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(it) La profezia di Orwell, antidoto al totalitarismo
From
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Date
Sun, 26 Jan 2003 07:56:33 -0500 (EST)
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Mittente: Meletta <meletta@aconet.it>
Al sig.Gabutti de "www.ilnuovo.it" ogni tanto scappa di scrivere
qualcosa di sensato come l'articolo che segue, anche se penso che
la profezia di Orwell, a differenza di quello che lui scrive, si
sta avverando in pieno. Sono d'accordo invece che gli scritti di
Orwell siano un buon antidoto al totalitarismo in cui comprendo
anche la coseddetta "democrazia rappresentativa" che non è altro che
dittattura della maggioranza (più o meno reale). Comunque a chi non
li avesse ancora letti, consiglio di leggere "la fattoria degli
animali" e "Omaggio alla Catalogna", due dei più bei libri che
abbia mai letto.Saluti comunisti libertari
Carlo
La profezia di Orwell, antidoto al totalitarismo
di Diego Gabutti
Il 25 gennaio 1903 nasceva George Orwell
Socialista radicale, subì lo choc dello stalinismo
E diventò nemico giurato di ogni totalitarismo
Nel Grande Fratello ne rappresentò l'orrore
Cent’anni fa, a Motihari, Bengala, venne al mondo Eric Blair, in
arte George Orwell, il socialista radicale che vide le streghe del
XX secolo e che ne fu trasformato, come da un’esperienza mistica.
Orwell era nato all’alba del secolo, quando il socialismo era la
speranza dell’umanità e il capitalismo sembrava promettere ai
popoli nient’altro che una generale rovina, ma in realtà fu
soltanto nel maggio del 1937, in Spagna, e precisamente a
Barcellona, quando le milizie staliniste aprirono la stagione di
caccia contro anarchici e trotzkisti scatenando una guerra civile
all’interno della guerra civile, che Orwell venne veramente alla
luce. In Spagna perse buona parte delle sue illusioni e capì una
volta per tutte di che materia sono fatti i sogni del
totalitarismo. Tremò all’idea di cosa sarebbe stato del mondo se
Stalin, Hitler o entrambi avessero vinto la partita.
Tornato in Inghilterra, dopo essere scampato per un pelo al fuoco
d’artiglieria fascista e al plotone d’esecuzione bolscevico, Orwell
scrisse Omaggio alla Catalogna, un libro straordinario sulle
giornate decisive della guerra spagnola, nel quale illustrò e
raccontò in prima persona, come un Dante e un Doré fusi insieme,
l’inferno delle ideologie salvifiche e del loro amico invisibile,
del loro “doppio”: la volontà di potenza. Sia La fattoria degli
animali, del 1945, che 1984, pubblicato nel 1948, furono soltanto
note a pié di pagina d’Omaggio alla Catalogna, nelle cui pagine
erano già stati decifrati tutti gli enigmi delle moderne
rivoluzioni e utopie di massa, socialiste o nazionalsocialiste che
fossero.
Nella Fattoria degli animali ridusse a parabola più disneyana che
esopiana la favola bella ma bugiarda della rivoluzione d’ottobre
(e di quel che ne seguì, dallo sterminio dei kulaki ai processi di
Mosca). Prima che Milovan Gilas denunciasse i privilegi della
“nuova classe”, quando Trotzky non era stato ancora accoppato da
un sicario di Stalin e gli restava dunque abbastanza fiato per
questionare con l’ex seguace americano John Burnham a proposito
della “rivoluzione dei tecnici” e della trasformazione del
capitalismo da avventura individuale degl’imprenditori titanici a
dominio anonimo del manageriato, Orwell spiegò pacatamente quale
fosse, tirate tutte le somme, la morale della favola comunista:
“Tutti gli animali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli
altri”. Aveva capito che le rivoluzioni socialiste, la cui vanità
era quella d’abolire ogni privilegio trasformando il dominio sugli
uomini in amministrazione delle cose, facevano del privilegio la
loro stella polare e del potere arbitrario che ne derivava la loro
sola ragion d’essere. Diede a questa intuizione (che già
serpeggiava qua e là, tra le fila degli ex comunisti e nei
volantini dei comunisti di sinistra, che si battevano contro
Stalin e la sua Gestapo) una forma definitiva: i maiali di Orwell
entrarono di prepotenza nel linguaggio comune, subito trasfigurati
in icone universali della condizione umana, come prima di loro era
riuscito soltanto al lupo e all’agnello.
Persino l’Arcipelago Gulag di Solzenicyn e I racconti di Kolyma di
Salamov non aggiunsero che qualche eloquente ma in fondo superflua
documentazione di prima mano al quadro dell’universo
concentrazionario e della società sotto tutela poliziesca fin
troppo vividamente descritto da George Orwell prima nella Fattoria
degli animali e poi in 1984. Con 1984 Orwell passò dalla favola
non alla semplice e innocua fantascienza, come talvolta ancora si
legge in qualche storia della letteratura, ma alla profezia nuda,
cruda e senza sconti. Descrisse un mondo completamente dominato
dal sistema di menzogne e di terrificanti eufemismi del Grande
Fratello. Costui era l’incarnazione di un’altra icona universale:
il Grande Fratello era l’apocalisse calzata e vestita, era
l’Anticristo in carne e ossa, che soltanto la grande fratellanza
televisiva di fine secolo, con un minaccioso e inquietante
rovesciamento di prospettiva, ha potuto trasformare in un logo
igienista per l’intrattenimento di massa.
Vero che siamo usciti indenni dal 1984 e, quanto al Grande
Fratello, che avrebbe dovuto mettere a ferro e fuoco le forme
stesse della convivenza umana, non ha prodotto alla fine che
Pietro Taricone e le sue canotte immortali. Ma una profezia è una
profezia anche quando non si realizza. Eric Blair, in arte Orwell,
aveva perfettamente ragione di metterci in guardia contro le
derive della modernità, contro la fascinazione del totalitarismo,
che soltanto per miracolo non s’è pappato il mondo in un boccone,
come aveva promesso. Sarebbe bastato uno zig al posto d’uno zag
per precipitare il pianeta nell’orrore politico. Qualche aspetto
minore della profezia orwelliana si è del resto perfettamente
realizzato. È in uso una “neolingua”, per esempio: il gergo
insinuante e spaventoso del politically correct, votato al
sabotaggio sistematico della comunicazione umana. Quanto al
“bipensiero”, per il quale l’odio è amore, la guerra è pace, la
debolezza è forza, ha trionfato su tutta la linea, da un capo
all’altro di quell’Eurasia culturale in cui ci tocca vivere,
soffocati dalla propaganda, sotto il tallone di peluche dei
demagoghi.
(25 GENNAIO 2003, ORE 16:30) www.ilnuovo.it
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