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{Info on A-Infos}
(it) [MEDIA] Australia: incendiati cinque centri di detenzione
From
Meletta <meletta@aconet.it>
Date
Thu, 9 Jan 2003 06:16:40 -0500 (EST)
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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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da "Il Manifesto" del 8 gennaio 2003:
Australia impossibile per gli immigrati
Incendiati cinque centri di detenzione. Il governo parla di complotto e
attizza la xenofobia
Vittorio Longhi
Sono giorni letteralmente di fuoco nei centri di detenzione australiani.
Cinque incendi nel giro di pochi giorni in cinque delle sette strutture
dove sono detenuti oltre 1.200 clandestini, per lo più iraniani e afghani.
Tutto è cominciato nel nuovo, modernissimo centro di Baxter, Australia del
Sud, dove la notte di venerdì 27 dicembre alcuni detenuti, esasperati per
l'attesa di permessi di soggiorno che il governo fa durare anni, hanno
preso fiammiferi, giornali, materassi, tende e lenzuola per appiccare i
primi fuochi, propagati rapidamente in quasi tutto l'edificio. Nessun
ferito, tranne i quattro portati all'ospedale per inalazione di fumo.
Da quel giorno, il gesto di disperazione si è esteso ad altri quattro
centri: quello di Port Hedland, quello di Woomera, noto per i lunghi
scioperi della fame e per le denunce di abusi su minori, quello dell'isola
di Christmas e quello di Villawood, vicino Sidney. La polizia ne ha
approfittato per traserire subito 40 persone, accusate anche della
premeditazione degli incendi, dai centri di dentenzione direttamente alle
carceri più vicine. Inoltre, si stanno cercando i responsabili esterni di
una presunta rete di agitatori che avrebbero coordinato le rivolte.
Il ministero dell'immigrazione, temporaneamente retto da Daryl Williams,
vice di Philips Ruddock in questi giorni in vacanza, ha mandato la
polizia federale a fare perquisizioni personali e negli alloggi di Baxter
e Woomera. La ricerca ha portato solo a qualche telefono cellulare, alcune
paia di forbici e un cacciavite. "I controlli proseguiranno anche nelle
altre strutture" ha assicurato minaccioso Williams. La tesi
dell'organizzazione sovversiva piace molto al governo che ha trattenuto,
insieme ai 40, un attivista scozzese di 33 anni, Darren McCreadie.
"Non si tratta di un'azione pianificata - ha detto Naleya Everson,
legale della Uniting Church che ha visitato Baxter subito dopo il rogo
- ma è la reazione di alcuni individui seriamente traumatizzati da un
trattamento molto duro". Concordi i medici del Royal College of
Psychiatrists che hanno richiesto di poter effettuare perizie nei centri,
ritenendoli "terreno fertile di disturbi nervosi, di tentativi di
procurarsi ferite o addiruttura di suicidarsi". Anche secondo il quotidiano
progressista The Age la premeditazione non esiste. Ci sarebbero fatti
precisi che hanno contribuito allo scoppio quasi simultaneo della protesta.
La settimana prima di Natale, alcuni tabloid, avevano parlato della nuova
struttura di Baxter come di un albergo di lusso a spese dei contribuenti.
Questo ha alimentato la frustrazione dei detenuti che, anche nelle
costruzioni nuove, sicuramente meno squallide dei vecchi lager di Woomera,
sono comunque tenuti in segregazione. L'ultimo dell'anno poi, 488
richiedenti asilo hanno ricevuto una lettera del governo con cui si
regettavano le loro domande e li si invitava brutalmente a tornare a casa,
dato che non avevano più "alcun diritto di restare in Australia". Secondo
gli avvocati, due terzi delle richieste hanno esaurito ogni possibilità di
ricorso e su 1.236 domande sono solo quattro quelle che potrebbero essere
accolte.
I mezzi d'informazione filogovernaitivi, intanto, concentrano
l'attenzione pubblica sulla rete dei militanti pro-rifugiati e sul calcolo
dei danni causati dagli incendi, stimati in circa 8 milioni di dollari. Si
cercano tutti i pretesti utili a rafforzare gli argomenti del governo e la
diffidenza dei cittadini australiani, sempre più decisi a chiudere
definitivamente le frontiere. Il fatto che nella ricca ex colonia
britannica non arrivino navi di clandestini da ben 14 mesi viene presentato
come un successo del premier conservatore John Howord. In realtà, le navi
arrivano lo stesso, ma sono regolarmente dirottate sulle isole vicine,
secondo gli accordi della Pacific solution, vero e proprio contratto
commerciale che prevede denaro australiano in cambio di riffugiati
indesiderati.
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