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(it) Italy, Sicilia Libertaria: Esistono leader anarchici? (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 8 Apr 2024 10:36:53 +0300


In Sicilia Libertaria di febbraio è comparsa una recensione di Natale Musarra del mio libro Il metodo anarchico. Non intendo rispondere alla recensione, perché questo non interesserebbe, ma vorrei prendere spunto da una frase del recensore per discutere un tema che può essere di interesse generale. Il recensore mi rimprovera «l'uso di concetti, estranei all'anarchismo, come quelli di leader e capo di partito». Parlando di «concetti», presumo che il recensore stesso faccia una distinzione fra «leader» e «capo di partito» (altrimenti sarebbero solo due espressioni diverse per esprimere lo stesso concetto). Lasciamo da parte il «capo di partito», perché mi auguro sia ovvio che il mio uso di questo concetto, in riferimento all'anarchismo, é un'allucinazione del recensore. Nel libro ho applicato invece il termine «leader» all'anarchismo tre volte, di cui due accompagnate da un'esplicita spiegazione, a scanso appunto di equivoci. In un caso mi riferivo a «individui che godevano di maggior visibilità, prestigio o influenza» e nell'altro chiarivo che «"leadership" deve essere intesa come un riconoscimento informale e spontaneo da parte dei militanti anarchici, non come un rapporto formale e gerarchico». Mi chiedo dunque: è davvero estraneo all'anarchismo il concetto di «leader» in questa accezione?

Il mio è un libro di storia, quindi descrive, non giudica. Può non piacere che esistano leader anarchici, ma non basta che una cosa non piaccia perché non esista. Non erano leader Luigi Galleani e Armando Borghi? E Durruti? E Makhno? Malatesta è stato chiamato a sproposito «pontefice» e «Lenin d'Italia», ma ci sarà un motivo per cui questi appellativi sono toccati a lui e non ad altri. Nel 1913, mentre dirigeva Volontà, era chiamato a fare comizi in tutte le parti d'Italia e non sapeva dove sbattere la testa. Dopo lo scoppio della guerra, quando gli avversari già iniziavano a speculare sul suo «sintomatico silenzio» e l'attesa per la sua presa di posizione cresceva, i suoi cinque principali articoli ebbero 47 edizioni in almeno sette lingue. Nel 1920, da direttore di un quotidiano, faceva tutti i giorni anche tre o quattro comizi al giorno. I suoi opuscoli hanno circolato a milioni di copie. Possiamo dire che Malatesta non era un leader? O forse non era anarchico?

Ma poi, cos'è che è estraneo all'anarchismo? Lo sono l'ubbidienza, il culto della personalità, l'ipse dixit dei filosofi aristotelici medievali. Si sa che noi discutiamo tutto, da Dio al verme. Ma proprio perché discutiamo tutto, non possono essere estranei all'anarchismo parlare, scrivere, opinare, giudicare, esortare, persuadere. Ed è un fatto della vita che per diversità di talento, cultura, devozione alla causa, spirito di iniziativa, tutte quelle cose si possono fare con più o meno chiarezza ed efficacia e che quindi si può essere ascoltati e seguiti in gradi diversi. C'è qualcosa di autoritario nell'avere più ascendente di altri?

Magari è solo la parola «leader» che dà fastidio. Se è così, poco male. Cerchiamo un'altra parola per esprimere lo stesso concetto. Personalmente, non l'ho trovata. Ma anche qui stiamo attenti, perché se dobbiamo evitare tutte le parole che hanno una cattiva fama per colpa degli autoritari, il vocabolario diventa un campo minato per gli anarchici. In un articolo del 1925 sul gradualismo, Malatesta faceva gli esempi dei termini «possibilista», «opportunista» e «trasformista». Da parte mia, mi sono sentito rimproverare da recensori super-anarchici proprio l'uso del termine «gradualista» in riferimento a Malatesta! Oggi anche la parola «comunismo» è spubblicata ed è sulla stessa strada la qualifica di «libertario», che i reazionari d'America già si vantano di averci scippato. Di questo passo la prossima parola da abbandonare sarà «anarchia», perché per tutti tranne che per noi significa «caos».

Nella mia modesta opera di storico, una delle maggiori preoccupazioni, forse quella massima, è di confutare i tanti stereotipi che vengono appiccicati agli anarchici, usando la tecnica che in inglese chiamano «dello spaventapasseri»: si costruisce un simulacro posticcio dell'avversario per poi distruggerlo agevolmente. Si attribuiscono all'avversario le opinioni più insostenibili per poi confutarle trionfalmente. E così gli anarchici vengono presentati come impossibilisti, puristi, utopisti, fideisti, irrealisti e via dicendo. Bisogna però riconoscere che a volte gli anarchici ci mettono del loro e il cappellaccio da spaventapasseri se lo calano in testa da sé.

Davide Turcato

17 febbraio 2024

NdR. Sul prossimo numero la discussione iniziata da Davide Turcato verrà continuata con un intervento di Natale Musarra.

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