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(it) Italy, FDCA, Cantiere #36 - Un arcobaleno li seppellirà - Stefania Baschieri (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 14 Aug 2025 09:16:21 +0300
Oltre trenta anni fa l'Italia festeggiava il suo primo Pride. Era il
luglio 1994 ed a Roma una moltitudine di persone proveniente da tutta
Italia scendeva in strada per rivendicare la propria esistenza e i
propri diritti. ---- Oggi, dopo oltre tre decenni, l'organizzazione del
Pride continua a registrare una serie di critiche e attacchi. ----
Questa manifestazione, che si svolge nel mese di giugno e che celebra
l'orgoglio LGBTQIA+ in Italia e nel mondo, viene vista, da parte di
alcuni settori della società, non solo come "una carnevalata" o una
provocazione fine a se stessa, ma anche come qualcosa di sostanzialmente
inutile visto che ormai, nella stragrande maggioranza dei paesi
occidentali esistono leggi di tutela (dai matrimoni ai provvedimenti
contro i crimini d'odio), più efficaci o più blande (come nel caso delle
unioni civili in Italia).
La domanda che spesso si sente fare è la seguente: ha senso fare ancora
oggi il Pride? La risposta non può che basarsi sul fatto che accanto a
chi sostiene i diritti LGBTQIA+ c'è ancora chi dà ampio spazio e
supporto a posizioni omofobe, magari giustificandole con la libertà di
pensiero, chi ritiene che ci siano questioni più urgenti da affrontare,
come se la difesa e l'estensione dei diritti fosse qualcosa di
marginale, e chi infine insulta (più o meno velatamente) sia le marce
dell'orgoglio sia le persone queer alimentando un clima di odio e di
intolleranza che spesso sfocia in atti di vere aggressioni verbali e
fisiche.
Un sentire certamente non nuovo nel nostro paese; ma sicuramente oggi,
con questo clima politico e con le molteplici dichiarazioni da parte dei
vari esponenti di destra (ma non solo) contro le questioni arcobaleno,
si dà conforto e legittimazione ad un sentimento omofobo che
probabilmente era in uno stato di latenza e che ha avuto modo di
emergere proprio con l'avvento del governo Meloni.
Ogni anno dal 2009 il progetto Rainbow Europe analizza la situazione
relativa ai diritti legati alla comunità in 49 paesi europei e
attribuisce un punteggio da 0 a 100 basandosi su criteri divisi in sette
categorie tematiche: uguaglianza e non discriminazione, famiglia,
crimini generati dall'odio, riconoscimento legale del genere, integrità
corporea intersessuale, spazio della società civile e asilo.
In questa graduatoria l'Italia si posiziona al 36° posto in Europa
arretrando di due posizioni rispetto al 2023: una Italia a guida
sovranista e conservatrice che si fa superare persino dall'Ungheria di
Orban.
Del resto perché sorprendersi visto le affermazioni di alcuni
rappresentanti della maggioranza come il deputato di Fratelli d'Italia
Federico Mollicone che "tranquillamente" in una trasmissione ha
affermato che "in Italia le coppie omosessuali non sono legali" o come
il senatore, sempre di Fratelli d'Italia, Lucio Malan, che in un
programma radiofonico ha ricordato che secondo la Bibbia l'omosessualità
è un "abominio". Ma se si allarga lo sguardo al livello europeo
scopriamo che la situazione non è poi tanto
migliore; infatti nel parlamento europeo siede qualche decina di
parlamentari sostenitori del "Manifesto pro-vita e famiglia", un
documento d'intenti il cui testo prevede 6 punti programmatici: la
negazione totale del diritto di aborto; il sostegno alla famiglia
unicamente intesa come "unione tra un uomo e una donna fondata sul
matrimonio"; il contrasto della pratica dell'"utero in affitto" (termine
dispregiativo per indicare la gestazione per altri); l'opposizione alle
"politiche green fondate sull'ambientalismo ideologico anti-umano e
anti-natalista"; il contrasto alla "ipersessualizzazione (?) e
iperdigitalizzazione dei minori"; la lotta contro l'ideologia gender e
l'agenda LGBTQIA+
Non sorprende che la maggior parte dei firmatari sia di Fratelli
d'Italia: infatti il "manifesto pro-vita e famiglia" è perfettamente
coincidente con le politiche in materia di diritti civili, sessuali e
riproduttivi del governo Meloni, la quale più volte ha evocato un
presunto "indottrinamento gender promosso dall'Europa" nelle scuole
italiane.
Oltre a Meloni sono comunque diversi gli esponenti dell'attuale
maggioranza che si sono scagliati con veemenza contro il fantomatico
"indottrinamento gender dei bambini" portato avanti, secondo loro,
attraverso il ddl Zan contro l'omolesbobitransfobia, le bambole unisex,
i film della Disney (sì, non è uno scherzo) e addirittura Peppa Pig il
cartone animato amatissimo da bambine e bambini, considerati tutti
indistintamente come pericolosi veicoli dell'"ideologia gender".
La lista potrebbe andare avanti ancora a lungo, visto che lo spauracchio
dell'"ideologia gender" fa parte a pieno titolo dell'arsenale
propagandistico della destra, dei movimenti ultracattolici e pure delle
gerarchie ecclesiastiche.
Ma come si è formata questa espressione e perché si è diffusa così
tanto? E quali sono i suoi bersagli?
Una teoria, quella del gender, che di fatto non esiste ma che è stata
letteralmente costruita a tavolino dal Vaticano intorno alla metà degli
anni novanta (e portata avanti ancora oggi) con due obiettivi: il primo
è quello di deformare, demonizzare e delegittimare analisi e teorie
elaborate dai movimenti femministi ed lgbt; il secondo obiettivo è
quello di riaffermare la visione essenzialista secondo la quale uomini e
donne sarebbero gruppi naturali e naturalmente complementari con tutto
ciò che segue in termini di inferiorizzazione delle donne e delle
persone lgbt negando quindi i tanti studi di genere che dimostrano
che ciò che appare socialmente come "naturale" è in realtà il prodotto
di rapporti di dominazione naturalizzati.
In realtà le teorie di genere, che sono diverse dalle bufale della
teoria del gender, nascono a cavallo degli anni '70/80 del secolo
scorso, influenzati da pensatori come Michel Foucault e Jaques Derrida,
come un approccio interdisciplinare per analizzare il significato
socio-culturale della sessualità e dell'identità di genere e mettono in
discussione alcune leggi che gli ultraconservatori vorrebbero eterne ed
universali e che invece sono solo il risultato di una certa epoca e di
una certa cultura; in particolare del capitalismo che affonda le sue
radici nel pieno dominio dei corpi per fini produttivi e riproduttivi
con conseguente controllo serrato nei riguardi della sessualità
reprimendo e negando ogni soggettività non conforme al modello prestabilito.
Il femminismo e gli studi di genere sono strettamente legati, poiché
entrambi contestano le strutture di potere che definiscono il ruolo
delle donne e delle minoranze nella società evidenziando come il genere
non sia solo una questione biologica, ma anche una costruzione sociale
che influenza le opportunità e le esperienze delle persone.
Massimo Prearo, ricercatore in Scienza politica dell'Università di
Verona afferma che "quelle che una certa retorica politica racchiude
dentro l'espressione teoria gender sono in realtà tutto un insieme di
lavori, di approcci tra cui gli studi femministi delle e sulle donne, e
dunque anche di teorie, che nella seconda metà del novecento in
particolare, hanno introdotto una riflessione sulle forme di potere che
strutturano la nostra società e che determinano la condizione di
subordinazione delle donne, la disuguaglianza e le violenze di genere e
anche l'oppressione delle minoranze sessuali, in un parola (una
riflessione) sul patriarcato". "La teoria gender esiste in quanto
dispositivo retorico elaborato dal Vaticano e dai movimenti reazionari
per mostrificare i saperi elaborati dal femminismo e da intellettuali
vicini ai movimenti LGBTQIA+ e, soprattutto, gli interventi
antidiscriminatori nelle scuole", afferma Lorenzo Bernini professore
associato di Filosofia politica dell'Università di Verona. "In ultima
istanza - afferma ancora Bernini- per contrastare le conquiste sociali e
politiche dei movimenti femministi e LGBTQIA+. È uno dei collanti
ideologici del populismo di destra, perché permette di individuare un
popolo di mamme e papà bianchi chiamati a difendere i propri figli da
una perversa ideologia che li pervertirebbe".
Questa retorica "anti-gender" assume forme prevalentemente paranoiche e
cospirative: dietro c'è un'idea che vede i poteri economici e
finanziari, l'impero farmaceutico, tutte lobby potenti che
complotterebbero alle spalle dei governi e delle persone "normali" per
imporre il "pensiero unico", la censura e la privazione di risorse che
verrebbero dirottate sugli interessi delle stesse lobby e, quindi, tolte
alle classi popolari.
L'aspetto complottista va di pari passo con quello disinformativo e con
una narrazione ossessiva che racconta di una presunta e onnipotente
"lobby gay" che tramerebbe nell'ombra per scardinare la "famiglia
naturale", negare le differenze biologiche tra uomini e donne, sdoganare
pratiche sessuali estreme, legalizzare la pedofilia e plagiare bambini e
bambine per renderli gay o, peggio ancora, transgender (sic).
La guerra "al gender" insieme alla difesa della "famiglia naturale" e
delle "radici cristiane dell'Europa" costituiscono ormai i cardini
retorici ed ideologici del nuovo manifesto politico della destra europea
(e non solo visto i recenti provvedimenti di Donald Trump tendenti a
negare l'orientamento sessuale e l'identità di genere e ribadendo che
esistono solo due sessi, quello maschile e quello femminile, cancellando
quindi con un tratto di penna tutta la comunità LGBTQIA+), e al contempo
un vero e proprio programma di governo che vuole attaccare e cancellare
tutte quelle questioni legate all'omogenitorialità, all'identità di
genere, all'omolesbotransfobia, e all'affermazione delle persone
transgender, problematiche che non sono state affatto risolte in Italia.
Pertanto, tornando alla domanda iniziale se sia ancora necessario oggi
il Pride la risposta e ancora SÌ. Per rivendicare diritti di libertà che
non vengono ancora riconosciuti, e non c'è nessuna volontà di
riconoscerli; ma, anche qualora ci fosse un avanzamento sul piano del
riconoscimento dei diritti negati, sarebbe comunque importante celebrare
questa giornata perchè porta con sé un importante momento evocativo. Si
celebrano infatti i moti di Stonewall, cioè quella rivolta che nel 1969
cambiò la narrazione e l'azione politica delle persone LGBTQIA+ negli
Stati Uniti e, a cascata anche in gran parte del resto del mondo.
Pertanto, così come celebriamo altre ricorrenze politiche importanti è
giusto ricordare anche questi avvenimenti, e ancor di più, in un momento
storico in cui diritti e assetti democratici sono sotto assedio da parte
delle forze populiste e sovraniste al governo, scendere in piazza oltre
che un diritto è qualcosa di doveroso.
E lo si deve fare con la consapevolezza che la lotta del movimento LGBT
è anche una questione di classe perché le discriminazioni basate
sull'orientamento sessuale si intrecciano spesso con le disuguaglianze
economiche e sociali. Infatti sono proprio le persone LGBTQIA+ che si
trovano ad affrontare maggiori difficoltà nell'accesso al lavoro, alla
casa e ai servizi sanitari, e queste barriere sono ovviamente
amplificate per chi proviene da contesti socio-economici svantaggiati.
Inoltre la precarietà economica può rendere più difficile per queste
persone denunciare discriminazioni o uscire da ambienti ostili,
aumentando quindi la loro vulnerabilità.
La repressione dell'alterità oggi può assumere forme molteplici come ci
raccontano gli esempi tratti dalla cronaca, ma tutte sono correlate con
l'attuale sistema di sfruttamento e con le sue componenti culturali ed
educative contro cui le battaglie LGBTQIA+ si muovono. Ed è attraverso
questa intersezione tra le lotte per i diritti civili e quelle per la
giustizia sociale che le rivendicazioni del movimento LGBT devono
considerarsi un momento importante di crescita della coscienza
collettiva di classe e della consapevolezza che solo con il superamento
di questo modello sociale si potrà costruire una società non più basata
sullo sfruttamento e sull'accumulo di capitale, ma sul benessere e la
libertà.
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