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(it) Il dito e la luna, ovvero: Genova e la lesione dello stato di diritto

From "Meletta" <meletta@aconet.it>
Date Fri, 10 Jan 2003 06:49:37 -0500 (EST)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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Da:  cobas taranto <cobastaranto@yahoo.it> 

IL DITO E LA LUNA, OVVERO: GENOVA E LA LESIONE DELLO STATO DI 
DIRITTO

Scientifica, tecnica, senza teoremi, è stata definita dalla procura di Genova
l’inchiesta che ha mandato agli arresti 23 compagni/e, il 5 dicembre scorso,
per i fatti di Genova 2001. Nessuna associazione sovversiva contestata, solo
fatti specifici…ma in realtà accuse gravissime di devastazione e saccheggio
(pena dagli 8 ai 15 anni) quelle ipotizzate, e soprattutto una interpretazione
dilatata del concorso di persone nei reati, che arriva fino alla configurazione
di un disegno "collettivo" dei manifestanti che parteciparono alle
manifestazioni anti G8 del luglio 2001, di "turbativa dell’ordine pubblico" a
Genova. Una città "blindata dalla violenza delle manifestazioni di protesta",
come scrive la gip di Genova nell’ordinanza (!)…

L'accusa per il reato di devastazione e saccheggio, che è rimasto tale e quale
dalla emanazione del codice Rocco e ripete sostanzialmente la previsione del
precedente codice Zanardelli, è significativa. 

Si tratta, infatti, di una figura di reato che ha trovato una sua relativamente
vasta applicazione negli anni dell’immediato dopoguerra, con giurisprudenza che
risale soprattutto al periodo 1946-1950. Non è un caso che il reato abbia avuto
come momento di massima applicazione proprio quegli anni. Esso infatti si
innesta, si può dire ontologicamente, in momenti e periodi di grosse
turbolenze. È impensabile infatti che in una situazione socialmente pacificata,
pur se conflittuale, qualcuno devasti o saccheggi: più probabilmente lo stesso
fatto in un tale contesto avrà il significato di semplice danneggiamento e
semplice furto. 

Devastazione e saccheggio prevedono una grossa frattura nell’ordine sociale e
si innestano, come si è detto all’inizio, su momenti di ribellione collettiva.
Tutto ciò non era presente a Genova in quei giorni e tanto meno nelle giornate
precedenti, in cui il presunto "accordo criminoso" per consumare tali reati si
sarebbe dovuto raggiungere. Basta pensare a come è stata colorata e pacifica 
la manifestazione dei migranti del giovedì pomeriggio, alla quale pure hanno 
preso parte sostanzialmente gli stessi soggetti sociali che sono scesi in piazza 
la mattina del venerdì.

È vero invece che molti degli atti di danneggiamento e di violenza sono
avvenuti come reazioni ad un intervento delle forze dell’ordine – ed in
generale ad una gestione dell’ordine nelle strade e nelle piazze –
caratterizzato, questo sì, da arbitrio e illegalità contro i manifestanti. Come
è possibile parlare di porre in crisi l’ordine pubblico, come si sostiene
nell'ordinanza per motivare l'uso di tale reato, quando l’ordine stesso era
stato gestito in maniera tale da costituire esso stesso un momento di crisi per
la collettività?

Ci si pone questa domanda perché i delitti contro l’ordine pubblico hanno come
"soggetto passivo" del reato non una singola specifica situazione sociale, ma
l’assetto dell’ordine nell’intero paese. Riguardando all’indietro ai giorni di
Genova risulta chiaro che se un momento di crisi vi fu, esso non fu dovuto ai
manifestanti, ma alla gestione dell’ordine pubblico da parte di chi vi era
preposto…

Così, un anno e mezzo di indagini, 500 videocassette visionate, 24.000 foto,
per arrestare 23 compagni/e dei 300.000 che invasero Genova in quei giorni e
spedirne 9 in custodia cautelare in carcere, per aver concorso tutti
psicologicamente al disegno collettivo di devastare la città anche
"rafforzando" con la loro sola e semplice presenza fisica sui luoghi degli
scontri o dei danneggiamenti "l'altrui proposito criminoso". E' questa la
pericolosissima figura della cd. compartecipazione psichica, utilizzata dalla
procura di Genova per muovere accuse "collettive" pur non contestando
formalmente il reato associativo. 

Inoltre, sono stati arrestati (e ancora tutti sottoposti a misure cautelari,
mentre sei di loro sono ancora detenuti nelle patrie galere sparsi su tutto il
territorio nazionale) per il rischio che ci riprovino (e quando? al prossimo
G8??), e soprattutto per il sospetto lombrosiano che tendano spontaneamente,
quasi "geneticamente", alla violenza. 

La mistificazione della realtà delle giornate di Genova riportata
nell’ordinanza è patente: una città in assedio di guerra, con il potere
blindato e le forze dell’ordine armate e pronte a sparare da una parte, e una
contestazione oceanica disarmata dall’altra. 

Le numerosissime manifestazioni (oltre 30) che, dal luglio 2001 ad oggi, hanno
portato in piazza centinaia di migliaia di persone in Italia, culminate con la
grandiosa manifestazione contro la guerra a Firenze del 10 novembre scorso, e
anche con la manifestazione di Cosenza contro la repressione e per la
liberazione dei compagni arrestati su mandato della procura di Cosenza per
associazione sovversiva, subito dopo il Forum Europeo sociale di Firenze,
invece di gettare luce sul perché anche Genova avrebbe potuto essere pacifica e
invece non lo è stata, sono state usate per gettare buio sul movimento e sulla
"intrinseca" e originaria violenza dei cd. no global, redenti finora ma poi
chissà... 

Questa operazione repressiva serve, insieme alla richiesta di archiviazione per
Placanica per l’assassinio di Carlo Giuliani, per confermare un teorema
confezionato fin da subito: un movimento violento tenuto a bada a stento da
forze dell’ordine in perfetta buona fede, che hanno agito solo per legittima
difesa. Servono i capri espiatori da mostrare in pubblica piazza. Eccoli…..

Ma a Genova la guerra non fu dichiarata dal movimento bensì dalle forze
dell’ordine, e prima ancora da un potere sovranazionale tanto vuoto da doversi
blindare, recingere. Cariche violentissime ed indiscriminate contro chiunque
passasse per le vie della città, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, colpi
di arma da fuoco, blindati lanciati a tutta velocità contro la folla, un
giovane compagno ammazzato, il blitz sanguinoso alla scuola Diaz in notturna,
la tortura reintrodotta nelle caserme di Bolzaneto e Forte S. Giuliano…Questo
fu Genova: lo stato di diritto fatto a pezzi. E finchè questa verità non sarà
agli atti dei tribunali, delle istituzioni, nella società civile, non ci
saranno inchieste né su cassonetti ribaltati, né su furgoni bruciati, che
possano placare la memoria ferita di chi a Genova c’era e di chi pur non
essendoci ha potuto vedere…come tutti nel mondo.

Anche dall’inchiesta di Cosenza è emerso un dato che dà allo stesso tempo la
misura della "politicità" di questo tipo di operazioni giudiziarie e
l'indicazione chiara degli obbiettivi che esse puntano a raggiungere. La figura
della cd. "compartecipazione psichica", come descritta sopra ("sperimentata"
per la prima volta proprio dalla procura di Genova nel luglio 2001 per
mantenere agli arresti i 25 compagni austriaci della compagnia di teatro di
strada), è stata usata dalla stessa procura di Cosenza per sostenere il
concorso di tutti i compagni, accusati di reati politici gravissimi, come
cospirazione politica (reato contestato in rarissime occasioni dall’entrata in
vigore della costituzione ad oggi), associazione sovversiva (sul cui uso e
abuso non ci dilunghiamo oltre) e addirittura attentato contro organi
costituzionali, negli scontri e nei disordini sia a Genova che a Napoli. Allo
stesso tempo, anche in quel caso, la sussistenza di "esigenze cautelari"
inesistenti, come un presunto pericolo di fuga frutto di vere e proprie
fantasie e il pericolo di reiterazione degli stessi reati a causa "dell’indole
violenta" connaturata nei cd. no global, avevano giustificato i mandati di
cattura e la detenzione in carceri speciali dei compagni per 18 giorni. 

Se poi leggiamo le motivazioni delle prime scarcerazioni del gip di Cosenza
salta subito agli occhi la centralità di un meccanismo premiale basato sulla
differenziazione delle posizioni, ed al di là della debolezza tecnica
dell'intero impianto, si è corso il rischio concreto che anche settori di
compagni, e aree di movimento, cadessero nel tranello di pensare in quella
logica. Una capacità di risposta collettiva ed intelligente, insieme alla
assoluta evidenza della sproporzione tra fatti addebitati e reati contestati,
ha permesso una grande mobilitazione unitaria che ha portato alla liberazione
dei compagni arrestati.

Sembra che in quest'ultimo caso le cose stiano andando in maniera differente,
dimostrando quindi una pericolosa debolezza interna del "movimento", un
possibile tallone d'achille sul quale, non è difficile prevederlo, potranno
innestarsi altre operazioni "a catena", sulla scia dell'ordinanza della procura
di Genova. 

In effetti, la mancanza di dibattito, i pericolosi "distinguo", l'insufficienza
di una risposta forte e collettiva subito dopo gli arresti, insieme alle cose
dette poc'anzi ci lasciano la forte sensazione che la magistratura genovese
abbia colpito nel segno. Se neppure di fronte all'evidenza di una richiesta
esplicita di dissociazione ("abiura" è il termine ricorrente negli atti dei
tribunali, ultimamente) si riesce a cogliere la gravità di operazioni come
questa evitando le polemiche strumentali e la politica degli schieramenti; se
neppure di fronte al paradosso di ordinanze che rifiutano la liberazione degli
arrestati con l'assurda motivazione che "gli anarchici preferiscono rimanere in
galera per guadagnare consenso di fronte al loro schieramento" (parole dei
giudici!!!), si riesce a tenere una minima linea di difesa comune, che vuol
dire semplicemente impegnarsi per mettere in piedi una mobilitazione ampia,
inclusiva finchè si vuole, ma determinata a ristabilire una verità prima di
tutto storica e politica, oltre che giudiziaria, su Genova e su Napoli (presto
o tardi anche quella procura si muoverà, non ci si illuda), è bene prepararsi a
tempi piuttosto duri… 

Una valutazione, questa, che ci sembrerebbe banale, e che però, evidentemente,
si scontra con muri che difficilmente riusciamo a considerare esclusivamente
prodotti da miopia politica. L'abbiamo detto fin da subito dopo Genova: questi
arresti erano annunciati, e non certo perché la repressione abbia compiuto
chissà quale salto di qualità, men che meno per la "protervia della destra al
governo". E' indubbio che uno scivolamento in avanti ci sia stato, che i
processi legati alla repressione della conflittualità sociale abbiano avuto in
questi ultimi mesi una poderosa spinta in avanti, parallelamente alla crescita
nel Paese di un'insofferenza generalizzata di sempre più ampi settori sociali
verso le scelte economiche politiche e sociali di questo governo. E' altresì
indubbio però che non è certo questo l'elemento di "novità", per così dire, che
ci preoccupa: uno slogan che gridavamo fino a qualche anno fa diceva "aumenta
la crisi, aumenta la lotta"…è inevitabile che aumenti anche la repressione. In
ogni caso, è bene sottolinearlo, si tratta di processi che si dispiegano su
scala sovranazionale, sui quali riteniamo superfluo soffermarci ancora.

Quello che francamente ci lascia piuttosto perplessi è la scelta di diverse
aree di "movimento" di tenere un profilo volutamente basso, non tanto e non
solo rispetto alla questione degli arresti (che comunque lascia aperto più di
qualche interrogativo circa lo stato di salute del "movimento dei movimenti"),
quanto nel mostrare di non tenere in nessun conto gli scenari che vanno ad
aprirsi nel momento in cui si palesa un attacco dichiarato ai movimenti sociali
ed emerge un'indicazione chiara di quali siano i percorsi che lo Stato cerca di
scongiurare lasciando intravedere invece la possibilità di praticare altri
terreni (anche antitetici tra loro, almeno a prima vista) senza che ciò abbia
conseguenze rilevanti. Da una lettura complessiva degli atti delle ultime
inchieste (Taranto, Cosenza e Genova), infatti, si evidenzia che il punto
nodale su cui, pur con le dovute differenze, i giudici convergono è il
tentativo di scoraggiare la partecipazione di massa alle manifestazioni ed alle
iniziative promosse dai diversi settori sociali fin qui colpiti, prima ancora
che la sanzione di comportamenti specifici (per i quali c'è sempre tempo…).
Come leggere altrimenti l'inchiesta tarantina del maggio 2002: accusa di
associazione sovversiva di stampo locale(!), reati contestati ridicoli (uova,
slogan, bombolettaggi, ecc), una settimana di arresti domiciliari e la
scarcerazione dopo un interrogatorio-farsa nel quale emerge senza ombra di
dubbio l'intento di "ammonire" e spaventare soprattutto i compagni più giovani
ed i settori sociali da essi intercettati– della serie: per questa volta passi,
ma evitate di fare politica attivamente,e se proprio volete farla lasciate
perdere gli antagonisti, i cobas… altrimenti la prossima volta…-.

L'inchiesta di Cosenza ricalca questo modello: stessa filosofia a reggere un
impianto accusatorio fragile, ma questa volta maggiore uso di "effetti
speciali"(supercarceri, carabinieri incappucciati, ecc.),e soprattutto un salto
di qualità: per il gip la dissociazione è il passaggio obbligato attraverso il
quale uscire dal carcere, e va compiuta in maniera esplicita ed inequivocabile.
Tant'è che i giudici di Genova ne fanno il perno centrale di tutta l'inchiesta,
legandola questa volta al concetto del concorso (la compartecipazione psichica
di cui sopra), infatti i compagni che ancora sono detenuti hanno il terribile
torto di essersi avvalsi della facoltà di non rispondere, quindi di aver negato
al giudice la possibilità di accertarsi che abbiano effettivamente ripudiato la
violenza e condannato i manifestanti che a Genova non sono rimasti con le mani
alzate a farsi massacrare…

Non la facciamo lunga, d'altro canto le ordinanze e i verbali d'interrogatorio
sono atti pubblici, consultabili da chiunque. Gli elementi con cui confrontarsi
ci pare che ci siano tutti: dove non arriva la repressione di piazza, quando
non basta l'imbecillità più o meno eterodiretta di chi si (auto)esalta con
proclami e gesti altisonanti, ecco pronta la magistratura con l'elmetto, che
rispolvera tutto il più squallido e datato armamentario dell'epoca
dell'emergenza per prestarsi a costruire una provocazione a largo raggio
finalizzata a colpire le pratiche politiche ed i settori di movimento
"incompatibili". Oppure qualcuno ha ancora dei dubbi, anche alla luce
dell'ultima brillante trovata della procura di Tucson…pardon, Genova? 

Ora: se la posta in gioco è la possibilità e la scommessa di far vivere nella
materialità del quotidiano un movimento che non si limita all'enunciazione del
puro principio, ma rivendica un cambiamento concreto nelle condizioni di vita
reali, e non altri fini più o meno nascosti, ci chiediamo: è pensabile oggi
fare uno sforzo affinché ci si possa mettere tutti in condizione di guardare la
luna, invece del dito? 


Taranto, 8/1/2003

Cobas Confederazione
Taranto 


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