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(it) Umanità Nova, n.4: Gabbia democratica. Nell'urna irachena
From
worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date
Tue, 8 Feb 2005 12:55:22 +0100 (CET)
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Appena chiuse le urne, il coro di politici e giornalisti appare unanime:
le elezioni del 30 gennaio 2005, invano ostacolate dal terrorismo,
rappresentano un'importante affermazione della democrazia. Parole che
riecheggiano conformi le parole pronunciate da Bush II: "Il mondo ode la
voce della libertà che viene dall'Iraq e dal Medio Oriente".
Subito sono state fornite più o meno credibili percentuali relative ai
votanti, da un iniziale 75% si è successivamente passati ad un 60% degli
elettori iscritti nelle liste, senza avere la possibilità però di
conoscere il dato complessivo relativo a quanti iracheni si erano
iscritti a tali liste sui 14 milioni di potenziali elettori aventi
diritto.
Il governo provvisorio da parte sua aveva previsto una partecipazione non
inferiore al 65%; comunque l'astensionismo non può essere spiegato solo
con la paura degli attentati che, nella giornata delle elezioni, non sono
stati più numerosi e sanguinosi di quanto lo siano in media ogni altro
giorno.
La scarsa attendibilità dei dati sull'affluenza alle urne anticipati
dalla Commissione elettorale è confermata dal fatto che questa si è presa
tempo sino al 20 febbraio per rendere noti i risultati definitivi, con le
percentuali conseguite dalle varie formazioni partecipanti (256) e dagli
oltre 10 mila candidati, con l'assegnazione dei 275 seggi componenti
l'organismo incaricato di nominare il Consiglio di presidenza e di
redigere la bozza della nuova costituzione.
D'altra parte la credibilità di quanti gestiscono l'informazione
dall'Iraq non è complessivamente degna di credibilità.
Gli stessi media e gli stessi commentatori internazionali che oggi
descrivono con solerzia le elezioni in Iraq sono quelli che, nel novembre
scorso, non sono stati in grado di registrare le decine di migliaia di
vittime tra la popolazione civile di Falluja, risultato dell'impiego da
parte delle forze Usa di armi di distruzione di massa quali napalm, gas
tossici e bombe a frammentazione. E, in Italia, sono gli stessi che hanno
coperto le centinaia di morti civili causati dal fuoco italiano a Falluja
durante la poco gloriosa "battaglia dei ponti" e che, dopo la morte in
combat action di un mitragliere elicotterista italiano, hanno alimentato
la falsa commozione e l'oscena retorica di Stato, parlando senza pudore
del barbaro assassinio di un "costruttore di pace".
Appare invece del tutto azzardato affermare che queste elezioni sotto lo
stato d'assedio sono un passo in avanti verso la stabilizzazione del
paese, né tanto meno si può sostenere, come invece hanno fatto i capi
governo degli Stati militarmente presenti in territorio iracheno, che i
votanti hanno in qualche modo avallato con la loro scheda l'occupazione
Usa. Infatti non esiste gruppo o partito, aldilà della propria
appartenenza etnica o religiosa, che non abbia messo tra i primi punti
del proprio programma politico di governo la fine dell'occupazione
straniera. Tra i partiti che, prevedibilmente, otterranno i maggiori
consensi vi sono l'Alleanza degli Iracheni Uniti, rappresentante la
maggioranza sciita, l'Unione del Popolo (promossa dal Partito Comunista
Iracheno) e la lista per l'Alleanza Curda. Le altre formazioni più
significative appaiono: la Lista Irachena, guidata dal primo ministro ad
interim Iyad Allawi, comprendente sciiti (in maggioranza) e sunniti; il
Partito Iracheno, composto sia da sunniti sia da sciiti si sono opposti
agli attacchi Usa contro Falluja e Mossul; l'Assemblea dei Democratici
Indipendenti, in grado di raccogliere il sostegno di intellettuali e
borghesia urbana; il Partito Nazional Democratico appoggiato da una parte
della borghesia sunnita, e la Lista Nazionale Rafidain, riferimento della
minoranza cristiana. Tutti comunque, aldilà delle differenze, per
ottenere un minimo di consenso popolare dovranno quanto prima mettere
all'ordine del giorno il ritiro dei contingenti militari e la difesa
degli interessi economici nazionali legati al petrolio, oltre ad un
immediato miglioramento delle misere condizioni di vita.
Un programma difficile da realizzare per qualsiasi governo, dato che già
i vertici Usa preventivano almeno altri due anni di permanenza delle
truppe della coalizione in Iraq, con l'alibi di garantire lo sviluppo
democratico e la ricostruzione.
Anche a costo di sospendere la democrazia, sterminare i resistenti e
bombardare ogni città non asservita.
Z. F.
Da Umanità Nova, numero 4 del 6 febbraio 2005, Anno 85
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