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(it) Italy, FAS Sicilia Libertaria: Dimmi quanta plastica mangi e ti dirò ... che fine farai - Brunella Missorici (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 29 Apr 2024 10:55:17 +0300


Secondo l'ultimo Future Brief sulle nanoplastiche della Commissione Europea per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, in media un adulto inala o ingerisce dalle 39.000 alle 52.000 particelle plastiche all'anno, pari a 5 grammi di plastica alla settimana, l'equivalente di una carta di credito. Le particelle ingerite sono microplastiche, con dimensioni pari o inferiori a 5 millimetri, e nanoplastiche, con dimensioni mille volte più piccole. Le prime derivano dalla degradazione della plastica che compone gli oggetti di cui ci serviamo. Le seconde sono distinte in primarie, se aggiunte intenzionalmente ai prodotti per la cura della persona, ai cosmetici, ai farmaci, ai dispositivi medici, ai pesticidi, e secondarie se formate per frammentazione e/o deterioramento, come quello che avviene ogni volta che laviamo un capo di abbigliamento in fibra sintetica. Secondo uno studio, pubblicato su "Nature" nel 2019, un terzo delle microfibre di plastica che finiscono nel mare e negli oceani ogni anno deriva dai lavaggi in lavatrice, si tratta di 1,5 milioni di microfibre per chilogrammo di tessuto sintetico lavato. In tutto il mondo, la produzione annuale di plastica è cresciuta da meno di 2 milioni di tonnellate nel 1950 agli attuali 400 milioni e si prevede che raddoppierà entro il 2040 e triplicherà entro il 2060. Le microparticelle penetrano nel corpo umano per inalazione, per contatto o per ingestione di alimenti e di bevande. Il rapporto poi elenca gli effetti tossici rilevati in vitro, che vanno dalla genotossicità, allo stress ossidativo ed all'infiammazione, o in vivo su specie marine e roditori, che vanno da danni al microbiota, a problemi al sistema circolatorio, a infiammazioni polmonari fino alla neurotossicità. In conclusione si dice che gli effetti dimostrati in vitro ed in vivo non possono però essere estrapolati all'uomo e, nonostante il rischio potenziale, al momento non si hanno dati certi degli effetti sulla salute dell'uomo.

Questi dati arrivano invece da uno studio, dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli in collaborazione con altri enti di ricerca, pubblicato il 7 marzo 2024 sul "New England Journal of Medicine"; lo studio dimostra per la prima volta la presenza di un mix di inquinanti plastici nelle placche aterosclerotiche che ostruiscono le arterie, impedendo il passaggio del sangue. Sono state trovate quantità misurabili di polietilene (PE) nel 58.4% dei casi e di polivinilcloruro (PVC) nel 12.5%, in questi pazienti il rischio di eventi come infarti, ictus e di mortalità per tutte le cause è risultato fino a 2 volte più alto rispetto a chi all'interno delle placche non aveva micro e nanoplastiche. La presenza di plastica causa anche una infiammazione locale che rende le placche più friabili ed esposte a rottura con creazione di trombi capaci di ostruire i vasi sanguigni di minori dimensioni. Inoltre il prof. Antonio Ceriello dell'IRCSS Multimedica di Milano, altro ente coinvolto nella ricerca, afferma che bisogna tenere conto del fatto che, oltre alle nanoplastiche capaci di penetrare in profondità nei tessuti, altri studi hanno dimostrato la presenza di frammenti di dimensioni maggiori in molti organi umani: particelle fino a 10 micron nella placenta, fino a 15 micron nel latte materno e nelle urine, fino a 30 micron nel fegato, fino a 88 micron nei polmoni.

Ciò che si preferisce non dire è che effetti analoghi sono causati dalle microparticelle derivate dalle nuove plastiche a base biologica (ottenute da vegetali come il mais, che si possono usare per l'alimentazione) e biodegradabili (prodotte da combustibili fossili, risorse in via di esaurimento e dall'elevato impatto ambientale). Queste nuove plastiche hanno tempi di degradazione minori ma comunque sufficienti a rilasciare nell'ambiente micro e nanoparticelle che poi arrivano all'uomo. Quindi la sostituzione delle plastiche non biodegradabili con quelle considerate a minor impatto ambientale non riduce i rischi per la salute dell'uomo ma incrementa un nuovo mercato che prospera su questo equivoco, ennesimo esempio di greenwashing. I grandi marchi come Nestle, Coca-Cola, Unilever, H&M, Ikea, utilizzando per la produzione una parte di plastica riciclata o biodegradabile non fanno altro che alimentare il comodo, per loro che incrementano i profitti e per noi che non cambiamo il nostro stile di vita, 'mito' che si possa combattere il problema creato dai nostri consumi continuando a consumare. Tutto ciò nel momento in cui si stima che l'inquinamento terrestre da microplastiche sia maggiore rispetto a quello marino e che la loro presenza nel sangue dei bambini sia più alta rispetto a quella degli adulti. E mentre un ulteriore pericolo è dovuto alla capacità di queste microparticelle di convogliare sulla loro superficie molecole tossiche, come i metalli pesanti, con un processo detto doping-effect che ne favorisce l'ingresso nelle cellule e ne potenzia gli effetti nocivi a livello cellulare e genetico. Per non parlare poi del rilascio delle sostanze aggiunte alla plastica, come coloranti, indurenti, vetrificanti, additivi i cui effetti dannosi sono in parte già noti, come nel caso del bisfenolo e degli ftalati, e che vanno dalla cancerogenicità all'azione da interferenti endocrini ad essere fattori di rischio per le malattie degenerative.

Queste pericolose particelle sono oggi presenti in tutti i cibi: crostacei come gamberi e molluschi come cozze e vongole, pesci, sale, miele, birra, ortaggi, frutta, carne, acqua specie quella contenuta in bottiglie di plastica; sono inoltre rilasciate dai filtri per il thè in bustina e da quelli dei potabilizzatori dell'acqua. E poi si trovano nell'aria che respiriamo e in molti prodotti, come creme, dentifrici e prodotti per il trucco, dai quali li assorbiamo attraverso la pelle. Cos'altro occorre sapere per cominciare ad eliminare o perlomeno a ridurre la produzione e l'uso di queste sostanze dannose se già oggi non possiamo né bere, né mangiare, né respirare senza essere sicuri di non ingerire plastica?

Brunella Missorici

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