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(it) Italy, FDCA, Cantiere #25 - Gaza: impedire la catastrofe (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sat, 18 May 2024 08:51:24 +0300


Siamo ad Al Arish, in pieno Sinai egiziano, all'hub della Mezzaluna Rossa. Qui sono stipati, ancora impacchettati, i beni di prima necessità respinti dai controlli israeliani. Bombole di ossigeno, generatori, saponi per l'igiene, incubatrici, refrigeratori per le medicine, stampelle, perfino biscotti al cioccolato: tutti considerati una "minaccia" alla sicurezza nazionale d'Israele. Le insegne sono quelle delle principali Ong internazionali e dei governi donatori.
Siamo qui con la carovana solidale organizzata da AOI (l'Associazione delle Ong Italiane), Assopace Palestina e ARCI. Una carovana di una cinquantina di persone composta da società civile, giornalisti e 14 parlamentari. Tutti e 14 sono deputati dell'opposizione: l'appello a partecipare rivolto a quelli della maggioranza è caduto nel vuoto.
Avvicinarsi a Rafah significa farsi strada tra colonne di tir di aiuti umanitari bloccati da settimane. Quando scendiamo, gli autisti ci circondano disperati. Sono fermi sotto il sole del deserto senza bagni o assistenza. Trasportano tende, sacchi di farina, cibo in scatola, riso, coperte, casse d'acqua. Tutto ribolle per il caldo ma non ricevono l'ordine di muoversi. Nella rappresaglia collettiva scatenata da Israele dal 7 ottobre contro tutta la popolazione di Gaza, ci sono le bombe che stanno incenerendo la Striscia ma anche la fame e la sete a cui il governo Netanyahu ha deciso di condannare i civili.
Al valico di Rafah, sotto il sole ed una cappa di calore, ci viene incontro Scott Anderson, direttore Urnwa di Gaza. Viene dall'inferno e prova a descrivercelo. Sono ormai decine i bambini morti per denutrizione e disidratazione. Si beve acqua delle fogne o quella salata del mare. Le malattie gastrointestinali si stanno decuplicando e colpiscono in particolare bambine e bambini. Con l'avvicinarsi dell'estate si teme una ecatombe umana di colera. L'acqua per il consumo umano è un miraggio, pensiamo poi quella per lavarsi. Tutti gli operatori sanitari ci dicono che i bambini continuano a grattarsi, sono mesi che non si fanno una doccia. Niente ovviamente rispetto alla totale assenza di anestetici (questi sistematicamente bloccati dagli israeliani perché considerati "dual use"). In 12 su 52 ospedali sopravvissuti alla distruzione sistematica dei bombardamenti, si opera per terra e si amputano arti senza anestesia.
Qui a Rafah, alle porte dell'inferno, l'escursione termica è forte e al caldo asfissiante del giorno si sostituisce il freddo pungente della notte. Le persone stanno sotto rifugi di fortuna, ammassati come sardine. Rafah prima del 7 ottobre aveva 280 mila abitanti ora, in un lembo di terra sempre più compresso, "ospita" 1 milione e 400mila esseri umani. C'è un bagno chimico ogni 600 persone (gli standard dell'Oms ne prevedrebbero uno ogni venti), i pochi camion che passano rischiano di essere assaltati dalla gente affamata. Ormai si mangia ogni tre giorni e si sta consumando anche il cibo per animali.
L'Unrwa è nel mirino degli israeliani: è la spina dorsale della sopravvivenza dei palestinesi non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania e nei campi profughi in Siria, Libano e Giordania. L'accusa di Tel Aviv: una dozzina di dipendenti su oltre 13mila che, a vario titolo, avrebbero partecipato alle azioni del 7 ottobre. Di prove nessuna traccia. L'Unrwa li ha licenziati e aperto un'inchiesta. Ad Israele non basta. L'obiettivo dichiarato è quello di estirparla da tutti i territori occupati. Che i palestinesi si arrangino, crepino di fame e rimangano senza istruzione, così almeno capiranno che se ne devono andare via, lasciare la loro terra "al popolo degli eletti". E poi quella parola "diritto al ritorno" sancito dalle prime risoluzioni dell'Onu dopo la Nabka del 1948, deve essere cancellata in ogni sua forma. Se non ce la fanno le bombe e i cecchini, possano farcela la fame, la sete, le malattie. Una vera strategia da pulizia etnica. Come nel genocidio dei popoli nativi delle Americhe. La solita mistura di suprematismo bianco e di colonialismo.
Il blocco dei finanziamenti all'Unrwa da parte di Usa, Giappone, Germania ed Italia è una vergogna senza limiti. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha ribadito alla Camera: "L'Italia non revocherà il blocco dei fondi all'Unrwa fino a quando non sarà chiarito dove finiscono questi fondi". Ora che questi fondi finiscano in cibo, medicine, acqua potabile indispensabili per impedire la catastrofe umanitaria a Gaza e che l'Unrwa sia l'unica agenzia dell'Onu in grado di distribuirli capillarmente, lo sa benissimo anche il governo italiano. Paesi della Nato come Svezia e Canada, che pure avevano aderito al blocco dei fondi, hanno revocato questa misura oggettivamente irrazionale e vergognosamente punitiva verso i palestinesi.

Si accusa l'Unrwa di complicità tutta da provare, mentre sulle prove certe della violazione del diritto umanitario internazionale (ospedali, scuole, sedi di agenzie umanitarie incenerite per non parlare di giornalisti e ambulanze divenuti target abituali dei cecchini dell'Idf) e al contempo sulle prescrizioni della Corte internazionale di Giustizia in merito alla potenziale violazione della Convenzione contro il Genocidio da parte d'Israele, l'Italia non ha avanzato neanche una blanda proposta di sanzione contro Tel Aviv. Due pesi e due misure.
Noi Carovana solidale siamo venuti a Rafah perché non possiamo voltarci dall'altra parte. Occorre agire. La raccolta fondi "Emergenza Gaza" di Aoi e quella "Acqua per Gaza" di Un Ponte Per sono solo una goccia in un mare di disperazione, ma sono anche il segno dell'esistenza di un'Italia solidale. Occorre aumentare la pressione sul governo italiano e su quelli della Ue affinché si spendano sul serio per il cessate il fuoco immediato, sanzionino Israele, blocchino il commercio delle armi, impongano l'apertura di tutti i valichi affinchè gli aiuti arrivino subito alla popolazione. Occorre fare presto prima che avvenga l'irreparabile.

*Co-presidente di Un Ponte Per
Per sostenere le campagne di solidarietà:
https://www.unponteper.it/it/acqua-per-gaza/
https://www.ong.it/emergenzagaza/

https://alternativalibertaria.fdca.it/
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