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(it) Italy, Sicilia Libertaria: Cosa ci dice il successo di Food for profit - Andrea Turco (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 2 Jun 2024 08:43:57 +0300


Per fortuna ci sono fenomeni che sono ancora in grado di sorprenderci. Uno tra questi è il successo enorme di Food for profit. Per chi se lo fosse perso o avesse vissuto su Marte in questi mesi, Food for profit è un docufilm - è la definizione più pertinente perché del documentario ha l'etica e del film ha l'estetica - che è incentrato sulla denuncia del sistema degli allevamenti intensivi degli animali e del filo doppio che lega gli allevamenti intensivi, mai dichiarati come tali dall'Unione europea, alla Politica di Agricoltura Comune (PAC), vale a dire la maggiore fonte di finanziamento concessa dall'Ue. Il docufilm è un viaggio in più stati dell'Europa che svela cosa si nasconde dietro l'apparente innocenza dei nostri consumi di cibo: una realtà fatta di sfruttamento di animali e persone e terreni, inquinamento esteso, danni alla biodiversità, uso di antibiotici e OGM.

A metà aprile Food for profit era ancora nella top ten dei film più visti al cinema, a più di due mesi dal lancio, e ha incassato (finora) circa 500mila euro. E a ciò vanno aggiunte le decine e decine di proiezioni gratuite, dove si è avuto sempre il pienone. Alzi la mano chi avrebbe pronosticato solo un quarto di questi numeri a fine febbraio, quando il docufilm è stato lanciato attraverso un'efficace campagna comunicativa. Diciamocelo chiaramente: se sull'ambiente in Italia l'attenzione è ancora troppo poca e i diritti degli animali vengono bistrattati ogni giorno, l'antispecismo è un argomento osteggiato persino da compagne e compagni. Immaginare che un docufilm del genere potesse riuscire ad avere tali attenzioni sarebbe stato un esercizio di fantascienza. Già questo deve farci riflettere. Perché Food for profit ci pone di fronte alla nostra impotenza. Di fronte alle tesi di chi sostiene che le persone sono stanche, sempre più inattive ed egoiste e intontite dai social, si potrà d'ora in poi opporre il fenomeno di massa di un docufilm che riesce a tirarsi fuori dalla nicchia proprio perché sceglie di raccontare in maniera potente e diretta ciò che ci riguarda, tutte e tutti, riuscendo a intercettare la nostra quotidianità fatta di pigri acquisti di carne macellata al supermercato. Lo fa scagliandosi in maniera netta contro le istituzioni europee, scardinando la tesi di una certa sinistra progressista per la quale "soltanto l'Europa può salvarci". Il docufilm, che richiama in certi momenti il miglior Michael Moore (ve lo ricordate?), avanza poi tre richieste dalle quali si palesa il suo carattere di "impegno civile": la costituzione di assemblee cittadine per scegliere dove far confluire i soldi pubblici; una moratoria per fermare la costruzione di nuovi allevamenti intensivi; lo stop ai sussidi pubblici destinati agli allevamenti intensivi.

Food for profit è stato scritto, girato e "interpretato" dalla giornalista Giulia Innocenzi. Nota per aver lavorato in un paio di programmi tv di Michele Santoro, è poi passata a Le Iene e a Report, mantenendo e affinando uno stile giornalistico fatto di aggressiva tenacia, telecamera puntata più sul proprio volto che su quello delle persone intervistate, servizi attenti anche allo stile oltre che al contenuto. In Food for profit Innocenzi eleva le caratteristiche che l'hanno resa famosa all'ennesima potenza. Innanzitutto si concentra sull'accessibilità del tema, dando a un'inchiesta giornalistica lunga 5 anni un piglio cinematografico che alterna alle riprese in soggettiva e alle interviste di contesto le infografiche chiare, i disegni esplicativi e i filmati sgranati che testimoniano, attraverso l'ausilio di telecamere nascoste, le terribili sofferenze imposte agli animali. Il docufilm mantiene ritmo e tensione anche quando fa da sponda al narcisismo della stessa Innocenzi: sempre in primo piano, con l'atteggiamento da giustiziera di chi da sola risolve le cose ed è l'unica a opporsi ai disegni del potere. Nonostante il docufilm sia supportato dalla LAV, la storica associazione animalista, e nonostante la comunicazione dello stesso sia affidata a un giovane di Ultima Generazione, a loro non viene lasciato alcuno spazio nel documentario, con Innocenzi che si limita a fare intervenire queste realtà alle proiezioni collettive (manco a tutte), come a illuminarle di luce riflessa, la sua, incapace di farsi da parte. In un pezzo di critica dal titolo ambizioso "In Food for profit ci sono tutti i modi sbagliati di fare ambientalismo oggi", il giornalista Ferdinando Cotugno lo definisce "un manifesto populista". Rinforzando l'idea per cui in questa italietta logorata dalle polemiche che domani dimenticheremo ciò che conta è il posizionamento. Qui invece a noi interessa il risultato. Food for profit è uno strumento che può consentirci di farci conoscere a chi con noi non parlerebbe mai, di ampliare i ragionamenti anticapitalistici appena intuibili nel docufilm, di assaporare le istanze di chi magari si è spoliticizzato, o politico non lo è mai stato, fornendo noi le connessioni mancanti. Il resto non conta. Non conta che Giulia Innocenzi sia in fondo una figlia di papà che ha studiato alla Luiss, perché anche dai borghesi può venir fuori qualcosa di buono. Non conta che il suo sia un giornalismo a tesi e che anzi, in alcuni tratti, non sia manco tecnicamente giornalismo quanto piuttosto una messa in scena, come quando sottopone ad alcuni eurodeputati fantomatici esperimenti di maiali a sei zampe e che però serve a puntare il dito sulla reale selezione genetica degli animali, facendoci chiedere cosa potrebbe succedere se in futuro si raggiungessero tali punti estremi. Non conta che metta insieme nello stesso calderone grande industria, padroncini e lavoratori (ai quali comunque dedica a mio avviso la parte più riuscita del docu-film), mancando di distinguere le diverse responsabilità. I suoi punti deboli non devono distrarre. Food for profit va considerato come un punto di partenza, uno strumento di intrattenimento sul quale modellare percorsi di attivismo e di militanza. Ha arato il terreno, ora tocca a noi seminare.

Andrea Turco

https://www.sicilialibertaria.it/
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