoli in innocui enunciati sia pure ad effetto. (Papa Francesco: "Laudato si'" Enciclica sulla cura della cosa comune" - Ed. S. Paolo - Libreria Editrice Vaticana - Città del Vaticano 2015 - pag. 55, nota n. 24).
Leggendo l'Enciclica si ha l'impressione di trovarci di fronte a una magnifica, collaudata, efficace e soprattutto autorevole macchina contro l'ingiustizia, che poi è quello che manca oggi nel mondo, e il fatto che il Papa tenda a dimostrare che la Chiesa ha sempre sostenuto questa denuncia, sia pure a fasi alterne e, si dice, talvolta anche con ingiustificata debolezza, conferisce alla chiesa cattolica un grande primato di originalità e la qualifica quale punto di riferimento fondamentale per il riscatto degli ultimi del mondo.
Nell'enciclica non vi è un deciso ritorno al messaggio originale del Vangelo e alle origini della cristianità, ma alla più suggestiva e meno impegnativa esperienza di S. Francesco sulla quale si tenta di ridisegnare in modo organico una Chiesa che nei secoli è, obiettivamente, andata da un'altra parte, sia pure con qualche significativa eccezione.
D'altronde le vibranti denunce della diseguaglianza quale conseguenza del ruolo delle multinazionali, della finanza internazionale, della logica capitalistica del profitto e, in generale, del sistema di produzione capitalistico nella sua fase imperialista e, quindi, anche del riarmo, della guerra e dei suoi innumerevoli orrori, sono sempre state patrimonio di gruppi rivoluzionari ristretti i quali, sia pure supportando dette posizioni con analisi scientifiche che l'Enciclica ben si guarda dal realizzare e non certo per incapacità degli estensori, non hanno mai avuto la capacità di trovare interlocuzioni ampie a livello di classe e sono rimaste per lo più confinate nel minoritarismo se non, addirittura, schernite quali residuali.
Da questo punto di vista l'Enciclica smuove le acque stagnanti della chiesa cattolica e di una sinistra conformista, subalterna, complice o impotente che sia, suscitando per questo entusiasmi innumerevoli e consensi trasversali in ogni strato politico e sociale.
La chiesa cattolica e la cristianità
L'Enciclica si rivolge "all'umanità" che è un tentativo di coinvolgere tutta la cristianità in una prospettiva di unità attraverso il rinnovamento. Da qui le replicate aperture all'ebraismo, alla Chiesa Ortodossa e al protestantesimo.
Conseguentemente non ci si rivolge né all'Islam né alle grandi religioni orientali perché obiettivamente concorrenti, dato che l'obiettivo è proprio quello di riunire la cristianità schierandola su di una prospettiva progressista al fine di definire un rinnovato punto di riferimento cristiano a livello mondiale. La "questione Islam" verrà successivamente.
L'intento è acuto e cala in un momento di profonda crisi: stato e mercato consumano il loro inevitabile fallimento senza che sorga una qualche prospettiva internazionalista; le grandi socialdemocrazie sono complici più o meno dirette e consapevoli dell'imperialismo, così come accadde alle soglie della I guerra mondiale; le grandi organizzazioni sindacali sono paralizzate nella loro subalternità alle politiche imperialistiche dei rispettivi paesi e governi, mentre le componenti rivoluzionarie sono diffuse ma confuse e impotenti, così come per ultimo la vicenda greca ha eloquentemente dimostrato.
La chiesa cattolica si appresta quindi a ridisegnare il suo ruolo guida del mondo riproponendo l'antico e inossidabile dogma buono per tutte le stagioni dell'umanità: la realtà come problema, la chiesa cattolica (in questo caso potremmo anche dire "la cristianità"), come soluzione.
La dimensione aspra della crisi e il mutamento dei contesti esterni e interni offrono quindi alla chiesa cattolica la possibilità di porsi come il principale portavoce dei miseri del mondo assetati di riscatto, e l'autorevolezza della fonte dissimula una certa discorsiva superficialità nell'attribuire le responsabilità dei drammi che nel mondo travolgono le classi sociali meno abbienti causando miseria, guerre, morte e perdita di speranza in un futuro migliore.
I miseri del mondo
Questa consapevolezza traspare chiaramente nell'Enciclica e si basa principalmente sul cattolicesimo continentale latinoamericano, profondamente condizionato da quel cristianesimo sociale che ha avuto il suo apice nella "Teologia della Liberazione" e in innumerevoli e radicate esperienze pastorali di base che, nei decenni passati, hanno coinvolto profondamente la Chiesa Cattolica in numerosi paesi quali, ad esempio, il Brasile, il Nicaragua, l'Argentina, il Salvador. Oggi, infatti, la beatificazione di Padre Oscar Romero, assassinato in Salvador il 24 marzo del 1980 dai militari, si configura come un atto dovuto quale tentativo di rimuovere la pervicace volontà di ostacolare la sua intera esperienza pastorale nei confronti dei poveri , contro i latifondisti e contro la sanguinosa repressione dagli squadroni della morte sostenuti dal governo del Salvador e dalla CIA, repressione assecondata anche da interi settori delle alte gerarchie cattoliche continentali e dalla sostanziale indifferenza riscossa da Romero sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo II.
Ciò avviene in una situazione nella quale la "teologia della liberazione" pare aver esaurito la sua spinta propulsiva nei confronti dei credenti latinoamericani e dei miseri del mondo, e le gerarchie cattoliche progressiste si apprestano a raccogliere e a interpretare quello che ne resta. Certo la dimensione di denuncia propria dell'Enciclica è destinata a suscitare giustificate speranze da parte dei miseri del mondo unitamente a una generalizzata volontà di riscossa, che però non è quanto l'Enciclica si propone.
Tra vaghezza, concertazione e concorrenza
Alla fine, infatti, dopo pagine e pagine dove si elencano opportunamente le ingiustizie del mondo, le responsabilità di queste sono attribuite a fenomeni e a entità che da una iniziale chiarezza identificativa divengono via via sfuggenti, e le chiare definizioni di partenza (prese a prestito dalla "teologia della liberazione") sono edulcorate da altre estremamente generiche, che si susseguono senza un ordine apparente che però assume il sopravvento.
Ci si riferisce alle responsabilità dei poteri economici collegati alla finanza, al principio della massimizzazione del profitto, agli ambigui interessi economici locali e nazionali, alla concorrenza, alle multinazionali e al consumismo, quali concessioni all'innegabile realtà dei fatti determinati: ma poi si passa a riferimenti capaci di essere digeriti dai più, quali l'individualismo, il potere umano, il mercato senza regole, il progresso indefinito; ci si riferisce "ad alcuni" e "a interessi particolari" , fino a coniare concetti francamente criptici quali "l'antropocentrismo moderno" e "il paradigma tecnico economico" per evitare di citare le parole "capitalismo e imperialismo" in un obiettivo riferimento ai rispettivi fenomeni storici. Questa ricercata vaghezza prende quindi il sopravvento sui più reali e concreti concetti di partenza, rendendo così l'Enciclica adattabile ai più ampi caratteri. Quale prova della estrema eterogeneità e vaghezza dei riferimenti interni alla chiesa cattolica (è francamente arduo collegare alcuni contenuti della conferenza generale dell'Episcopato Latino Americano e dei Caraibi del 2007 - parag. 38, pag. 55 nota n. 26 - con le esternazioni, ad esempio, di Giovanni Paolo II - par. 5, pag. 29, nota. N. 4 - ), si giunge a proporre un cambiamento degli stili di vita (par. 206, pag. 181), che rimanda all'austerità di Berlingueriana memoria ("Sulla politica di austerità e di rigore" - E. Berlinguer: discorso al Convegno degli intellettuali - 1977) in una smunta prospettiva di concertazione che auspica una non ben definita "Autorità Mondiale" al fine di " prevenire i problemi più gravi che finiscono per colpire tutti". (Par. 175, pag. 158 - 159, nota, 129), oramai del tutto superata dalle medesime dinamiche capitalistiche e sociali, come sono andate configurandosi anche in Europa dal 1970 in poi.
D'altronde l'acutizzarsi dello scontro imperialistico con la comparsa di nuove potenze nel mercato mondiale, il progressivo affermarsi del neoliberismo e la ineguale distribuzione della ricchezza sociale prodotta, il dilagare delle guerre, della fame e del sottosviluppo quali conseguenze di uno sviluppo diseguale, le devastazioni ambientali, l'interminabile ondata di privatizzazioni, il generalizzato attacco al salario, al lavoro e alle condizioni di vita delle classi subalterne, la distruzione dello stato sociale e il crescente violento attacco al medesimo concetto di sindacato, la liquidazione delle tutele con la progressiva paralisi nella cornice di un incremento dell'aumento "della miseria delle masse" anche nei paesi a capitalismo maturo, tutto ciò costituisce una prova pratica e teorica insieme della liquidazione di ogni ipotesi concertativa. L'Enciclica chiude con il VI capitolo dal profilo necessariamente educazionista, volto al cambiamento degli stili di vita tramite l'educazione. La Chiesa si impegna quindi in una intensa campagna per "educare all'alleanza tra l'umanità e l'ambiente" (Cap. II, pag. 183 - 192) che si risolve in una diluizione delle valutazioni di partenza.
Tralasciamo i tradizionali e patetici riferimenti alla difesa della vita fin dal suo concepimento e la sottovalutazione del fenomeno immigrazione, evidentemente dato per scontato nella colorita carrellata degli orrori contemporanei, ciò che crediamo sia indicativo è l'assenza di una circostanziata individuazione del pericolo di una futura guerra imperialistica diretta e non frammentata in conflitti di area che, pure, non vengono considerati nella loro specifica gravità anch'essi, evidentemente, compresi nell'articolato elenco degli orrori del mondo.
Il finale dell'Enciclica è vacuo e fragile e l'alternativa difetta a dispetto dell'inizio, la cui veemenza crea aspettative che vengono poi disattese in una sorta di volontarismo delegato al potere costituito della chiesa e della sua capacità di interlocuzione con le potenze dominanti, che non si capisce perché dovrebbero perseguire interessi diversi da quelli imperialistici, visto che i rapporti di forza tirano favorevolmente in quella direzione.
L'Enciclica "Laudato si' " rimane, nel migliore dei casi, un elenco di buone intenzioni, inevitabilmente destinato, al massimo, a riqualificare in senso sociale il ruolo politico della Chiesa Cattolica Apostolica Romana altrimenti declinante la quale, con il suo rinnovato protagonismo, tende evidentemente a sottrarre il mestiere "alla sinistra", nelle sue configurazioni storiche riformiste e anche radicali, sia ai movimenti sociali che ai cartelli elettorali con intenti progressisti (Syriza in Grecia e Podemos in Spagna).
Conclusioni
Numerose compagne e numerosi compagni, evidentemente delusi da una sinistra disfatta, subalterna e impotente hanno salutato l'Enciclica con un crescente entusiasmo frutto della comprensibile frustrazione delle istanze di riscossa, replicando così un avariato atteggiamento maturato all'interno della tradizione socialista e comunista nazionale secondo la quale, per conferire credibilità alle proposte, queste devono essere proferite da fonti autorevoli: anche Togliatti parlava di rivoluzione e di socialismo, ma non era la medesima rivoluzione e il medesimo socialismo di molti di coloro che lo avevano qualificato con il sacrificio della propria libertà e in molti casi con il proprio sangue, combattendo il fascismo e lo stalinismo.
Rispetto all'Enciclica, quindi, non siamo di fronte a una differenza di linguaggio ma a una reale differenza di finalità che intendiamo sottolineare, perché l'abolizione dello "sfruttamento dell'uomo sull'uomo" implica l'inevitabile superamento della società divisa in classi e quindi del sistema di produzione capitalistico e degli orrori che da questo derivano: ma questa non è la finalità dell'Enciclica "Laudato si'" né della chiesa cattolica, né di Papa Francesco, ma è la nostra prospettiva comunista libertaria e internazionalista.
L'Enciclica è un dato di fatto che non deve essere sottovalutato o peggio ancora "snobbato" perché, oltre ogni sopravvalutazione, è comunque destinato a agitare le acque e a realizzare interlocuzioni con strati sociali anche profondi e difficilmente accessibili non solo al minoritarismo rivoluzionario ma anche alla più diffusa azione di massa, e se da questo punto di vista la regia attiva è della chiesa cattolica questo segna, piuttosto, la crisi della teoria e della prassi rivoluzionaria. E' su questa considerazione critica che gli anarchici dovranno riflettere, per uscire dai loro angusti ed isolati contesti e per tornare a confrontarsi, finalmente, con il movimento reale al fine di abolire "lo stato di cose presente".

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