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(it) Italy, UCDI #183 - Il questuante e il dittatore (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 21 Apr 2024 08:30:31 +0300
A due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina è necessario provare a
fare il punto su quanto sta avvenendo anche perché con il passare del
tempo le ragioni degli uni degli altri sembrano oscurarsi e tutto si
confonde e si trasforma nella cronaca di una guerra terribile che finora
ha prodotto - al di là di quanto affermano gli stati maggiori dell'una e
dell'altra parte - più di un milione di morti e devastato non solo il
paese invaso, ma anche quello aggressore e l'intera Europa, sconvolgendo
i rapporti geopolitici tra l'Occidente e la Russia. ---- Nel 2019
l'elezione di Zelensky alla Presidenza della Repubblica sembrava aprire
la strada ad un'era di pace possibile; le sue origini ebraiche
sembravano porlo fuori dalla contesa, tra ortodossi legati al
Patriarcato di Costantinopoli. e ortodossi legati al Patriarcato di
Mosca, come era avvenuto per i Presidenti della Repubblica che lo
avevano preceduto.[1]I negoziati di Minsk si trascinavano, ma sembrava
che la contesa relativa alla Crimea e alle province del Donbass potesse
concludersi sulla base di un negoziato che, modificando in senso
federale la struttura dello Stato ucraino, avrebbe consentito la
desiderata autonomia di alcuni territori e posto fine al conflitto.
In realtà gli
equilibri fra i diversi attori sul campo erano già stati rotti da
ambedue le parti, da un lato con l'invasione della Crimea e
l'insurrezione delle province orientali ucraine e dall'altro con la
Brexit che, ponendo fine alla collaborazione della Russia con l'Europa,
riapriva la competizione tra le diverse forze che operano sul
continente. Come è noto a gettare il dado è stato Putin, il quale ha
progettato e messo in atto una criminale, folle e impreparata
aggressione nei confronti dell'Ucraina, pensando ad una operazione
speciale, credendo di potersi comportare come la NATO nella ex
Jugoslavia, e non rendendosi conto che ben altre forze erano entrate in
campo e che il progetto di ristrutturazione
dell'ordine mondiale era già in corso da tempo.
Nostalgie imperiali
Incapaci di pensare ad un futuro di pace e di cooperazione tutti gli
attori in campo pensavano al passato, sognando di ripristinare gli
imperi: Putin di ricostruire la Russia imperiale o almeno quella
sovietica, forte del sostegno del Patriarca Kyrill, nuovo ideologo del
rinato impero; il Patriarcato di Costantinopoli di diventare
l'interlocutore del nuovo impero d'occidente con capitale di Bruxelles,
in rappresentanza dell'ecumene ortodossa, rinfoltendo con l'ingresso
degli ucraini sotto la sua giurisdizione, il numero e la consistenza
dell'ortodossia d'occidente; gli Stati uniti per rinsaldare la loro
traballante leadership: la Gran Bretagna di ritrovare l'impero, riunendo
le membra sparse delle ex colonie britanniche, per dar vita a un
Commonwealth rivisitato, come condizione per puntellare una sua
possibile dissoluzione e nella speranza di egemonizzare la partnership
nord Atlantica, guidando un'aggregazione anglosassone. Il progetto
trovava consensi nelle anche nelle aspirazioni della Turchia di
ricostruire il suo impero, mentre l'Europa sembrava ancora preda del suo
sogno di costruzione degli Stati Uniti d'Europa.
La distruzione della lunga colonna di carri armati russi che si dirigeva
verso Kiev, nell'illusione di farla cadere e veniva bloccata e costretta
a ritirarsi dai droni ucraini, era stata di fatto preannunciata dalla
chiusura anticipata, prima che fosse inaugurato ed entrasse in funzione,
del Nord Stream 2 che, fornendo energia a basso costo all'Europa
continentale, era il solo antidoto al conflitto che si stava preparando,
in quanto creava un legame economico formidabile tra gli interessi
energetici dell'Europa e la Russia e costituiva l'asse sul quale si
fondava la politica green della Commissione europea,
che all'atto del suo insediamento, aveva scommesso su un lungo periodo
di energia a basso costo per prepararsi a mettere in atto una
trasformazione della struttura economica del continente che avrebbe
conferito all'area europea caratteristiche e dimensioni competitive
rispetto all'economia del nord Atlantico, della Cina e di quella dei
paesi emergenti.
La guerra ucraina ha posto le premesse per cancellare il sogno green
dell'Europa: ce ne accorgiamo in questi giorni con il lancio del
programma politico della nuova Commissione europea indotta a trasformare
l'economia europea in economia di guerra e a vedere solo nel riarmo la
strada possibile per un futuro sviluppo della coesione in Europa.
L'operazione speciale
Una volta lanciata la cosiddetta "operazione speciale" Putin ha firmato
due decreti di parziale.
Disponendo di 2,2 milioni di arruolati, ne ha mobilitati 1.200.000 e ha
comunque pronti altri 880 mila riservisti.
Combattere in Ucraina conviene economicamente: un soldato russo guadagna
in media 2.135 euro al mese, contro i 560 di un professore
universitario. Se il soldato muore alla famiglia arriva l'equivalente di
55.000 dollari (32.500 in caso di ferimento grave); malgrado ciò non si
sa con esattezza quanti russi siano fuggiti all'estero per evitare
l'arruolamento: il Governo parla di 155 mila renitenti al reclutamento,
ma lo scorso maggio, secondo il governo inglese erano 1,3 milioni.
Chi scappa va in Georgia, Armenia, Serbia, prima della chiusura del
confine in Finlandia e ora dei paesi dove non occorre il visto. Il
Kazakistan, dopo una prima invasione di disertori, ha ridotto i
permessi. La Ue ha ricevuto 17 mila richieste d'asilo politico, ma ne ha
accettati solo duemila. Fino al 17 marzo, quando verrà rieletto
Presidente per la quinta volta, Putin eviterà nuovi reclutamenti ed così
eventuali proteste: dall'inizio della guerra 5.844 contestatori sono
stati arrestati in 60 città. Per quanto riguarda i costi della guerra,
secondo l'Economist, la spesa militare fissa annua è di 60 miliardi di
dollari, mentre la spesa pubblica è aumentata del 40% e ai russi la
guerra costa 67 miliardi di dollari l'anno di deficit pubblico, mentre
3% di Pil viene speso per sostenere la produzione, reggere il welfare,
mantenere le famiglie che mandano gli uomini al fronte. Una stima della
rivista militare Sofrep, - riferisce il Corriere della Sera - indica per
il 2022 un costo complessivo ben più alto: 900 milioni di dollari al giorno.
A riguardo delle sanzioni occorre dire che la mancata applicazione di
paesi come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile e Sudafrica e il ruolo
di Mosca all'interno dei BRICS hanno consentito triangolazioni e
l'approvvigionamento di ogni tipo di prodotti, compresi quelli
tecnologici, necessari a sostenere lo sforzo bellico e la produzione di
armi. Viceversa secondo il Financial Times, la guerra ha bruciato più di
cento miliardi di profitti di 600 grandi e medie imprese europee che
facevano affari a Mosca, senza contare i costi derivanti dall'aumento
dell'energia e delle materie prime.
Il grande elemosiniere
Si calcola che la guerra costi a Kiev 10 miliardi di dollari al mese. A
procacciare le risorse provvede il grande elemosiniere Zelensky,
"servitore del popolo" (cosi si chiamava il personaggio dello
sceneggiato TV che lo ha portato al potere)., che una volta eletto
Presidente, è entrato nella parte e si è trasformato in eroe, indossando
vesti e ruolo di "frate cercatore" e, vestite le casacche militari, fa
costantemente la questua tra le cancellerie d'Europa e quelle del Nord
America, per spremere i finanziamenti necessari a condurre la guerra per
procura e per sostenere uno Stato fallito.
L'Ue ha finora versato agli ucraini 85 miliardi di cui: 25 in
attrezzature tecniche e militari, 60 in finanziamenti.
Stando ai tedeschi del Kiel Institute for the World Economy, gli Usa
hanno dato 47 miliardi in armamenti e la Gran Bretagna 18. Secondo i
conti della Banca mondiale dall'Occidente sono arrivati in totale 17
miliardi mensili, fra armi e sostegno a un'economia che non produce più
reddito e in quasi due anni ha bruciato 200 miliardi tra industrie
collassate e grandi investitori stranieri che sono scappati. La spesa
statale ucraina per pagare la pubblica amministrazione, per tenere
aperti scuole e ospedali, per far funzionare i trasporti, solo nel 2022,
è stata di 75 miliardi: i prestiti occidentali ne hanno coperti 32.
La corruzione raggiunge tuttavia livelli altissimi e vede una parte
cospicua delle risorse ottenute dirigersi verso le tasche degli
oligarchi ucraini che lucrano sulle forniture belliche, come sulla
vendita delle derrate alimentari, che traggono profitto dalla gestione
del reclutamento, facendo commercio dell' esenzione dal servizio
militare, che si stanno comprando l'Ucraina distrutta, pezzo a pezzo,
preparandosi a venderla al miglior offerente e sfruttando l'economia di
guerra in ogni modo.[2]Questo mentre il paese è stanco ed esausto,
mentre un'intera generazione di cittadine e cittadini viene mandata al
macello sui campi di battaglia o cade vittima dei bombardamenti, mentre
il popolo ucraino viene disperso nell'esilio. Gli ucraini all'inizio
della guerra dichiaravano di disporre di 10 milioni di arruolabili,
anche se l'esercito era di 250 mila uomini: ora dispongono di circa 700
mila soldati. Fra gli 8 milioni di profughi in Europa, ci sono 650mila
richiamabili; inoltre aumentata la renitenza alla leva, con 300 mila
«imboscati» e fenomeni di corruzione:
sono in molti quelli che potrebbero essere richiamati alle armi che si
nascondono per sfuggire alle ronde di reclutamento.
Per questo Zelensky ha cambiato le regole di reclutamento chiamando in
servizio le donne: oggi sono 43 mila (più 40% rispetto al 2021) e sono
state ammesse ai ruoli di mitragliere, cecchino e comandante di tank,
mentre il parlamento non riesce ad approvare le nuove norme sulla
mobilitazione.
C'è poi il rifiuto all'arruolamento in alcune aree del paese, dettato
dall'appartenenza etnica. Chi conosce l'Ucraina sa che l'attuale
renitenza alla leva delle popolazioni di lingua e cultura ungherese
nasce dalla consapevolezza dell'estraneità alla nazione; sa delle
resistenze nel sostenere lo Stato centrale ucraino da parte della
minoranza di lingua rumena, privata delle sue scuole e della sua Chiesa;
dovrebbe avere l'onestà di riconoscere la presenza di una componente
russofona, certamente presente nelle province orientali, comunque
diffusa nel paese, anche se ora emarginata dal conflitto.
Se non altro che per questi motivi sarebbe necessario fare di tutto per
sedere al più presto intorno a un tavolo e trattare, guardando
finalmente chiaro su quelli che sono gli interessi in gioco e facendo
chiarezza sui reali confini di un paese il cui territorio è stato
costruito come la risultante di assetti geopolitici ormai superati.
includendo nel territorio minoranze etnico linguistiche appartenenti a
paesi ad esso contigui.
Secondo il New York Times, che utilizza sia fonti ONU che
dell'intelligence USA, la guerra ha provocato alle due parti più di
6000.000 morti e feriti, tra soldati e civili; i danni ambientali fin
qui prodotti nel suolo, nelle falde acquifere, in emissioni di CO2 sono
incalcolabili. Perciò bisognerebbe puntare alla pace e aprire una
trattativa che dovrà porre fine alla guerra in modo che l'Ucraina possa
chiedere ed ottenere la solidarietà di tutti, piuttosto che alimentare
un conflitto che è diventato semplicemente un massacro dall'una e
dall'altra parte, per consentire che il paese possa dare spazio a
riforme istituzionali, a garanzia delle autonomie territoriali, che ne
consentano la coesione, chiamando i cittadini a pronunciarsi su questi
temi attraverso referendum condotti con la garanzia di osservatori
internazionali neutrali.
Occorre avere il coraggio di rendersi conto che la guerra, se da un lato
ha alimentato il nazionalismo ucraino, dall'altro ha stimolato le spinte
centrifughe delle minoranze, ha alimentato i particolarismi; l'adozione
della legge marziale è la centralizzazione delle decisioni dello Stato,
l'imposizione di una religione e di una Chiesa ufficiale, la negazione
della libertà religiosa, il soffocamento delle differenze linguistiche,
invece che unire il paese hanno creato un'ulteriore divisione che le
comuni sofferenze dovute al nemico esterno, i bombardamenti, la guerra,
i sacrifici comuni non bastano a compensare. Il risultato è un paese il
cui territorio e oggi devastato, ricoperto di ordigni esplosivi, reso
inquinato dai combattimenti che vi si svolgono, con una popolazione
ridotta allo stremo e al minimo perché circa 8 milioni di ucraini hanno
abbandonato il paese e, a quanto sembra, non hanno nessuna intenzione di
ritornarvi, anche perché più tempo passa, maggiore è il periodo di tempo
che vivono in altri paesi e in altre società e vi si radicano, più forte
e la tendenza a non lasciare ciò che si è costruito in una nuova realtà
sociale, piuttosto che ritornare all'antico, inesistente e fatiscente
passato.
L'Ucraina la Russia e noi
Per quanto ci riguarda non abbiamo nessuna simpatia né per Putin, né per
Kyrill, Patriarca di Mosca, né per il programma sociale della Chiesa
Ortodossa Russa che Puntin ha fatto proprio. Consideriamo i valori di
cui questa Chiesa è portatrice quanto di più regressivo vi sia per una
società libera, per uno Stato di diritto, per la realizzazione del
principio di libertà e di uguaglianza. Il rifiuto profondo della
democratura che regge il regime putiniano, tuttavia non ci impedisce di
vedere i limiti dei suoi oppositori di facciata che hanno sostenuto la
supremazia dei russi bianchi sugli altri popoli della Russia, il
razzismo, i valori della Russia profonda e imperiale, il nazionalismo russo.
Al tempo stesso non sosteniamo il regime che attualmente regge
l'Ucraina, che è speculare a quello russo, si spaccia per democratico,
pur essendo illiberale, autocratico, autoritario, oligarchico né più e
né meno di quello che combatte; ha messo fuori legge 11 partiti politici
di opposizione, con la scusa della guerra non fa elezioni benchè il
mandato del parlamento e del Presidente siano scaduti; è guidato da una
classe politica e da un'oligarchia militare che aspira ad entrare in
Europa al solo fine di favorire un gruppo ben individuato di oligarchi e
di multinazionali che mirano a fare profitti, incuranti di presentare il
conto dei loro guadagni ai popoli d'Europa e allo stesso popolo ucraino,
che di questa operazione è la vera, prima e principale vittima, tanto
più che paga con la morte dei suoi cittadini il prezzo di una guerra
presentata come di libertà, in nome dell'autogoverno, ma in realtà
condotta per procura, in nome e per conto di superpotenze che si battono
in difesa dei loro esclusivi interessi e che usano uomini e donne
ucraine come carne da macello. L'odio seminato a piene mani dalle
formazioni paramilitari ucraine, il nazionalismo malato dei boiardi di
stato che si sono appropriati delle terre e delle attività economiche
collettive, messe all'asta dopo il crollo dell'URSS, che si sono
arricchiti come i loro epigoni russi, impoverendo il popolo, sta
consentendo il massacro delle popolazioni e la desertificazione dei
territori, facendo risorgere dalle pieghe della storia la memoria delle
esperienze peggiori di quelle popolazioni, disseppellendo dalla storia
del paese come esperienza gloriosa della quale andar fieri l'Ucraina
dell'intolleranza, dei pogrom, del fanatismo religioso e politico, della
discriminazione delle tante etnie e popoli presenti sul suo territorio,
assegnando a una confraternita di preti criminali e ladri, il compito di
reggere i destini di un popolo.
Di fronte a questa tragedia i popoli europei, in difesa dei loro
interessi e dello stesso popolo ucraino, nonché della pace, hanno una
sola scelta possibile: battersi contro la conversione dell'apparato
industriale dei propri Stati in economia di guerra, chiedere la pace
immediata e subito per l'Ucraina e l'apertura di trattative. Ciò che è
in discussione è la possibilità di disporre delle risorse occorrenti a
sostenere i sistemi sanitari, quelli scolastici, il sostentamento delle
popolazioni, il benessere materiale e umano dei loro popoli, è
soprattutto la possibilità di evitare la guerra e la possibilità che
essa degeneri in un conflitto nucleare.
Per conseguire questo risultato occorre come primo passo che le forze
riformiste presenti nei diversi paesi e che si preparano alle elezioni
per il Parlamento europeo assumano una posizione comune di rifiuto della
guerra, perché solo attraverso questa scelta queste forze possono
recuperare una collocazione chiaramente di sinistra ed essere
riconoscibili dagli elettori, il che permetterebbe loro di riguadagnare
credito e consenso, facendoli prevalere sulla destra in ragione dei loro
intenti e per i loro fini. Senza questa scelta chiara l'ambiguità
politica prevale, spingendo verso l'astensionismo e il disinteresse,
verso quella mancanza di partecipazione che permette alle forze
nazionaliste e conservatrici di prevalere.
[1]G. Cimbalo, L'evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiese nella Nuova
Ucraina. Alla ricerca dell'Autocefalia in "Diritto e religioni" 2-2020,
pp. 252-304; ID, Il ruolo sottaciuto delle Chiese nel conflitto
russo-ucraino, in "Diritto e religioni" n. 2 del 2021, pp. 487-512
[2]Il crollo del fronte interno in Ucraina, Newsletter Crescita
Politica, n. 180, 2023; Due considerazioni sull'Ucraina, Newsletter
Crescita Politica, n. 176, 2023; I guasti della guerra ucraina.
Newsletter Crescita Politica, n. 170, 2023; Le cause economiche della
guerra ucraina, Newsletter Crescita Politica, n. 160, 2023; Guerra in
Ucraina: la pista britannica, Newsletter Crescita Politica, n. 158,
2022; L'Ucraina di Zelesky prima di Putin, Newsletter Crescita Politica,
n. 158, 2022
Gianni Cimbalo
https://www.ucadi.org/2024/03/17/il-questuante-e-il-dittatore/
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