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(it) Italy, FAS Sicilia Libertaria: PER IL DIBATTITO: SULL'IDENTITA' (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 13 May 2024 07:19:22 +0300


"Identità" è oggi un concetto abusato: in un mondo in continua trasformazione, suonerebbe come obsoleto se non fosse riproposto come un mito legato al senso di sicurezza, di appartenenza e stabilità. Stupisce la rivendicazione di identità che non è propria soltanto di chi si appella a nazionalismi di vecchia o nuova concezione, ma anche di chi esprime la consapevolezza di scelte minoritarie ostacolando così riflessioni che vorrebbero spostare la sostanza del dibattito su un "oltre l'identità", alla ricerca di ampi respiri di dialogo.
In antropologia da decenni si confrontano differenti interpretazioni e implicazioni soprattutto nel fulcro evidenziato dal suo antitetico: quello di "alterità", nel senso che per valutare i livelli di chiusura o apertura di una società, o di un gruppo, alle inevitabili mutazioni è necessario analizzare il rapporto con ciò che viene definito "altro da sé", "altro da noi", e con la capacità di crescere nella reciprocità. L'identità definisce una contrapposizione: c'è un io, o un noi, che si fortifica contro il voi, generando un'avversione che può produrre reazioni violente.

Già Hannah Arendt si riferiva alla "magica condizione della pluralità" ostacolando il presupposto, in auge al suo tempo, che idealizzava in un gruppo umano la spinta all'omogeneità, in modo che si potesse salvaguardare dalle contaminazioni. Lei ne carpì il rischio perché in ambito sociale e relazionale tutto ciò che appare uniforme, coeso e coerente in realtà lambisce la staticità, un ostacolo alla complessità, un'esigenza continua di purificazione interna che funge da scudo protettivo per tener vivo un fantomatico modello originario: qui la coerenza presuppone una riduzione di molteplicità. Si assiste quindi al paradosso di presunte maggioranze che si sentono minacciate da altre forme culturali; più l'identità viene circoscritta meno vi è dialogo, accettazione e accoglimento. In vari contesti il pretesto ipocrita del senso di difesa e protezione avvia conflitti più o meno violenti, richiamando lo spauracchio del rischio del degrado o della corruzione culturale. Ovviamente lo scopo di ogni conflitto bellico è la conquista del potere e il controllo delle risorse, ma quando viene innescato sul pretesto dell'etnicità quest'ultima diventa un mezzo efficace di contrapposizioni irrisolvibili. Va da sé che si instauri un atto di separazione da chi ne verrà escluso e di assimilazione alla cerchia selezionata da omologare; questo avviene su gradi diversi di limitazione all'alterità, fino ai casi estremi in cui se ne pianifica l'eliminazione.

Analizzare la questione in questo modo però mantiene tale riflessione su un piano che potrebbe apparire teorico, nel senso che in realtà le contaminazioni sono sempre esistite e, a parte i tragici esempi dei genocidi, le culture non possono mantenere alcuna decantata purezza in quanto gli scambi sono imprescindibili mentre le alterità, anche se negate, riaffacceranno in varie circostanze. Storicamente l'interazione interno/esterno ha dato origine a fenomeni culturali meticci e complessi, eppure il martellante riferimento all'orgoglio identitario non esce di scena portando con sé ambiguità e falsità. Antropologi, sociologi, storici e politologi (M. Augé, J. F. Bayart, R. Benedict, P. Berger, U. Fabietti, E. Goffman, E. Hobsbawn, F. Jullien, C. Lèvi-Strauss, A. Marazzi, M. Mead, F. Remotti) ne hanno analizzato le ripercussioni. Che significa ambiguità? Perché si parla di finzione? Spostando la visuale sulle individualità, esse si possono soltanto parzialmente identificare in una descrizione che le unisca ad altre (essere nati nello stesso luogo, parlare una lingua, svolgere una professione, praticare un'attività, compiere scelte esistenziali ecc.) mentre, per altri aspetti, potranno percepire un'assonanza con altre del tutto diverse: quando ci si definisce attraverso l'esperienza vissuta, ad eccezione del luogo dove si nasce, bisognerebbe dare per scontato che l'esperire è sempre soggetto a novità. Ma chi fa dell'identità una bandiera non tiene in considerazione tale pluralità e tende a chiudersi in una definizione, tale da delimitare "l'essere" e creare confini di relazione. E qui già emerge una prima maschera: mostrando un aspetto, ne nasconde altri; affermando una presunta verità, crea finzione e viceversa perché sulla scacchiera le pedine si muovono svelando paradossi e modificando contesti. Escludere che questo avvenga è cercare di proteggersi attraverso l'illusione di un'immagine unitaria, collettiva e permanente, aderendo a un modello in realtà inesistente perché non tiene conto del sincretismo: ad eccezione delle società arcaiche, quantomeno finché siano vissute in isolamento, non esistono culture pure.

E da qui l'arbitrarietà: si finge quando si plasma, si modella, ci si riferisce al come se. Il singolare non può estraniarsi dal plurale e la pluralità è composta da singolarità: il noi implica fluidità. Il concetto di identità non è soltanto un espediente finalizzato alla salvaguardia della stabilità di un sistema sociale: è un'operazione ideologica tesa a sancire un distacco, alimentato dall'orgoglio, per affermare sovranità e superiorità. Non a caso i regimi totalitari, oltre al potere politico, impongono modelli culturali affinché venga introiettato quel senso di appartenenza identitaria che sancisca la superiorità del noi.

La richiesta di un riconoscimento identitario dà per scontata una sostanza che si presume compatta e inalterabile, ma quando l'esigenza di riconoscimento corrisponde alla rivendicazione di diritti, e quindi non si ammanta di miti, ha bisogno di una lotta che di per sé non dovrebbe essere escludente. Non sempre è così, le ambiguità possono emergere. Non si tratta di giochi di parole ma di porre la riflessione dei rapporti fra io/noi e voi, sulla qualità delle interrelazioni tanto che il tema dell'identitarismo ha tratti comuni con quello del razzismo, anche se il secondo riceve meno consensi: la difesa diventa offesa, ci si ghettizza per discriminare chi si vuol tenere ai margini ricorrendo magari a un'ipocrita salvaguardia dell'altrui diversità.

Si tratta quindi di distinguere fra istanze e riferimenti, fra progetti e raffigurazioni, fra l'intolleranza insita nel senso d'identità e la ricchezza del confronto.

Nel dibattito in corso c'è anche chi sminuisce asserendo che l'identità è ciò che è, (e qui bisognerebbe rispondere: "o ciò che si presume"?) e chi ne individua i limiti nel crescente impoverimento culturale, dettato dalla mercificazione e incentivato dall'utilizzo del digitale, ma il ribaltamento fra causa ed effetto conduce a una stasi: specchi monotoni, sentimenti indotti di contrasto.

Inoltre vi è chi ne sostiene il valore positivo associandolo al timore che tradizioni e tratti peculiari di una cultura, fondati sulla storia collettiva, cadano nell'oblio: è un falso problema in quanto dipende sempre da come si instaura, e se si instaura, il rapporto con l'alterità. Probabilmente si potrebbe superare questo richiamo incessante alla logica identitaria, e alle sue ambivalenze, riconoscendo nell'alterità non l'elemento che toglie o aggiunge caratteristiche a ciò che viene definito originario, ma la novità sulla quale basare la futura convivenza senza privazioni o rinunce. Dove vincono la complessità e il dialogo ogni istanza particolare, purché non si fossilizzi su esasperanti e ipocriti arroccamenti, acquisirà spazio e valore: la storia dimostra che più i modelli culturali sono ontologicamente ristretti prima sono destinati a estinguersi perché soltanto su un mosaico di elaborazioni vi può essere emancipazione. L'interculturalismo ha senso se non si accanisce su fattori di prevalenza e di potere, altrimenti è una parola vuota.

Alterità è un concetto culturale, ma è curioso che abbia una trasposizione nel linguaggio medico e giuridico in contrapposizione alla normalità, o legalità, di comportamento: l'altro da sé diventa fuori di sé/fuori legge. L'alterità, in questa accezione, indica le forme di follia/reato che una cultura, e il suo sistema legislativo, esclude da ciò che considera affine alla norma; ma quest'ultimo concetto, essendo a sua volta costruito su criteri di pregiudizio culturale, è soggetto a modifiche che possono dipendere anche dal sentire collettivo che si rinnova e va ad influire sui riferimenti simbolici, la comunicazione e, infine, sulle relazioni sociali. Come l'alterità, grazie alle proprie caratteristiche di molteplicità, scardina l'unità identitaria, così la follia sgretola le fondamenta di quella struttura chiamata "salute mentale".

Liberarsi dalla logica identitaria è accettare l'inesorabile precarietà dell'esistenza, è saper vivere la libertà come un rischio, che equivale poi ad assaporare la più difficile e gioiosa delle opportunità.

chiara gazzola

https://www.sicilialibertaria.it/
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