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(it) Italy, FAS Sicilia Libertaria: LEADERISMO E ANARCHIA - Natale Musarra (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 5 May 2024 08:10:17 +0300
Poiché non intendo farmi trascinare in polemiche personali e
potenzialmente dannose, non risponderò direttamente a Davide Turcato
sulla questione "leaderismo e anarchia", da lui sollevata nello scorso
numero del giornale, ma a coloro che pensano di poterla utilizzare per
ingenerare confusione nelle nostre file. ---- Va chiarito prima di tutto
che l'articolo da cui è tratta la critica, benevola per carità, che ha
provocato l'attuale discussione, non aveva lo scopo di recensire il
libro di Turcato o quelli da me ugualmente citati di Nico Berti e di
Antonio Senta - mi occupo raramente di vendite - ma solo quello di
segnalare alcuni punti storiografici meritevoli a mio avviso di
attenzione e di ulteriori approfondimenti.
Il leaderismo, per ammissione dello stesso Turcato (io non vi avrei
insistito), sembra essere tra questi. Innanzitutto sgombriamo il campo
da possibili equivoci: il leaderismo è un'opzione di potere, il leader
di un partito o di un movimento è il capo di quel partito o di quel
movimento: non è autorità morale (come quella del papa) e non è,
genericamente inteso, persona "autorevole" o con tassi più o meno
elevati di ascendenza - e discendenza - personale; ha poco o nulla a che
vedere col numero di pubblicazioni edite, con l'influenza che hanno
esercitato su questo o quel militante, con l'empatia e simili, con la
capacità oratoria ed altre competenze, anche scientifiche o filosofiche
(seppure, alla lunga, ciò può portare a pesanti discriminazioni).
Il leader è guida, delegata o autodelegata, istituita o istituente, in
rappresentanza o per rappresentanza di gruppi sociali e/o politici
(perfino disposti col tempo a trasformarlo in simbolo e a celebrarne il
culto della personalità). È di solito la condizione di chi in quei
gruppi gode o tende a godere, in assenza di correttivi e/o alternative
antiautoritarie, "di maggiore visibilità, prestigio e influenza" di
altri, cioè di una posizione di potere, di preminenza, di autorità
riconosciutagli anche se talvolta in modo "informale e spontaneo".
Alla base del leaderismo si trova il fenomeno ad esso speculare, e per
gli anarchici ancor più inaccettabile, del gregarismo. Difatti, per
definizione, per principio e antonomasia, gli anarchici non hanno capi e
gregari. Mentre nei gruppi mazziniani, repubblicani, socialisti e
comunisti (coi quali di tanto in tanto li si vorrebbe accomunare),
l'esistenza di capi e capetti, gerarchie e disciplina, è riconosciuta e
ricercata - a prefigurare l'organizzazione di future società stataliste
e autoritarie -, nei gruppi anarchici, fin dai tempi di Bakunin (ogni
tanto bisognerebbe rileggersi i "classici" dell'anarchismo dove
l'argomento è ampiamente sviscerato e approfondito), essa è rifiutata e
combattuta. E se elementi di sociabilità, legati alla cultura materiale
e immateriale di un territorio, permangono comuni tra i vari gruppi
della sinistra, essi tuttavia non corrispondono a comportamenti,
aspirazioni, visioni utopiche, scelte di lotta e di vita, che invece
sono tra loro differenti se non addirittura opposti.
È probabile che alcuni anarchici non siano sempre stati coerenti ed
abbiano operato tentativi o abbozzi di leaderismo - la mentalità
autoritaria introiettata fin dalla nascita congiura in tal senso -, ma
ciò costituisce un punto critico da affrontare, anche dal punto di vista
ideologico e dei possibili rimedi, non da generalizzare. Porre la
questione come un dato di fatto comune a tutto il movimento anarchico -
un'oggettivizzazione storiografica - e non come un possibile e
personalizzato elemento di "tensione" ideologica, e farlo per di più
tipicizzando alcune figure come quella di Malatesta, costituisce un
abbaglio o un imbroglio storiografico.
Molti storici che si dilettano di anarchismo usano tuttavia
indifferentemente, specie nei confronti di Malatesta, l'epiteto di "capo
degli anarchici" (senza specificare di quali anarchici, essendo
l'anarchismo organizzatore, di cui è parte quello malatestiano, per
lunghi anni e forse tuttora professato da una minoranza di anarchici) o
di "capo di partito". Il partito a cui si riferiscono è quello sorto a
Capolago nel 1891 e riproposto ciclicamente negli anni seguenti, in
forma strutturata o mediante reti intime e informali. Non tutti questi
storici hanno lo scrupolo di usare una terminologia meno "fastidiosa" o
di usarla per interposta persona, solitamente questurinesca.
Chi descrive Malatesta come un leader (anche quando non adopera tale
parola), formulando pertanto un giudizio che fa a pugni con la sua
qualità di anarchico, dovrebbe perlomeno tentare di spiegare ovvero
risolvere la contraddizione. Personalmente non ritengo che Malatesta
desse la linea al movimento anarchico, che ne "pianificasse" le attività
attraverso la sua fitta rete di contatti e la "realtà di
un'organizzazione opaca" (anche per gli stessi militanti). Lo penso
piuttosto partecipe di un movimento plurale, dove ci si influenza e ci
si condiziona a vicenda, quasi mai in una direzione univoca. Come ha ben
mostrato recentemente Luciano Canfora ne Gli scolari di Marx, quella di
rivedere e ripensare le proprie idee, in ragione del proprio vissuto,
delle sollecitazioni altrui e delle opportunità politiche del momento, è
una eventualità molto più frequente di quanto si immagina tra gli stessi
teorici del comunismo autoritario. Rilevare le "rotture", come fa
Canfora (una rarità nel panorama italiano, un canone fisso nella
storiografia francese dei movimenti sociali), è molto più fertile e
significativo dal punto di vista storico che trincerarsi dietro una
continuità di pensiero che nei pensatori anarchici risulta assai più
problematica.
I parvenus della storiografia nostrana contemporanea pensano che sia
possibile descrivere un fatto, un ambiente, un personaggio storico senza
al contempo interpretarli e di conseguenza esprimere su di loro dei
giudizi di valore. Non considerano che qualsiasi dato, anche quello che
appare il più neutro e insignificante, come la trascrizione di una
lettera o di un documento, è in realtà fortemente condizionato dalle
scelte, dal metodo e dalle simpatie del ricercatore. La retorica della
descrizione storica avalutativa fa perdere di vista, come vorrebbe buona
parte della storiografia liberale e anglosassone, le differenze d'idee
talvolta abissali tra movimenti, partiti, gruppi politici, individui,
tentandone la ricomposizione attraverso una sociabilità comune, delle
emozioni ricorrenti, un comune destino e un identico sentire, cementati
dalle persecuzioni, dall'emigrazione e dell'esilio. Una impostazione
siffatta, omologante, allontana purtroppo dalla riflessione critica e
spassionata, o dalla messa in discussione di questioni centrali per il
nostro movimento, in quanto attinenti al rapporto mezzo/fine e al senso
stesso della sua distinzione ideologica.
Dunque, che Malatesta o chi altri tra gli anarchici sia un leader o un
capo di partito, pare a me oggi un ulteriore stereotipo, strettamente
imparentato con quelli che degli anarchici fanno gente inevitabilmente
confusa, incongruente, avventurista, incoerente con se stessa, poiché
l'autorità e la spinta al comando e alla servitù sarebbero inestirpabili
dalla natura umana. Stereotipi tanto più deleteri in quanto negano
all'anarchismo la sua caratteristica principale di movimento di
liberazione dai ceppi mentali, fisici, psicologici che precipitano le
società umane verso l'autoritarismo, la dittatura e la violenza
indiscriminata.
Bando allora agli stereotipi, ma anche alle letture stereotipate alle
quali ci ha abituato certa storiografia, come quella, a cui viene spesso
accostata la critica di Malatesta e su cui tornerò, di un Kropotkin
esclusivamente positivista, determinista e "comunista" ingenuo.
Natale Musarra
https://www.sicilialibertaria.it/
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