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(it) Sicilia Libertaria 2-24: Cinema. The old oak (2023), di Ken Loach (ca, de, en, pt, tr) [traduzione automatica]
Date
Tue, 5 Mar 2024 08:32:40 +0200
Il catechismo della merce spettacolista invade tutti i mezzi di
comunicazione... il cinema mercantile fa male a chi lo fa e a chi lo
sussume come prodotto culturale, senza aver compreso che impoverire la
lingua vuol dire abolire la verità, propagare l'imbecillità e concorrere
all'instaurazione dell'Impero dei prosseneti. I film di Martin Scorsese,
Killers of the Flower Moon (2023), Ridley Scott, Napoleon (2023) o Greta
Gerwig, Barbie (2023) esprimono la polarizzazione dei comportamenti,
emozioni, credenze che congedano il significato dal significante e
legittimano l'asfaltatura dell'intelligenza. Il consenso sociale è
specchio-memoria del consenso politico e il circolo vizioso d'una
cultura della prostrazione invade la sfera personale dei consumatori
d'illusioni... qualsiasi cosa che abbia un qualche coinvolgimento con la
politica, finanza, industria, saperi, migrazioni, guerre... è
concepita come asservimento al padronato dei bisogni indotti. La
corruzione, la colonizzazione, il trasformismo, la confessione, la
soggezione, la paura, il terrore... rifluiscono nella propaganda, che è
il braccio esecutivo dei poteri finanziari-politici "invisibili",
l'agente del pensiero unico che ripropone gli stilemi delle tecniche
dittatoriali.
In questo senso il cinema italiano, il più brutto del mondo, sicuramente
il più imbecille, sostenuto dalla critica più servile della masseria
cinematografica, ha prodotto una messe di banalità edificate sul
ridicolo, superficialità e infantilismo che hanno eretto il cantico
della subordinazione là dove il Neorealismo aveva disseminato il degrado
dei valori di Stato. C'è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi è
l'esempio più fulgido... la regista ha indossato l'uniforme della
politica corrente e nei siparietti della commedia di terz'ordine ha
sversato la rivoluzione femminista nella menzogna dell'ottimismo
obbligatorio... una falsità assoluta! Figuriamoci! Quando
l'interpretazione della vita offesa finisce sugli scranni di un governo,
ogni forma di negazione o di ribellione scompare.
Il pensiero-crimine di George Orwell è sempre attuale e ci sono maestri
del cinema proletario, come Ken Loach, che operano allo smantellamento
della disumanizzazione insita nell'apologia dell'odio razziale... il suo
rizomario artistico incrina le sofistiche del potere e dà il colpo di
grazia a tutte le conversioni riconducibili alle spartizioni del
profitto. Gli esperti, i tecnici, i produttori dell'entusiasmo
controllano tutto, persino l'opposizione... il loro dizionario è una
rete di protezione che attraverso la spettacolarizzazione di merci,
massacri, stragi, genocidi, impone le proprie regole. Folle di
alfabetizzati da Internet (segnati, schedati, classificati, sorvegliati,
repertoriati, sorvegliati, puniti) vivono il surrogato della libertà e
si fanno complici di assassini, criminali, dittatori, tiranni nella
cementificazione della ragione.
Il cinema di resistenza di Loach sta dalla parte degli ultimi... il
regista inglese sa bene che non è col cinema che si può cambiare il
mondo, ma restituire almeno la dignità a uomini e donne là dove è stata
calpestata. Con The old oak (La vecchia quercia), Loach e lo
sceneggiatore di sempre, Paul Laverty, costruiscono un film dalla
bellezza "primitiva", sradicata dalle confezioni cinematografiche che
riguardano l'oligarchia dell'asservimento a burocrati, finanzieri,
tecnici, pubblicitari, sociologi, psicologi, insegnanti, politici,
militari, preti, sindacalisti... Loach e Laverty continuano il loro
cammino di fuorilegge della diseguaglianza... mostrano che le favole
delle democrazie, dei totalitarismi, degli imperi finanziari impediscono
qualsiasi sommovimento sociale e sono sempre gli ultimi, gli sfruttati,
gli oppressi a pagarne il prezzo. Il film chiude la trilogia
sull'emarginazione iniziata con Io, Daniel Blake (2016) e Sorry We
Missed You (2019)... l'insegna del pub che cade a pezzi non rimanda però
a una sconfitta, semmai a una direzione ostinata e contraria ancora
capace di combattere contro l'ingiustizia di Stato.
The old oak è l'unico pub aperto in un'ex cittadina mineraria
dell'Inghilterra... TJ Ballantyne (Dave Turner) lo gestisce con grandi
difficoltà... i clienti sono pochi, la gente è impoverita, le case sono
vendute all'asta per poche sterline e affittate ai profughi siriani
scaraventati nel paese dalle politiche discriminatorie del governo
britannico... giovani e vecchi entrano in conflitto con i diseredati
siriani, l'amicizia di Ballantyne con la giovane fotografa Yara (Ebla
Mari), sommuove i malumori razzisti della comunità e l'utopia della
solidarietà s'affaccia in una storia che racconta l'umano dall'interno.
Ballantyne e Yara, con l'aiuto dei "beduini" e di alcuni cittadini,
ripuliscono la sala nel retro del pub (usata un tempo per feste,
matrimoni, momenti di aggregazione conviviale), rispolverano le
fotografie alle pareti che ricordano le lotte dei minatori e attraverso
donazioni offrono pasti caldi ai profughi e agli inglesi indigenti...
riuniti nello slogan: "To eat together is to stick together" (Mangiare
insieme è stare insieme). Loach e Laverty dicono che per mutare lo stato
delle cose bisogna prima modificare i piccoli gesti quotidiani nella
fratellanza del dolore... l'utopia è di quelle estreme, forse...
tuttavia, come l'asino Beniamino di La fattoria degli animali,
Ballantyne e Yara rappresentano la realtà che non si vede, il sogno
d'amore tra le genti che confisca la dialettica della dominazione e
mostra che quando gli uomini e le donne si riconoscono nella medesima
disperanza, ogni miseria è spazzata via.
L'impalcatura filmica di Loach è essenziale, scarna, senza compiacimenti
e la sceneggiatura di Laverty, appuntellata su dialoghi secchi, veri,
profondi, sottolinea razzismi endemici e il loro superamento. La
fotografia di Robbie Ryan (ha collaborato con Loach anche in La parte
degli angeli, 2101; Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà, 2014;
Io, Daniel Blake), lavorata sui marroni, verdi, rossi, deposita il film
in una visione quasi documentaria e non sono pochi i momenti
etici-estetici nei quali la semplicità emozionale si trasfigura in
poesia. Il montaggio di Jonathan Morris è asciutto... coniuga ambiente e
personaggi in una sorta di contrappunto visivo che fortifica la
trattazione filmica. L'attorialità di Dave Turner e Ebla Mari è
minimale, improntata su sguardi incrociati, figurazione dei corpi,
silenzi che danno voce a chi viene repressa... contrariamente a quanto è
stato scritto sulla dissonanza e la mancanza di sfumature dei
protagonisti, la loro intimità o una carnalità del vero, s'attesta nello
stupore dell'amicizia... anche la musica di George Fenton s'intreccia
nella narrazione con amorevolezza e contribuisce alla vivezza
anti-letteraria o anti-marginale del film.
The old oak non solo è lo svestimento di un dramma sociale, soprattutto
è l'invito a lottare contro l'idolatria dell'imposizione, della
persuasione, del razzismo in un realismo tragico che nei profluvi del
mercato neoliberista ritrova momenti di speranza senza vendetta. Loach
non tratta di un mondo dimenticato ma oltraggiato, dove il riscatto
individuale si mescola con quello della comunità che si oppone alla
rassegnazione. Il riscatto degli sconfitti non può passare dai sermoni
delle istituzioni né dai furori razzisti delle popolazioni immiserite...
la condivisione dell'esclusione si trascolora in un atto di sconnessione
dal disagio razzista e attraverso la fraternità esonda in una nuova
decenza. "Non importa da dove vieni ma ciò che porti con te", si legge
nel manifesto del film... l'autenticità dell'assetto filmico è un
affresco di denuncia sociale che rigetta le vessazioni del capitalismo
saprofita.
The old oak è una lezione di stile non solo sull'erranza imposta dalle
guerre e la decadenza della classe operaia... è un grido di libertà
contro le politiche xenofobe della partitocrazia in Europa e ai quattro
angoli della Terra... il cinema resistenziale di Loach è inevitabilmente
politico e contrasta i fasti del cinema d'intrattenimento che è il più
politico in assoluto, poiché educa all'ignoranza dell'evasione dalla
realtà ... le grandi produzioni dell'industria hollywoodiana e le
filmografie da cortile (come il cinema italiano), affastellano
l'immaginale collettivo sulle gogne del sistema economico dominante e
sono le opere dei disfattisti come Loach a risvegliare le coscienze e a
indicare un'altra visione del mondo.
Avvicinati, prendi il mio amore in cui ho sotterrato il tuo e
spezzettalo nella compassione dell'innocenza insanguinata, diceva un mio
amico ubriacone che sapeva Don Chisciotte a memoria... il cinema, nella
sua infinitezza e sregolatezza, si è sottratto anche al vuoto dei
formulari di ammirazione... ci sono film che rigettano il destino dei
popoli immiseriti e invitano ad alzare gli occhi contro l'idolatria del
possesso senza abbassarli mai più!... il sorriso degli uomini in libertà
non è là dove si piega alle tavole comandamentali dell'oppressione, ma
dove recide le catene dell'apparenza e della sottomissione, e, qualche
volta, taglia la gola ai prosseneti dell'intollerabile.
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