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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #20-25 - Tra le sbarre di Marassi - Repressione e violenza strutturale dello stato (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 18 Aug 2025 08:57:48 +0300
Il caso di un giovane detenuto di 18 anni torturato per due giorni (tra
l'1 e il 3 giugno) nel carcere di Marassi solleva questioni cruciali
sulla natura delle istituzioni penitenziarie e sui meccanismi di potere
che le sorreggono. Dal punto di vista anarchico, questa vicenda
rappresenta l'ennesimo esempio emblematico delle profonde contraddizioni
e delle ingiustizie insite in un sistema che si fonda sulla repressione,
sulla soppressione della libertà, sulla normalizzazione della violenza
statale e sulla cultura di sopraffazione al suo interno. ---- La
Liguria, con le sue strutture di potere carcerarie, si piazza settima
nella lista vergognosa della classifica delle carceri in Italia per
sovraffollamento e numeri di suicidi. Il carcere di Marassi, con circa
700 detenuti su 500 "posti" disponibili, ha circa il 134% di
sovraffollamento e pare che fossero in quattro in quella maledetta cella
con il giovane abusato che era già stato spostato di cella diverse volte
per "problemi relazionali". Cinque è una bella folla di persone che lo
Stato fascista di turno riesce a ficcare dentro una piccola stanza
fatiscente e vecchia del carcere di Marassi, una struttura del 1800. E
pare che siano stati proprio i quattro aggressori a chiamare le guardie,
preoccupati per lo stato di salute del ragazzo che avevano violentato
per due giorni. I secondini non hanno visto né sentito nulla per due
giorni? Chissà... Ma il carcere di Marassi non è nuovo alle violenza tra
detenuti: nel 2021 Emanuele Polizzi fu trovato morto con segni sul corpo
che non erano imputabili al suicidio e due compagni di cella furono
indagati.
Ma del resto se l'intero sistema carcerario si basa su manganelli,
pistole, paure, soprusi, sbarre, segregazioni, punizioni, ingiustizie,
ostilità e competizione... cosa ci si aspetta? Eppure, nonostante
questo, le proteste dentro al carcere di Marassi esplose il 4 giugno per
supporto al giovane violentato indicano ancora che l'empatia, il mutuo
aiuto e la resistenza vivono dentro l'animo delle persone, anche quelle
condannate a vivere da dentro la violenza, le ingiustizie e gli abusi
degli Stati.
Queste proteste sono davvero importanti perché poi il "solo" costo
sostenuto dagli Stati per i soprusi attuati è quello di essere
"condannati" da una di quelle istituzioni che fa da parvenza
simil-democratica a questo sistema dispotico in cui viviamo, la Corte
europea dei diritti dell'uomo. Questa, infatti, ha condannato ripetute
volte l'Italia per il trattamento dei detenuti nelle carceri,
evidenziando violazioni dell'articolo 3 della Convenzione europea dei
diritti dell'uomo, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o
degradanti, rilevando condizioni di sovraffollamento e di mancanza di
cure adeguate per i detenuti, soprattutto quelli con problemi
psichiatrici. Certo, nelle carceri si consumano stragi di Stato: tante
le persone suicidate, 91 nel 2024 e 33 fino a maggio 2025. Nel periodo
2021-2024 - si legge nel dossier del Garante nazionale delle persone
private della libertà (Gnpl) - in carcere si sono verificati 294 suicidi
con una media di circa 73,5 suicidi all'anno. In carcere, del resto, il
tasso di suicidi è di ben 25 volte più alto rispetto al resto della
popolazione "libera".
Per l'ideologia anarchica, il carcere non è mai stato una soluzione
efficace o giusta ai problemi sociali, bensì un meccanismo di
oppressione che serve a mantenere lo status quo di potere delle classi
dominanti. La detenzione di individui, spesso per reati che evidenziano
disuguaglianze sociali e oppressioni strutturali, si traduce in un
sistema che criminalizza la povertà, l'emarginazione e le diversità.
Nel caso di Marassi, il fatto che un giovane di 18 anni venga seviziato
e torturato senza che agenti o altri detenuti abbiano apparentemente
nulla da fare o da dire, evidenzia come il sistema penitenziario sia
incapace e/o disinteressato nel garantire la sicurezza e i diritti
fondamentali dei detenuti. La mancata osservazione o, peggio, la
complicità implicita di figure di autorità, suggeriscono che la violenza
sia parte integrante di questa istituzione, alimentata e protetta da
strutture di potere che si autogiustificano attraverso norme e pratiche
oppressive.
L'indagine della procura di Genova mette in luce come le omissioni degli
agenti e dei vertici della polizia penitenziaria possano essere
considerate non solo un caso di negligenza, ma anche una manifestazione
di una cultura dell'impunità radicata nelle istituzioni statali. Questa
cultura si basa sulla concezione che le autorità siano sopra le leggi e
che possano agire senza conseguenze, soprattutto quando si tratta di
mantenere l'ordine e il controllo.
L'apparente innocenza di fronte alle violenze in cella rivela come il
sistema penitenziario sia strutturato per preservare i propri interessi,
spesso a discapito della vita e della dignità dei detenuti. La tutela
dei diritti umani diventa un'eccezione piuttosto che la regola, e la
responsabilità viene spesso nascosta dietro un velo di silenzio e omertà
istituzionale.
Dal punto di vista anarchico, la violenza in carcere non è un'eccezione,
bensì una componente intrinseca delle pratiche di repressione statale.
Le torture, i pestaggi, le vessazioni sono strumenti di disciplina che
rafforzano la gerarchia e la sudditanza tra detenuti, ma anche tra
detenuti e agenti. La violenza diventa così un mezzo di controllo e di
mantenimento del potere, giustificato dalla logica della "legge" e
"dell'ordine pubblico". Il caso di Marassi conferma questa tesi: un
ragazzo di 18 anni, vulnerabile e incapace di difendersi, viene
brutalmente seviziato senza che nessuno intervenga. Questo episodio
mostra come le istituzioni si assumano il ruolo di agenti di
oppressione, alimentando un ciclo di violenza che si perpetua senza
sosta. La responsabilità non si limita alle singole figure di agenti o
vertici, ma si estende all'intero sistema repressivo e alle sue logiche.
La presenza di omissioni e di collusione tra le varie componenti del
sistema penitenziario rivela come questa struttura sia un prodotto di un
ordine sociale fondato sulla rivalità, sul controllo e sulla dominazione.
Il caso di Marassi è un esempio di come le istituzioni, anziché tutelare
i diritti umani, contribuiscano a perpetuare un ciclo di violenza e
oppressione. La risposta a questa situazione non può essere affidata
alle autorità o a riforme parziali, ma richiede uno smantellamento
radicale di tutte le strutture di potere che sostengono il sistema
penitenziario. Non ci limitiamo a denunciare le ingiustizie, la nostra
proposta è quella di un rinnovamento radicale delle modalità di gestione
della società e delle relazioni sociali. La lotta per l'abolizione del
carcere, e più in generale per la fine della repressione statale, si
basa sulla convinzione che la libertà individuale e collettiva possa
essere raggiunta solo attraverso l'autogestione, l'uguaglianza e la
solidarietà. In questa prospettiva, le pratiche di sorveglianza e
controllo devono essere sostituite da forme di organizzazione sociale
basate sulla mutualità, sul rispetto reciproco e sulla solidarietà,
eliminando le strutture di potere che alimentano la violenza e
l'oppressione.
Il caso di Marassi rappresenta un monito contro la normalizzazione della
violenza e contro le logiche di oppressione che caratterizzano il
sistema penitenziario. È fondamentale denunciare queste ingiustizie,
promuovere l'autonomia e l'autogestione delle comunità e lavorare per
creare un mondo senza catene né barriere, dove la libertà e la dignità
siano diritti di tutti, non privilegi di pochi. Solo attraverso una
critica radicale delle istituzioni e un impegno collettivo per il
cambiamento sociale possiamo sperare di costruire una società più
giusta, libera e solidale.
Sia chiaro, qui non si tratta di chiedere l'abolizione del diritto
penale, e neanche di quello amministrativo che mette i migranti in
carcere e ha pesantemente represso molti movimenti importanti, come il
NoMuos. Qui non si parla di riforme o referendum. Noi scriviamo per
portare le persone ad una coscienza critica di sé stesse, del loro
ambiente, e dei sistemi di potere che ci circondano; noi scriviamo col
dolore e la rabbia di chi ha deciso di guardare dritto l'oppressione
negli occhi, noi scriviamo per condividere discussioni e azioni
alternative alle autorità in tutte le sue forme. Noi scriviamo per
portare le persone a farsi domande e diventare scettiche verso tutte le
autorità, anche quelle che possono sembrare benevole. Non saranno le
riforme dentro gli Stati a ridurre le oppressioni che viviamo tutti i
giorni sui nostri corpi e sulle nostre vite. Sarà il risveglio delle
coscienze di chi ad un certo punto anche improvvisamente deciderà di
dire basta, di non cedere più la propria responsabilità e la propria
vita al partito politico di turno. Quando questi BASTA diventeranno non
solo un grido, ma un sentimento chiaro e condiviso da migliaia, queste
poi diventeranno milioni e mentre gli Stati proveranno in tutti i modi a
usare le ultime armi di repressione di massa a loro disposizione, il
superamento anche degli Stati avverrà da sé nelle forme che le persone
riterranno più opportune. Sappiamo con certezza storica che più le
restrizioni si fanno dure più la pressione porterà all'implosione del
sistema, ma a questo giro di giostra spereremo in un sistema che non
ripeta sé stesso con altre forme simil-statali e opprimenti.
Gabriele Cammarata
https://umanitanova.org/tra-le-sbarre-di-marassi-repressione-e-violenza-strutturale-dello-stato
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